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Ché la scalata di Cairo al Corriere è una buona notizia

CairoNon intendiamo fare pubblicità preventiva al nuovo editore Urbano Cairo, fresco di acquisto (anzi, di conquista) del Corriere della Sera, essendo milanesi non siamo neppure personalmente dei gran tifosi del Torino, la sua squadra. Eppure possiamo dire, preventivamente, che il Corrierone nelle mani di Cairo è un’ottima notizia. Non tanto perché prenderà una piega politica diversa da quella che ha oggi, ma perché è un editore puro. È un imprenditore, quella categoria di individui di cui ormai si parla solo per comunicarne il suicidio. Un imprenditore proprietario del quotidiano di riferimento d’Italia è più libero dalle consorterie di partito, dall’influenza dei sindacati, dal giro della finanza che di finanziario ha ormai poco e di politico ha molto. Se pensate che questo sia un pregiudizio positivo, ci azzeccate a metà: è un pregiudizio, ma obiettivo.

La7 era stata acquistata da Cairo quando era la televisione nazionale più colta. Ora che è nelle sue mani dal 2013 è ancora… la televisione nazionale più colta. Anche a proposito del Corriere, Cairo preannuncia nella sua intervista al Foglio: “Dal punto di vista politico non cambierà niente. Per quanto riguarda la linea meno ci si accorge che io sia arrivato e meglio è! Il Corriere deve Corriere-della-Seracontinuare a muoversi secondo un suo registro. La linea deve essere quella decisa dal direttore, non quella imposta dall’editore”. Non c’è e non ci sarà, insomma, quello “scadimento” di contenuti e proposte che tanti critici preventivi si attendevano dall’editore di For Men Magazine (reso celebre da uno degli sketch più esilaranti della Littizzetto), di Di Più, Diva, Nuovo, Giallo e tante altre riviste da casalinga di Voghera. Anche perché saper fare soldi con le casalinghe di Voghera vuol dire: aver capito come comunicare ai lettori veri. Lettori veri: non i giornalisti che si scrivono e si leggono a vicenda. Questo non significa necessariamente abbassare il livello culturale, ma saper vendere, che nel mondo dell’informazione è sinonimo di saper comunicare. Ed è questo quello che conta in un periodo di crisi dell’editoria. Se i giornali non vendono, la causa non è un’epidemia improvvisa di analfabetismo, reale o di ritorno che sia, ma il crollo della capacità comunicativa dei quotidiani. Un editore puro, Cairo in questo caso, è l’unico che ha la possibilità di capire il problema e di risanarlo con una logica di mercato.

Eppure persiste sempre una certa paura nei confronti dell’editore-imprenditore, un terrore primordiale che nasce dalla convinzione che comunicazione e mercato debbano essere separati, perché altrimenti le notizie verrebbero “inquinate” dalla logica del profitto. Solo da pochissimo si ammette che separare pubblicità e contenuti giornalistici sia impossibile, ma finora si era addirittura creduto di poter dividere le notizie da chi le paga, ponendo le redazioni in conflitto con i loro veri datori di lavoro. La cosa, oltre che impossibile, è anche nefasta. L’indipendenza dal mercato finisce per essere, gira e rigira, la dipendenza da un partito o da un sindacato. Non si può pensare di produrre informazioni senza che ci sia qualcuno che ci mette i soldi. Quindi, se non è un imprenditore a pagare e rischiare, sarà un partito e un sindacato a farlo, con soldi pubblici, non di rischio. Non punterà tanto a massimizzare il profitto (un concetto neutrale che non richiede il lavaggio del cervello del lettore), ma ad inculcare le sue idee nelle menti del popolo. Dopo decenni di editoria assistita e di proprietà ibride politiche/imprenditoriali, non dobbiamo più stupirci perché i lettori non comprano più giornali dai quali non vogliono più essere rieducati. Il Corriere e a monte la sua editrice proprietaria, la Rcs, nel corso dei decenni è diventata una di quelle classiche realtà economiche italiane che non sai più se siano pubbliche o private, perché sono in mani private con interessi pubblici. Ora ci piacerebbe vedere un editore che si comporti squisitamente da privato, che ragioni solo con la logica del profitto, che sappia fare bene il suo mestiere: vendere, comunicando.

Alla domanda sul “terzismo” (né a destra, né a sinistra) tipico del Corriere, Cairo risponde al Foglio che: “Lei ha ragione quando dice che il terzismo non esiste più. Ma non esiste più semplicemente perché oggi i poli sono diventati tre (Pd, Grillo e centrodestra, ndr), e non più due, e dunque chi vuole pensare in modo libero deve fare un passo in avanti e diventare non più terzista ma… quartista!” E della borghesia che rappresenta dice: “La borghesia non chiede regali. Chiede di rendere più semplice la vita per chi fa impresa. Chiede che la spending review non venga fatta solo nelle aziende. Chiede che la politica capisca che ridurre i costi è il primo modo per trovare risorse per creare nuova occupazione. Chiede che non ci siano sprechi. Chiede che ci sia una tassazione degna di un paese che vuole crescere”. Ecco, questo è il quartismo che ci piacerebbe vedere anche in politica, non solo nell’editoria.

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di on 25 luglio 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Ché la scalata di Cairo al Corriere è una buona notizia

  1. Ernesto Rispondi

    25 luglio 2016 at 09:58

    Pensino i milanesi al meraviglioso successo che il “patto di sindacato” ha ottenuto col Corriere. Prima, lo ha trasformato da organi della classe media di Milano a pamphlet della borghesia romanaccia e degli evasori fiscali del PD (ogni ladro impiegato statale si mostra volentieri col Corriere sotto braccio, fa chic).
    Ora, sbraca e lascia che Milano perda il suo giornale di riferimento, al quale già aveva insozzato la testata aggiungendo l’indirizzo della sede di Roma.
    E questo dopo aver ridotto la redazione a una specie di centro sociale per rincoglioniti marxisti, guidato da strani personaggi che si dichiarano giornalisti, ma siedono in decine di consigli di amministrazione.
    I milanesi sono troppo, troppo pacifici (e troppi sono rincoglioniti come quella redazione): in un’altra città, qualcuno di questi “benefattori milanesi” non potrebbe più metter la faccia fuori dall’uscio di casa. Ma questi girano, si sa, con 8 guardie del corpo, talmente sono in buona fede.

  2. Luca Rispondi

    25 luglio 2016 at 10:31

    Eh finalmente direi.Non compro ne leggo il corriere,uno dei migliori giornali borghesi del paese fino ad un ventennio fa poi passato nelle mani sinistre di sinistra e di pseudo imprenditori di sinistra magari con aiuto di Stato e con arricchimento pubblicitari di aziendone statali.No non era più leggibile nemmeno via web.Cairo e’ imprenditore serio che viene da scuole imprenditoriali seri.E comunque la line è’ quella del direttore ma il direttore lo sceglie editore…o no?Auguri a Cairo.

    • Ernesto Rispondi

      25 luglio 2016 at 13:00

      Al Corriere, l’ultimo giornalista vero scelto come direttore fu Piero Ostellino. Cacciato dalla sera alla mattina per una telefonata di Fassino. Da allora, il direttore del Corriere lo sceglie il PD.

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