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Ben fatto, Donald

Guarda un po', a noi non piacciono macellai che si dilettano a gasare il proprio popolo, né autocrati di purissima scuola Kgb, né Guardie della Rivoluzione islamista. Ci piace, invece, un presidente pronto a riaffermare di fronte alla barbarie la presenza del mondo libero

trump 2E invece, guarda un po’, noi stiamo con l’America. E invece, riguarda un po’, a noi non piacciono macellai conclamati che si dilettano a gasare il proprio popolo, né autocrati di purissima scuola Kgb che vogliono restaurare improbabili fasti di improbabili imperi sguazzando nel putrido stagno mediorientale, né Guardie della Rivoluzione islamista che mettono il piede in Siria per farne un trampolino dell’auspicata rivoluzione islamista universale. Capiamo che rischia di apparire una posizione démodé, in tempi di candidati premier del centrodestra (ma a questo punto bisognerebbe chiarire quale centro e, soprattutto, quale destra) che twittano genericità antiamericane pescate di peso dal repertorio della sinistra arcobaleno, di opinionisti “liberali” che vanno in fregola d’amore appena odono note moscovite (e persino pechinesi, a questo siamo arrivati, alla Cina del Partito Unico e dei laogai come alfiere del liberismo), di un generale clima bipartisan ormai pazzotico e fuori controllo, dove si parla senza più alcuna percezione del ridicolo di “atto di guerra” e di “imperialismo” del dollaro per un episodico raid mirato, solo strutture siriane, solo arsenali chimici, no basi russe e no civili (che non è esattamente la preoccupazione principale dell’aviazione di Assad-Putin quando macella bambini, ma pare che le bombe dei dittatori facciano meno male di quelle delle democrazie).

Eppure, la verità è questa. Nella tormentata Siria, responsabile principale il riottoso e imbelle Barack Obama, la più grande disgrazia si sia abbattuta sul mondo libero in tempi recenti, c’è un tiranno alawita, espressione di una minoranza del Paese, che da anni infierisce su larghi strati del suo popolo, alimentando il terrorismo jihadista indirettamente, e per la verità anche direttamente (chiunque possegga due nozioni di Medio Oriente sa che dalle carceri di Assad sono stati scientemente liberati molti quadri dirigenti di Al Qaeda e dell’Isis, perché è interesse prioritario del massacratore giustificare i massacri in nome della lotta all’islamismo sunnita, mentre intanto si offre sponda all’islamismo sciita). Tra le mille e più colpe obamiane, c’è quella di non aver mai fatto valere con questo genocida l’autoproclamata “linea rossa”, la reazione punitiva di fronte all’uso immondo di bombe chimiche sui civili. E’ proprio in quel momento che Vladimir Putin intuisce che può provare a farsi Zar planetario rispetto a quel che è per peso oggettivo del suo Paese, una potenza regionale, causa disimpegno inaspettato dell’attore principale. Bene, nel frattempo sono successe tante cose. La principale è che il popolo americano ha portato alla Casa Bianca un signore con una missione ben precisa, ribaltare l’agenda perdente obamiana: Donald Trump. Il quale già l’anno scorso mandò i Tomahawk di fronte alla linea rossa violata, e in questi giorni ha replicato. Si tratta sempre di un attacco dimostrativo (per quanto strillino i pacifinti ormai monopolisti nell’arco costituzionale italico), ma d’intensità maggiore al precedente, e condotto stavolta con due alleati che avranno alcuni limiti di visione (molti più lui di lei), ma quando la cronaca s’incendia si rammentano sempre della propria collocazione atlantica e occidentale: la May e Macron. Sono stati colpiti depositi delle armi chimiche del regime (una notizia non messa in discussione da alcuno, che già da sola smonta la vulgata filo-assadista sull’assenza di tali dispositivi di morte), luoghi per lo stoccaggio e per la logistica. E’ stato ulteriormente indebolito l’arsenale del regime (obiettivo tattico) ed è stato dimostrato che l’aviazione alleata può colpire quando vuole in Siria (obiettivo strategico). Lo sa bene lo stesso Putin, uomo molto più accorto e multiforme di quanto immagini la sua acefala tifoseria nostrana, tanto che ha fatto la voce grossa ad uso delle agenzie di stampa su non meglio specificate “conseguenze” per gli attaccanti, ma nella realtà dei comandi militati si è coordinato alla virgola con Washington, per evitare collisioni deflagranti e soprattutto per evitare di mettere davvero alla prova lo scudo antiaereo russo di fronte al fuoco del Paese più avanzato del mondo, militarmente e tecnologicamente.

Specularmente, l’iniziativa di Trump si colloca a distanza siderale dalle caricature che ne fanno i detrattori, peraltro spesso in barba al principio di non contraddizione. The Donald non è né il rigido isolazionista che ci ha raccontato questo mainstream tarlato per più di un anno (America First vuol dire anzitutto America prima nel mondo, ormai dopo offensive commerciali e Tomahawk in azione dovrebbe essere chiaro) né il fanatico guerrafondaio che lo stesso mainstream pretende di rifilarci ora dalle colonne degli stessi giornali e dalle poltrone degli stessi studi televisivi, senza un minimo orrore di sé. Non è nemmeno un neoconservatore a tutto tondo, di limpida linea reaganian-bushiana (nonostante stia intelligentemente mantenendo il meglio di quella scuola, vedi incarico pesantissimo sulla Sicurezza Nazionale dato a un fiero occidentalista come John Bolton, tutt’altro che estraneo all’offensiva aerea contro Damasco). Piuttosto, Trump sta aggiornando alla complessità contemporanea un approccio ben radicato nella storia della destra repubblicana americana, un pragmatismo dei principi che rimanda alla presidenza Nixon (negozia da posizioni di forza, non impegnarti in un’escalation militare con l’avversario, ma ricordagli la potenza americana ogni volta che costui forza la mano), alla presidenza di Theodor Roosevelt (tratta sempre con la mano tesa, ma tenendo nell’altra un nodoso bastone), a una Weltanschauung che non impegna gli Stati Uniti a “rimuovere il male dal mondo”, ma a ricordare che la barbarie non ha l’ultima parola, e che dittatori e piromani vari del diritto dovranno sempre fare i conti con la potenza del mondo libero. “A Iran e Russia chiedo: che tipo di nazione vorrebbe mai essere associata agli omicidi di massa di uomini, donne e bambini innocenti? Nessuno può riuscire a sostenere, per un lungo periodo, Stati canaglia, brutali tiranni e dittatori assassini”. Eccoli, i destinatari veri dei Tomahawk sganciati da Trump, gli obiettivi in filigrana, eccola la partita geopolitica a lungo termine. L’America non è più inerte di fronte ai giochi di guerra di Putin, l’America non accetta che gli ayatollah filoterroristi di Teheran portino in fondo il progetto di egemonizzare il Medio Oriente, l’America torna a difendere i suoi alleati nell’area, Israele in primis. Ben fatto, Donald.

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di on 14 aprile 2018. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

17 commenti a Ben fatto, Donald

  1. Luca Rispondi

    14 aprile 2018 at 18:15

    Un regime fantoccio nelle mani alleati che fanno da lustri carne da macello dei propri cittadini o mediorientali vari e di varie specie.L’alleanza russo- iraniana possiede il futuro degli Assad …un nulla…. come nulla è il blitz dimostrativo di Trump che bene ha fatto ad esserci comunque.Adesso avremo la scomparsa di tutti gli oppositori di Assad che saranno torturati,decapitati,gassati in una crudeltà senza fine ei dramma di chi si è ribellato e noi guarderemo le partite o le gare di danza.Brutto errore comunque di Trump quando afferma che in sei mesi porterà via i militari anche se poi corregge dicendo che attaccherà se usassero ancora armi chimiche in violazione degli accordi 2013.Mala tempora currunt..

  2. Andrea Rispondi

    14 aprile 2018 at 19:46

    Ottimo articolo. Grazie, direttore!

  3. ultima spiaggia Rispondi

    14 aprile 2018 at 21:18

    Siamo sicuri che Assad si sia dilettato a gasare il proprio popolo?
    I missili saranno stati pure intelligenti, ma chi li ha sparati ha dimostrati d’avere poco cervello.
    La distruzione dell’Iraq, cominciata con le sanzioni economiche nel 1991 e costata circa mezzo milione di bambini morti (stima UNICEF), non ha insegnato niente?

  4. aurelio Rispondi

    15 aprile 2018 at 19:34

    Azione dimostrativa certo ma si sappia che siamo sul pezzo.Eppoi abbiamo un Macron che scappa in avanti e si avvicina al biondo “trascurando” la Germaniuccia e il resto della pavidità geografica che viviamo.Siamo la più ricca,colta e potente area geografica del mondo e ci muoviamo come se un arretratissimo medio oriente con qualche lira di energia da vendere fosse chissacchè.Se ognuno stesse al suo posto per ciò che è e non per ciò che gli fanno credere essere non avremmo un Trump,ma c’è e al momento va bene e sta arricchendo la sua geografia e la sua potenza oltre a produrre in concretezza il programma per cui è stato eletto a dispetto di quelli bravi e scaltri.

  5. Marco Green Rispondi

    15 aprile 2018 at 20:32

    Visto lo spessore dei partecipanti e le banalità dispensate a piene mani nel tentativo di accaparrarsi facili consensi, il confronto Salvini – Di Maio, più che una sfida tra aspiranti premier, ricorda quei concorsi di bellezza dove le finaliste, rivolgendosi al pubblico, danno ampio sfoggio della propria intelligenza con le classiche uscite sul trionfo della pace contro la guerra e la fine della fame nel mondo.

  6. Maria Skalinska Rispondi

    16 aprile 2018 at 08:25

    Finalmente un po di verità.Putin vuole rifondare la vecchia URSS.Lo dice apertamente.Che ci fà in Syria????Solo Trump ha interessi economici?Ed è Putin con l’acqua alla gola perche è la Russia ad affondare.

  7. Dario Nordista Rispondi

    16 aprile 2018 at 12:29

    Grazie direttore per aver detto cose ovvie e di buon senso che buona parte dell’ex centrodestra non è nemmeno più in grado di capire.

  8. Emilia Rispondi

    16 aprile 2018 at 21:35

    Per me fa troppo poco. Con quella gente li bisogna andarci duri. Mettersi al fianco di Israele e fare piazza pulita.

    • Sergio Andreani Rispondi

      17 aprile 2018 at 11:47

      Sei pronta a combattere?

      Se sì, io vengo con te.

      Morte all’ISIS.

  9. Milton Rispondi

    17 aprile 2018 at 18:43

    Ho aspettato inutilmente qualche commento almeno dubitativo sulle tesi di questo articolo, e sono molto sorpreso di non averne perché da persone vagamente “liberali” mi sarei aspettato meno certezze.
    Inutile dirvi, ma lo dico lo stesso, che non condivido nulla. Pur rimanendo a fianco dell’America e di Trump (ma non di Macron) questa volta ha TOPPATO clamorosamente (si può essere critici con un amico ???).

    Mi basta riaffermare ciò che ritengo una verità ampiamente dimostrata: un Paese, od una società, a prevalenza mussulmana ha NECESSARIAMENTE UN DITTATORE. In alternativa ha il caos e la guerra civile.
    Quindi, anche per le stesse popolazioni, meglio Saddam per l’Iraq, meglio Gheddafi per la Libia, e molto meglio Hassad per la Siria (dove peraltro si stava molto meglio, anche per i cristiani, che in qualsiasi altro paese arabo).

    • ultima spiaggia Rispondi

      18 aprile 2018 at 08:36

      È sicuro d’aver letto tutti i commenti? O anche lei ha TOPPATO?

    • adriano Rispondi

      18 aprile 2018 at 13:51

      Non commento più.E’ il mio commento.Quando si smarrisce la capacità di critica e si preferisce la fede,se di fede si tratta,le ragioni del dialogo finiscono.E sono inutili.

      • Milton Rispondi

        20 aprile 2018 at 17:14

        In questo caso la capisco. Effettivamente l’articolo del Direttore Sallusti è un panegirico di lodi sperticate ed acritiche all’azione di Trump che ha sorpreso anche chi, come me, rimane comunque filo-americano.
        Leggeremo di meglio su argomenti diversi.

  10. Sergio Andreani Rispondi

    18 aprile 2018 at 11:45

    Signor Sallusti, come mai non scrive più gli articoli di un tempo su come l’esercito russo non combattesse a sufficienza l’ISIS ?

    • Giovanni Sallusti Rispondi

      18 aprile 2018 at 13:27

      Perché l’Isis è stato sconfitto dall’iniziativa militare dei curdi, sostenuti dall’aviazione e dalle forze speciali americane

      • Sergio Andreani Rispondi

        20 aprile 2018 at 06:50

        Infatti Deir Ezzor è stata liberata dai curdi, vero?

        Per non parlare di tutte le città lungo l’Eufrate.

        Certe menzogne le riservi ai suoi accoliti.

  11. step Rispondi

    20 aprile 2018 at 19:08

    Dopo Saddam, la Libia, e ora questo. Alla ricerca dell’arma (chimica) perduta… I “buoni” credono di usare con Putin il metodo Ratzinger: stiano attenti che il primo non è così mite come il secondo.

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