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La sinistra in fuga dalla realtà

I vecchi comunisti erano settari e manichei, ma coltivavano quella suprema virtù della politica che è il realismo. Oggi invece i leader(ini) progressisti pretendono di dare lezione ai fatti, chiusi nel loro mondo autoreferenziale...

Marx 2.0La sinistra ha perso la classe operaia. Lo dicono in tanti e l’ho detto e argomentato anche io in queste pagine. Credo che oggi bisogna però compiere un passo ulteriore e dire che la sinistra, almeno la parte maggioritaria di essa, ha perso qualcosa in più: l’aggancio con la realtà. La quale, con i “duri fatti” di cui parlava Karl Marx, si è alla fine vendicata. I fischi tributati al segretario Martina ai funerali di Genova, che fanno seguito alla débâcle elettorale del 4 marzo, ne sono la palese dimostrazione. Così come la reazione scompostafatta di espressioni del tipo: “il nostro non è un paese civile”, “è ora di emigrare”, ecc.

Andare contro il sentimento popolare, disprezzarlo, a ben vedere, non è confacente non solo, come si dice, a una forza di sinistra, ma una forza politica tout court. Almeno in democrazia. Il realismo politico non è infatti un optional, ma semplicemente il metodo della politica. Almeno di una politica che non voglia ridursi a meroflatus vocis, ma voglia incidere sul contesto. Si può avere un ideale da affermare, ma in ogni caso esso deve fare i conti con il sentimento diffuso e con le reali forze in campo. Inveire contro il “populismo” senza chiedersi a quali domande reali e bisogni concreti risponda (giusti o sbagliati che li si consideri), è peggio che sbagliato: è stupido. Così come lo è considerare questi bisogni come non reali, semplicemente “percepiti” da menti manipolate da accorte fake news. Un’idea che presuppone, fra l’altro, un’arroganza e una sbandierata “superiorità intellettuale” e “morale” semplicemente mal riposte e ipocrite.

Lo stesso discorso vale per la retorica (di importazione), ultimamente di moda, del “cretinismo” e dell’ “incompetenza” diffuse nella società e nel mondo politico. A parte il fatto che storicamente in politica hanno creato molti più danni e tragedie gli intellettuali che non la gente comune, è inaccettabile che ad autocertificarsi “intelligenti” e “competenti” siano i rappresentanti di un mainstream culturale e di un potere intellettuale (per fortuna sempre meno influente) fondato su una Mezza Cultura e su idee e atteggiamenti stereotipati e di facile successo. Il vero uomo di cultura non pontifica e non dà giudizi morali ma cerca di capire con umiltà il reale, nella sua complessità e nelle molteplici sue sfaccettature e contraddizioni: non ha ricette in tasca ma solo una “dotta ignoranza” fondata sul “sapere di non sapere”.

Questa “fuga dala realtà” della sinistra è recente. I vecchi comunisti, memori della lezione di Marx, che Croce ebbe a definire il “Machiavelli del proletariato”, formatisi alla severa scuola del “cinico” Togliatti, imbevuto di cultura hegeliana, tutto erano fuorché poco realisti: settari e manichei, faziosi certo, ma non irrealisti. Dal Comitato Centrale alla più periferica sezione del Partito, non c’era discorso di dirigente o funzionario che non iniziasse dalla situazione internazionale, planasse poi su quella italiana, desse un occhio infine a quella più propriamente locale, e solo poi, tenuta in debito conto l’ideologia, formulasse la strategia, la tattica e le propste politiche. Oggi i leader della sinistra, chiusi nel loro mondo autoreferenziale, cercano nella realtà conferma ai loro schemi menali, e se la realtà non la dà sono pronti ad emendarla o a metterla fra parentesi come un ingombro. Non è stato sempre così, dicevo: le cose sono cambiate per mille ragioni (non solo nazionali), che gli storici più accorti hanno enucleato, con la stagione del Sessantotto, con la svolta di Berlinguer sulla “questione morale”, con la fine ovviamente del “socialismo reale” e lo scoppio in Italia di “Tangentopoli”. La Repubblica, a un certo punto, ha cominciato a dare la linea sostituendosi a L’Unità. Il “ceto medio riflessivo” è diventato la classe sociale di riferimento. Il “dirittismo” e il moralismo, con il loro velleitarismo, hanno sostituito la “questione sociale”. Può dirsi la vittoria postuma della cultura azionista sul comunismo. Come il Partito d’Azione, anche la sinistra post-comunista, messasi su questa china,è destinata però prima o poi a scomparire.

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di on 24 agosto 2018. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

11 commenti a La sinistra in fuga dalla realtà

  1. Carlo Rispondi

    24 agosto 2018 at 22:58

    L’Italia così come la viviamo in forma repubblicana è cosa relativamente recente, e formatasi dopo un periodo di regime autoritario/totalitario (sul grado di totalitarismo, esplicitamente ammesso come obiettivo dal regime stesso ma imperfettamente raggiunto – totalitarismo imperfetto è definizione ormai non particolarmente avversata nemmeno dalla maggior parte della ‘sinistra storiografica’ -, è cosa su cui si può discutere ma, per quanto accademicamente affascinante dubito possa essere utile a risolvere i problemi dell’oggi). E in forma di democrazia liberale con suffragio minimamente allargato alla parte maschile, non è poi molto più antica. E si sa, i giovani sono indispensabili se e quando si fanno portatori di una ventata di novità, tuttavia bisogna anche attendere che maturino.

    Dall’utopia comunista del pensiero socialista ottocentesco, di tutt’altra dignità a confronto degli epigoni marxisti-leninisti, si è passati da un lato alla revisione socialdemocratica e dall’altro, appunto, alla ancor più più pesante revisione bolscevico-leninista. E già allora una bella fetta della sinistra italiana e degli intellettuali, chierici o meno, non sapeva dove andare. Ne nacque quel che è stato da taluni definito l’ircocervo – forse a Croce sarebbe piaciuta l’espressione, per quanto egli pure partorì quell’ircocervo del liberalismo senza libero mercato inventando il ‘liberismo’ – comunismo-socialdemocrazia, ovvero il Pci. Tra fascismo e antifascismo e ‘ircocervate’ varie, come pure la nobile tradizione liberalsocialista potrebbe esser considerata – un ircocervo -, si giunge all’età repubblicana tutto sommato senza particolari strattoni ideologici – insomma vedo più continuismo che rottura. Bisogna aspettare i fatti d’Ungheria perché qualcosa si muova: tremendamente in ritardo e allo stesso tempo movimento insufficiente e talvolta estremo – l’estremismo è tipico dei ‘neoconvertiti’.

    Quando si arriva alla fine degli anni ’60, i figli dei borghesi ce l’han con sé stessi e con i propri genitori. Ragazzate, ribellione giovanile: si punta al rovesciamento totale ma non si ottiene nulla più che una rivoluzione dei costumi, in questo senso assolutamente borghese, ‘marxianamente’ parlando. Tanto ha prodotto il ’68, e in modo così multiforme, che, lungi dall’esser morto e sepolto il deprecato individualismo prorompe in/con tutta la sua forza, e ci si disperde in mille rivoli, dall’estrema destra all’estrema sinistra. Ma si deve pur campare e, tra keynesismo, welfare state e neoliberalismo tatcher-reaganiano (non puro per carità: c’è Hayek sì, ci sono addirittura deregulation sin troppo disinvolte, ma la sintesi neoclassica, probabilmente l’ennesimo ircocervo, è comunque pensiero mainstream, e poi lo Stato, una volta ingigantitosi e ‘autonomizzatosi’ rispetto al corpo politico-sociale-economico, non può certo suicidarsi…), la generazione del ’68 diventa mano a mano classe dirigente, ceto medio impiegatizio, statale e privato, ceto medio riflessivo – per lo più pubblico.

    Molti tra i figli dei borghesi continuano a non considerarsi tali, dalle colonne dei giornali, dalle tribune dei partiti, dai pulpiti accademici (da me peraltro assiduamente seguiti durante il percorso – tra storia e archeologia, antropologia e sociologia, storie del pensiero e questioni di epistemologia, teoria della conoscenza e metodologia proprie di ogni disciplina – universitario e post-universitario, forse un poco troppo acriticamente ma… ero più giovane anch’io – iniziai l’università nel periodo di Seattle. Sono giovani dentro (anche ora a 70 anni) e, per questo, ancora convinti di aver tutto sommato ragione, in senso assoluto, scientificamente dimostrabile. Dimostrabile è invece che, in effetti, borghesi – nel senso ricossiano chiarito in Straborghese – probabilmente non lo sono stati e non lo sono, a meno che non si voglia restringere il senso a: conservatori talvolta reazionari e talaltra nobili – baroni – più che borghesi.

    Eggià: quanti tra di loro, economisti compresi, hanno rischiato del proprio in vita loro? Quanti hanno messo in gioco l’odiato capitale, che pur avevano e hanno accumulato, rischiandolo in una propria attività o anche ‘solo’ in borsa, sul mercato finanziario? Non azzardo statistiche ma, in base all’esperienza diretta direi una esigua minoranza. Insomma, una (e più) generazione di intellettuali che sproloquia sul mercato senza averne mai e poi mai avuto un’esperienza diretta: né in qualità di imprenditori, né di investitori e, per molti, nemmeno di dipendenti del settore privato.

    Ad ogni modo, il tempo li ha condotti, complice l’implosione dell’URSS e ripensamenti vari, verso più moderati ‘ircocervi’ più o meno compiutamente socialdemicratici e liberalsocialisti. Ma, come dicevo, sono ancora giovani, come lo è la nostra forma di governo o e l’abitudine alle sue regole del confronto, o almeno tali si sentono. Date loro ancora qualche lustro e ‘scopriranno’ il liberalismo – già Luca Ricolfi nel suo lucidissimo Sinistra e popolo fa ‘dialogare’, e finalmente, Bobbio e il suo schema bipolare di destra e sinistra con l’assai più realistico tripolo hayekiano. Certo, c’è da chiedersi se non sia già troppo tardi…

    • Vaudano Rispondi

      27 agosto 2018 at 10:24

      Tripolo hayekiano? Sarebbe?

      • Carlo Rispondi

        28 agosto 2018 at 18:36

        Nulla di che, un modo sintetico per dire che, mentre Bobbio in ‘Destra e Sinistra’ sostanzialmente – mi si conceda la semplificazione che si permette anche Ricolfi, che non è comunque lontana dal ‘vero’, a mio giudizio – divide il mondo appunto tra i due suddetti poli, con tutto il positivo da una parte (a sinistra ovviamente: libertà, eguaglianza, giustizia, progresso, ecc.) e nulla di positivo dall’altra – se non l’accettazione delle ‘regole democratiche’-; Hayek (in ‘Perché non sono un conservatore’ se non ricordo male) ha l’accortezza e la generosità di proporre un modello un po’ più complesso e realistico, e meno partigiano. Con un polo propriamente conservatore a destra, uno liberale che ha come faro la libertà e uno guidato dall’eguaglianza a sinistra.

        In questo secondo caso non ne consegue necessariamente una delegittimazione dell’avversario in un contesto di competizione democratico-elettorale, né una guerra tra il bene e male a priori, né uno scontro tra chi vuole attentare alla democrazia e chi invece vuol difenderla, né un clima da ‘guerra civile’ o da ‘scontro di civiltà’. Questo poiché alle parti avverse, almeno tra quelle che accettano il confronto elettorale all’interno di una democrazia liberale, sono riconosciute, e almeno teoricamente, delle buone ragioni, legittimamente perseguibili – si tratta ‘solo’ di visioni differenti del dosaggio di elementi quali conservazione, progresso, libertà, ‘eguaglianza’, ecc.

  2. Luca Rispondi

    27 agosto 2018 at 11:15

    Lontani dalla realtà…certo che è così,ma è così anche per chi ha creduto in una possibile socialdemocrazia”morbida e liberale”.La sinistra non è in grado di governare non potendo capire dove e come si produce la ricchezza da distribuire. …e la gente finalmente capisce che “tutti poveri uguale” non funziona ne vogliamo esserlo, e che il gravame enorme prodotto dalle amministrazioni statali,comunali ed altro in carico totalmente al nord non sta impiedi (i suicidi degli imprenditori ne sono minimo indicatore ma indicatore).Stare con questa pseudosinistra va bene per le salamelle alle feste dell’unità…anch’ esse in linea con la scomparsa.

    • Ingmar Rispondi

      15 ottobre 2018 at 03:56

      La ricchezza la producono le idee e/o chi lavora per metterle materialmente in atto, spesso le stesse persone più spesso no, bisognerebbe trattare entrambi con la stessa dignità e questo genererebbe una redistribuzione, ma al tempo stesso mettendo l’impresa nelle condizioni di prosperare, senza che debba fallire per tassazioni insostenibili. Tanto più si prospera quanto più si tassa. Minore la discrepanza tra stipendio dei soci e stipendio dipendenti minore dovrebbe essere la tassazione, quindi non semplice progressività, a mio parere.

  3. Pierluigi Greco Rispondi

    28 agosto 2018 at 11:06

    Certo l’arroganza e la presunzione intellettuale degli intellettuali, così detti, di sinistra è e è sempre stata evidente. Ma non è che il progressimo della sinistra di oggi è puramente di facciata, necesseria ad acquisire un certo consenso e a trasmettere un immagine di capacità adattiva tipica solamente delle menti più elevate?.
    Non è che in fondo sono rimasti i vecchi trinariciuti di una volta, schema mantale dal quale non riescono e non vogliono uscire perchè costitutivo del loro DNA?
    L’esempio del problemma immigrazione potrebbe essere significativo: forse sono rimasti alle vecchie internazionali socialiste?
    Insomma secondo me le ideologie e le religioni hanno i loro punti fermi, cardini del sistema. Non si possono intaccare.Ne rimodellare.
    Si può chiedere al Papa il permesso di abortire? di non credere alla verginità della Madonna? Di far sposare i preti? Di riconoscere la naturalità della omossessualità?
    Si può chiedere a Marx di disconoscere il plus valore attribuendo il giusto compenso del Capitale? Di conseguenza si puo chiedera l’abiura della lotta di clase? Si può chiedere di disconoscere che il valore di un bene non è dato dal costo ma dall utilità marginale? Sipotrebbe continuare per pagine….
    Modifiche intellettuali a qauanto sopra porta a un nulla di fatto. Solo grandimpasticci.

  4. HaDaR Rispondi

    3 settembre 2018 at 04:37

    Che analisi penosa: dimostra che in Italia in realtà ci sono SOLO la Sinistra e il Vaticano.
    Infatti, manca la VERA democrazia liberale (che non è socialismo di destra alla Berlusconi).
    Se cominciaste a SMETTERE D’IGNORARE tutta l’elaborazione politico filosofica, contenuta in migliaia e migliaia di pagine di corrispondenza, a livelli che in Europa si sognavano, non solo all’epoca, un’elaborazione fatta da gente come Alexander Hamilton, John Adams, Benjamin Franklin e soprattutto Thomas Jefferson, avreste un’idea della possibile alternativa.
    Invece continuate a non conoscere l’alternativa della LIBERTÀ, quella della libertà dell’INDIVIDUO (la SOLA libertà vera) e del LIBERO MERCATO che dalla libertà vera è inseparabile.
    Lo fate nella presunzione eurocentrica che ha dato al mondo il Cattolicesimo e il suo figliastro Socialismo, ENTRAMBI LIBERTICIDI: sia il Socialismo di sinistra, il Comunismo, sia quello di destra, il Fascismo; offrendo al mondo i regimi e le guerre piú sanguinari della Storia.
    Continuate pure a prendervi gioco della sola democrazia fondata sulla LIBERTÀ e ad illudervi di esserne superiori: i risultati si vedono. Non solo non crescete, ma siete in costante declino culturale, economico, finanziario, strutturale, ecc.
    Ricordatevi che nel 1994 l’Italia aveva un valore creditizio (rating) di AA, che seppur ben al di sotto degli USA (o dell’Olanda e altri paesi non catto-socialisti), era ben piú alto del BBB di oggi, livello a cui è calata COSTANTEMENTE, TANTO grazie ai socialisti di destra alla Berlusconi, Tremonti, Bossi, ecc., QUANTO grazie ai socialisti di sinistra alla Prodi, D’Alema, Renzi, ecc.
    A voi, dalle scuole al parlamento, MANCA il vero liberalismo, mentre avete socialismo in abbondanza, di ogni colore: Bianco, Rosso, Nero, Verde… ed ora, nel miscuglio perfetto fascio-comunista, pure in Giallo con le stelline… 😉

    • Emilia Rispondi

      12 settembre 2018 at 21:04

      Hai fatto di tutta l’erba un f(F)ascio. Si salva qualcuno?

    • Carlo Rispondi

      14 settembre 2018 at 10:33

      Piuttosto condivisibile da parte mia anche se, in quanto liberale, anche ‘epistemologicamente’ parlando e in linea con Popper e successivi, riconosco i limiti della ragione oltreché della politica (che ha limiti ma soprattutto è da de-limitare, come il potere nel quale si incarna) quindi sono piuttosto lontano dall’andare in giro a distribuir patenti di liberalismo o a insegnar quale sia la sola libertà vera – ciò non toglie che ogni tanto ci voglia, basti pensare al ‘Liberalismo vero e falso’ di Bedeschi o al ‘La democrazia liberale (e le altre)’ di Cofrancesco o al ‘Liberali. Quelli veri e quelli falsi’ di Antiseri.

      Più che altro perché mi ricorda le infinite sterili discussioni a sinistra, con i primi della classe che si sentivano in diritto e in dovere di assegnare patenti di ‘vero marxismo’ a questo e a quello, perché loro sì erano in possesso della vera e giusta esegesi del sacro testo (quali testi poi non si sa, se è vero che dagli studi filologici della MEGA, pare che la ‘teoria del valore-lavoro’ sia espressione da Marx mai utilizzata – e farebbe onore alla sua intelligenza il non aver partorito una teoria così semplicistica). Ogni tanto lo vedo, con dispiacere, in campo libertario, dove qualcuno è convinto che basti citare Rothbard o Ayn Rand come fossero la bibbia per zittire qualsiasi interlocutore – stesso identico clima che si respira nelle sezioni di Lotta Comunista peraltro…

      L’unica cosa che non mi è chiara però è: voi chi? (Per parte mia io non vivo nemmeno più in Italietta, appena mi si è presentata l’occasione son fuggito e già il fatto di non versar tasse – e di versarne in realtà pochissime – con l’unico scopo di alimentare quel fallimento che l’Italia è sempre più diventata, mi rincuora).

      • CESARE SANITA' GOSS Rispondi

        27 ottobre 2018 at 12:04

        Il fatto che lei sia “scappato da questa italietta” detto in modo sprezzante non le da il diritto di criticare chiunque sia in ITALIA a lottare per migliorare questa italietta. SI VERGOGNI!

  5. Walter Rispondi

    13 settembre 2018 at 19:37

    A confermare il vuoto di liberalità in questo strano paese che lascia all’impossibilità di governo forze impossibilitate a governare se non quando forse l’economia si trovi in un ciclo positivo e la ricchezza prodotta dai privati cresce ,cosa difficile da rivedere peraltro in tempi brevi. Le sinistre ,socialdemocrazie comprese, si riducono al lumicino incapaci di riproporsi in forti livelli oppositori avendo “bucato” da tutte le parti.

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