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L’eterno 4 luglio di Michael Cimino

Un colpo solo, come urla il miglior Robert De Niro di sempre, un film solo per riscrivere le regole del cinema, e la storia d’America. Michael Cimino, l’autore (regista è faccenda solo tecnica, sceneggiatore è faccenda solo da scribacchini) de Il Cacciatore, è morto il 3 luglio 2016, a poche ore dal duecentoquarantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Allusioni cabalistiche, ghirigori del tempo e dello spazio, coincidenze mondane. Resta l’evidenza del dato artistico, resta il fatto inoppugnabile che con quell’unica gemma datata 1978 (il successivo I cancelli del cielo, l’unico film in grado di far fallire una major, la United Artists, è ancora altra cosa, è puro maledettismo del genio impresso su pellicola e scolpito nell’ambizione sconfinata di rifondare l’epica western), Cimino è arrivato dove nessuno era arrivato, all’essenza di quell’esperimento controintuitivo che sono nella storia gli Stati Uniti d’America, e ha reso per sempre visibile il legame tra quell’esperimento e alcuni dati incontrovertibili dell’umano, sopra tutti la speranza di contraddire il già dato, di superarlo, per quanto questo sia opprimente e viscido e schifoso come un giro di roulette russa. Il diritto alla “ricerca della felicità”, è questo l’oggetto misterioso, la pietra filosofale del Nuovo Mondo, non è previsto in nessuna Costituzione o documento politico stilato dai coltissimi europei nel corso dei secoli, lo trovate solo lì, nel manifesto che i coloni siglarono il 4 luglio 1776 pigiati in una sala a Philadelphia, ed è quello che nonostante tutto insegue Mike, interpretato da De Niro, quello che tra i protagonisti prova a reagire all’immondezzaio del Vietnam e a reinventarsi una vita, a ricercare la felicità.

Non capirono niente, ovviamente, alla fine della sbronza ideologica dei Settanta. “Con questo film Michael Cimino si colloca a destra di John Wayne” disse l’inascoltabile Jane Fonda, l’Hanoi Jane che tifava vietcong dall’attico delle sue ville, come se John Wayne fosse collocabile a destra o a sinistra, e non sopra, per sempre, nel mito originario, quella Frontiera che nel film diventa la frontiera della mente e il limite dell’umano, di fronte a una guerra sordida, di attentati e non di eserciti, e di fronte alla tortura estrema della roulette russa. Andò ancora peggio in Europa, non c’era festival in cui Cimino non fosse accusato di essere “reazionario” (quando l’unica cosa a cui reagiva era l’imput del suo talento) o perfino “fascista” (quando il suo capolavoro è un inno all’opposto perfetto di ogni fascismo, l’individualismo volontaristico e spontaneo che discende direttamente dal 4 luglio di duecentoquaranta anni fa). Andavano tutti in visibilio per Tornando a casa, onesto compitino di tale Hal Ashby sull’ingiustizia della guerra americana. A Cimino non interessa affatto che la guerra sia giusta o ingiusta, come ogni vero artista pensa e gira mille miglia oltre la morale, o meglio oltre la sua caricatura moralistica, a lui interessa il dramma innegabile dell’esistenza, degli uomini e di qualcosa come la guerra, e la reazione tragicamente variopinta dei singoli individui. Non a caso sceglie uno spaccato opposto a quelli bazzicati dalla nouvelle vague hollywoodiana con cui troppo spesso è stato mischiato, sceglie un gruppo di operai di un’acciaieria della Pennsylvania, perdipiù immigrati della comunità ucraina, gente di bevute e di goliardia e di caccia che si reca in Vietnam senza domande sovrastrutturali, istintivamente convinta che così si debba fare, e che comunque al fondo i nemici della libertà siano gli altri (come in effetti storicamente era). Soprattutto, gli interessa il dopo, non solo e non tanto come tornano a casa, ma come tornano in se stessi, se ci tornano, o come si arrendono al già dato, a quello che è successo, come fa Nick/Christopher Walken, chiuso per sempre in una bettola di Saigon a ripetere a oltranza il gesto della roulette russa ormai spogliato di ogni significato, in attesa che arrivi la fine.

La fine arriva, ovviamente, ed è un’apologia dello spirito americano insuperata perché autentica, vertiginosa perché domestica, depurata d’ogni retorica generale, edificata sul singolo corpo di Nick, e sui suoi amici che si ritrovano insieme al suo funerale. Seduti a tavola, occhi negli occhi, ma nessuna voglia di guardare, tantomeno di parlare. John, il barman, l’inconsapevole anima critica di tutti, accenna un motivetto mentre lava i piatti, un noncurante diversivo. È God Bless America. Iniziano a fischiettare tutti, fischietta Mike/De Niro, fischietta Linda/Meryl Streep, la donna che ha amato Nick e ora prova a ricercare la felicità con Mike, a vivere ancora, fischiettano tutti in un’escalation che infine si trasforma in un coro liberatorio, e libertario, in una dichiarazione di non resa, nell’affermazione collettiva che l’orrore non ha l’ultima parola, l’ultima parola ce l’ha qualcosa di indefinibile eppure presentissimo, qualcosa come un destino manifesto. God bless America, appunto. Ed è anche il senso profondo di ogni 4 luglio.

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di on 4 luglio 2018. Filed under Editoriale,Spettacoli. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a L’eterno 4 luglio di Michael Cimino

  1. Fausto Rispondi

    4 luglio 2016 at 15:20

    We were soldiers è il vero il film sulla guerra del Vietnam.

    • Giovanni Sallusti Rispondi

      4 luglio 2016 at 19:06

      Bel film, secco, aideologico, ma davvero: non mischiamo il buon artigianato con l’arte. “Il Cacciatore” svetta sul secolo, così come la Dichiarazione d’Indipendenza svetta sulla storia dei documenti politici. Buon 4 luglio, a presto!

  2. Mario Rispondi

    4 luglio 2016 at 18:05

    Davvero una coincidenza lui si distacca da noi nello stesso giorno in cui tredici aree americane si separarono dal Regno di Gran Bretagna.Forse ha scelto è voluto lui anche questo.Cimino lascia una traccia indelebile nella cinematografia ed un’ immagine dell’esser americani forte ed incancellabile che appaia di destra o no.Noi non abbiamo né la fede degli americani né i Cimino, abbiamo Renzi e la Merkel che detta i punti delle nostre vite.

  3. Padano Rispondi

    5 luglio 2016 at 12:26

    Il film più parlante sul dramma dei reduci del Vietnam (ma, potremmo dire, sul problema dei reduci in generale), è sicuramente “Rambo”.
    Uno dei più bei film antimilitaristi della storia.

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