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La storia di Pessotto, il gregario professore

Mentre l’Italia giocava i Mondiali, a Torino l’ex terzino bianconero disputava la sua partita della vita

pessottoA Germania 2006 Gianluca Pessotto c’era. Non era convocato, non scese in campo e non era né in panchina né in tribuna. Eppure, c’era. È sceso in campo in finale, contro la Germania, negli allenamenti. Accanto aveva Cannavaro e Totti, Del Piero e Buffon. Compagni di club e nazionale, compagni di vita, che in quei giorni si strinsero ancora di più. Nei giorni dei sogni, di coppe e di campioni, direbbe Antonello Venditti. Nei giorni della paura e della speranza, giorni di domande e punti di domanda.

Perché Gianluca Pessotto aveva provato ad uccidersi? Perché Gianluca Pessotto voleva suicidarsi? Anche i calciatori hanno un’anima fragile, a dispetto di fama, successo, conto in banca. Per capirlo dobbiamo prendere la sua storia ad esempio.

Una carriera perfetta, iniziata nelle giovanili del Milan, passata attraverso Varese, Massese, Bologna, Verona, Torino. Prima di arrivare al grande salto, la Juventus. Con la maglia bianconera addosso Pessotto scenderà in campo 366 volte, alzando al cielo 4 volte lo scudetto, 4 volte la supercoppa italiana. Toccando il cielo dell’Europa e del Mondo con l’Intertoto, la Supercoppa Uefa, l’Intercontinentale e infine la Champions League. “È stata l’emozione massima, è stato bellissimo – ha raccontato il terzino juventino – è il tipo di partite che sogni di giocare quando cominci a calciare quel pallone. Durante i 90 minuti non ascolti nessuno, né ti preoccupa il risultato. L’unica cosa che vuoi è giocare. Il calcio non si gioca per il risultato, lo si fa per passione”.

Pessotto non è mai stato un eroe, un top player. Di lui non restano gol clamorosi, scene mitiche, partite assurde. Pessotto era un gregario di lusso, unico ed imprescindibile. Era, soprattutto, una persona semplice, normale: in ritiro, al posto delle cuffie e del lettore mp3, si portava i libri, soprattutto Dostoevskij; studiava, è infatti laureato in giurisprudenza; parlava con i compagni, per cui aveva sempre una parola buona, di conforto, di consiglio.

La sua carriera è passata in silenzio. Come in silenzio è passato il suo addio al calcio: senza colpi di scena, fuochi di artificio, mosse a sorpresa. Lo chiamavano Pessottino o Professorino, a Vinovo, dove capirono subito che uno così non poteva andare via. Serviva un volto nuovo, pulito, vero, dopo la bufera di calciopoli. Serviva un simbolo diverso. Ecco che sul piatto arriva il posto di responsabile della prima squadra. Gianluca accetta, senza pensarci.

È qui che ha inizio la discesa. Perché Pessotto si butta a capofitto nel lavoro, ma con difficoltà, tra gli ostacoli.  “Non si sentiva capace di esercitare il suo nuovo ruolo – racconta la moglie – mi ripeteva sempre che c’era un’enorme differenza tra stare in campo o dietro una scrivania”. In famiglia le cose non vanno bene, il lavoro stenta a decollare, l’ex calciatore inizia ad andare dallo psicologo. È il 27 giugno del 2006, sono passati appena cinque giorni dalla vittoria azzurra sulla Repubblica Ceca nei gironi del Mondiale di Germania, Gianluca Pessotto, dopo aver litigato con la moglie e ormai a pezzi mentalmente, decide di farla finita. Alle 11 di mattina si lancia dal quarto piano della sede della Juventus, nel quartiere Crocetta, in mano ha un rosario. Il corpo impatta su due auto, frenando la velocità della caduta. All’ospedale Molinette di Torino gli riscontrano fratture multiple, ma la vita non era in pericolo.

Quando la notizia arriva nel ritiro dell’Italia, in terra tedesca, è come un terremoto. Cannavaro, Zambrotta, Ferrara e Del Piero lasciano la struttura per raggiungere l’ex compagno di squadra in ospedale. Il gruppo si compatta ancora, adesso la vittoria deve arrivare anche per lui. Così al termine della partita con l’Ucraina, vinta per 3-0, i giocatori espongono lo striscione: “Pessottino siamo con te”.

Accanto al Professorino, intanto, oltre alla sua famiglia, c’è un certo Paolo Montero. Il più cattivo di tutti, partito da Montevideo solo per stare vicino all’amico. A Berlino l’Italia vince la Coppa del Mondo, a Torino Pessotto vince un’altra finale. Quella della sua vita. Dopo interventi chirurgici e prognosi riservate, il 17 luglio è fuori pericolo.

Oggi la crisi è solo un ricordo e l’ex terzino è responsabile del settore giovanile della Juventus. Da dove usciranno, forse, i campioni del mondo di domani.

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di on 14 marzo 2019. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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