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In Catalogna può davvero vincere la libertà

Nonostante una campagna elettorale anomala, tra leader in esilio e altri agli arresti, le urne hanno dato un risultato netto a favore del fronte indipendentista. È la sconfitta del franchismo di ritorno di Rajoy e dell’ipocrisia pilatesca dell’Europa. Ora come se ne esce? Proposta: modello Svizzera...

catalogna2In Catalogna stavolta si è votato. La Guardia civil non ha sottratto le schede e non ha aggredito cittadini inermi, come invece era accaduto il primo ottobre, quando le consultazioni indette dalla Generalitat (contro la volontà del governo centrale, ma in ossequio al diritto internazionale) avevano portato allo scontro tra Madrid e Barcellona e all’avvio di una dura repressione.

La consultazione elettorale si è comunque tenuta in condizioni del tutto anomale. Il premier catalano Carles Puigdemont non ha preso parte alla campagna elettorale e neppure ha votato, poiché ancora si trova rifugiato a Bruxelles. Il suo vice Oriol Junqueras è tuttora in prigione, così come altri ministri e come i “Jordis”, i responsabili di Omnium e dell’Assemblea nazionale catalana (due associazioni culturali impegnate nella battaglia per l’autodeterminazione della Catalogna). A Barcellona, a Tarragona, a Leida, a Girona e nelle altre città il voto si è tenuto in clima di grande tensione, anche perché il governo spagnolo – dopo avere annullato ogni istituzione di autogoverno (con l’utilizzo dell’articolo 155 della Costituzione) – ha fatto tutto il possibile per far fuggire banche e imprese: al fine di associare il processo indipendentista alla rovina economica, come ha ben spiegato l’economista Xavier Sala i Martin, prestigioso professore della Columbia University e fautore di una Catalogna libera di governarsi da sé.

Le urne, però, hanno dato un risultato clamoroso. Nonostante una partecipazione altissima, che a detta di molti avrebbe dovuto favorire i partiti schierati con il nazionalismo spagnolo, e nonostante la sostanziale messa sotto accusa dell’intero gruppo dirigente separatista (con una magistratura asservita, come ai tempi di Francisco Franco, agli interessi e alle volontà del governo), i nuovi deputati catalani sono maggioritariamente favorevoli alla Repubblica proclamata in ottobre. L’alleanza tra i liberal-conservatori di Puigdemont, la sinistra di Junqueras e gli anticapitalisti della Cup ha ottenuto il 47,5% dei voti e la maggioranza assoluta degli eletti, mentre il blocco del tripartito non è andato oltre il 43,5%. In particolare, è ormai inesistente la formazione di Mariano Rajoy, che ha consegnato tutti i propri voti a Ciudadanos, un partito molto nazionalista e al tempo stesso europeista, che ha avuto più voti di ogni altra singola lista ma la cui candidata alla presidenza, ora, non ha alcuna possibilità di governare la Catalogna.

Il dato essenziale è che la violenza, la prigione, il sequestro dei beni e gli avvisi di garanzia non hanno bloccato il processo separatista. A questo punto è necessario che a Madrid si metta da parte ogni logica fascista e si accetti di fare i conti con una regione spaccata in due, e al tempo stesso maggioritariamente (anche se di poco) orientata verso logiche di autogoverno. Carles Puigdemont e Oriol Junqueras devono poter tornare a giocare le loro carte a Madrid, perché è inammissibile che l’Europa del 2017 abbia prigionieri ed esiliati politici. Tanto più che se il governo spagnolo sarà tanto ottuso da continuare a usare i giudici contro i cittadini, si verrà presto a creare una situazione ancora più tesa. Non è escluso, se Madrid insiste con scelte di tipo illiberale, che si abbia una nuova presidenza della Generalitat che disconosce ogni autorità sulla Catalogna da parte della monarchia e che guarda alla Repubblica in esilio, facendo riferimento al leader deposto qualche settimana fa. Madrid ha perso. E con Madrid ha perso Bruxelles, che ha fatto finta di non vedere le violenze e illegalità dei governanti spagnoli perché più di ogni altra cosa teme che l’Europa torni a essere quello che è stata nei suoi momenti migliori: un’area di libertà locali e di concorrenza tra piccole giurisdizioni. La Merkel e Juncker hanno ingoiato ogni rospo pur di sostenere Rajoy, hanno dovuto subire reprimende perfino da parte della Cina e della Turchia, ma ora si trovano sconfitti da una popolazione catalana che mostra di avere ben chiari quali sono i propri diritti.

Riepiloghiamo velocemente. In Catalogna si è chiesto di poter votare sui confini, in coerenza con quel principio di autodeterminazione dei popoli che tutti (a parole) dicono di riconoscere. La Catalogna intendeva usare le schede elettorali, la Spagna ha preferito usare la violenza. Ora però c’è bisogno che si aprano luoghi di discussione e confronto, e che si inizi a ragionare su un percorso riformatore possibile, che sia in grado di tenere in considerazione le ragioni e i diritti di tutti. Bisogna infatti ricordare che la Catalogna è da tempo un Paese complicato. Accanto a una maggioranza di catalani di lingua e cultura, vi è infatti una larga presenza di famiglie provenienti dal resto della Spagna, giunte lì in parte per motivi economici e anche sulla base di un progetto politico centrale, volto a “ispanizzare” l’intera regione. Bisogna allora individuare un percorso che sappia garantire tutti e, a tal fine, bisogna che si inizi sul serio a ragionare sul cosiddetto “modello Giura”: ossia su quanto è successo in Svizzera, a partire dagli anni Settanta, quando i giurassiani hanno iniziato a reclamare la nascita di un cantone loro, distinto da quello di Berna. Oggi la Confederazione elvetica ha un cantone Giura (l’ultimo che ha preso forma), ma si è giunti ad esso attraverso un processo elettorale che in larga misura ha fatto decidere i singoli comuni e in tal modo ha garantito la massima tutela alle diverse opinioni e sensibilità. C’è chi ha deciso in un senso e poi ha potuto votare ancora, cambiando la propria collocazione. Se qualcosa di simile si avviasse in Catalogna, probabilmente – almeno in un primo tempo – avremmo la Repubblica in tutta la parte interna del Paese e invece il permanere nelle Monarchia a Barcellona e sul litorale. Molti catalanisti e repubblicani rimarrebbero in Spagna (e frustrati per questo), così come come spagnolisti e monarchici si troverebbe in Catalogna (e patirebbero questo destino). Ma gli uni e gli altri potrebbero sempre impegnarsi per modificare le cose con una nuova votazione locale e/o spostarsi dove ritengano di trovarsi meglio.

Il primo ottobre scorso i franchisti di Madrid hanno usato la violenza per impedire il voto e oggi una consultazione indetta da loro ha ridato la Generalitat ai separatisti. A questo punto bisogna prendere atto che non è facile reprimere certe richieste di libertà e che, al contrario, proprio in questa Catalogna oggi tanto martoriata può muovere i primi passi un’Europa assai più democratica e liberale, capace di lasciarsi alle spalle ogni nazionalismo e determinata ad affermare il principio all’autogoverno e alla libera scelta. La Catalogna che emergerebbe da un assetto progressivamente definito dal voto dei vari municipi sarebbe una Catalogna plurale, senza continuità territoriale, nella quale potrebbero convivere l’una a fianco dell’altra le diverse culture e sensibilità, e che nel tempo si orienterebbe a sposare le politiche più ragionevoli: dove la tassazione è minore e la libertà è meglio rispettata. Meno Spagna, meno Europa, più Svizzera: lungo questa strada è ragionevole attendersi che gli odi che avvelenano la Catalogna odierna possano lasciare spazio a una nuova capacità di convivere ed intendersi.

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di on 24 febbraio 2018. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a In Catalogna può davvero vincere la libertà

  1. adriano Rispondi

    24 dicembre 2017 at 14:24

    Leggevo distrattamente il suo articolo che nella prima parte sembrava elencare i soliti luoghi comuni.Mi sbagliavo.Condivido totalmente la parte finale,con la soluzione svizzera.Un paese diviso a metà deve poter dividersi a metà ed in maniera reversibile.Tecnicamente sarà difficile ma è l’unica strada.Purtroppo temo che ne saranno scelte altre.Ha ragione Yoda.Il lato oscuro” non è “più forte”,è “più facile e più rapido”.E temo che andrà così.

  2. Franco Tonello Rispondi

    24 dicembre 2017 at 17:28

    Bellissimo articolo Carlo contiamo che la Catalogna sia la promotrice per un Veneto che deve ancora svegliarsi, che si convinca finalmente che è indispensabile essere al di sopra delle parti, senza prime donne, e TUTTI uniti per raggiungere il fine che tutti devono perseguire WSM

  3. Luca Rispondi

    31 dicembre 2017 at 18:37

    Illuminante pensiero quello di più Veneto e meno Stato ma in un quadro dove liberalità non può trovare spazio per una statalizzaIone illimitata soprattutto da Roma in giù dove si vive quasi solo di stipendi statali o para non vedo speranza possibile se anche il nord produttivo in creatività e ricchezza scompare dal simbolo di quel che fu e per cui nacque la lega.Professor Lottieri temo davvero che le mie speranze si siano spente nell’idea si un default nazionale e dell’essere comoda colonia .

  4. aurelio Rispondi

    9 gennaio 2018 at 13:11

    Si la soluzione Svizzera potrebbe esser da scopiazzare ma li non hanno un centro sud interamente a carico del nord che unisce nell’obbligo di pagare l’80 percento di tasse al nord per mantenere aree improduttive e che nonostante il sacrificio degli imprenditori e partite iva del nord si svuoteranno sempre di più desertificandosi socialmente ed incrementando la povertà che attanaglia quelle terre.

  5. Donato Rispondi

    11 aprile 2018 at 16:46

    Quante cavolate! Catalogna è Spagna! Un miglioncino di repubblicani, qualche migliaia di estremisti violenti e tanto, tanto egoismo!! A che prezzo di sangue si sono scritte le costituzioni? Non dimentichiamolo! Non è una rivoluzione alla Che Guevara. Catalogna ha già uno statuto autonomico fortissimo, tanto che se non parli catalano non puoi lavorare, nelle scuole è proibito lo spagnolo , ed il re è costantemente vilipendiato…(ecc.ecc). Se per errore siete nati a Seviglia , poveri voi se abitate a lleida. È ironia bella e buona che chi agisce come un nazista chiami fascista a Madrid. Per risolvere la situazione catalana si dovrebbero recuperare i valori della convivenza e recuperare il senso comune che sembra essersi perso. La lotta dovrebbe essere diretta per rinforzare le leggi e le pene, migliorare le costituzioni, combattere le corruzioni e ragionare un po’più universalmente! Le bugie degli indipendentisti unilaterali stanno venendo a galla, signori , informatevi e vedrete. Vadano come vadano le cose esiste una sola certezza, con la rivolta hanno firmato il loro suicidio! La speranza è che questo avvenga nella maniera meno violenta possibile in un paese dove non ci pensano un secondo a dichiarare una guerra civile.viva Spagna e visca catalunya!

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