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Churchill, o perché la politica

Un mestiere sporco, dannato, un marcio rito autoreferenziale. Poi, esce un film come "L'ora più buia", e ci ricorda cos'è un vero politico, di quelli come ce ne sono quattro o cinque in un secolo, e perché ne avremo sempre disperatamente bisogno...

ukPolitica dannata, politica sporca, politica come marciume autoreferenziale ed escamotage poco onorevole per sbarcare il lunario. Poi, esce un film come L’ora più buia, ovvero quella che intercorre in Gran Bretagna tra il 13 maggio e il 4 giugno 1940. Le tre settimane che segnarono il collasso dell’Europa, la disfatta della Francia, il trionfo di Hitler, la minaccia concreta di un’invasione oltre la Manica. Ma soprattutto, è l’intervallo di tempo tra due discorsi di Winston Churchill che rappresentano due pietre miliari dell’arte oratoria, della scienza politica e della filosofia morale dell’Occidente.

Era appena stato nominato controvoglia, l’uomo che salvò il mondo libero, imposto a un Re riluttante e a un establishment palesemente avverso da un’evidenza tragicamente inaggirabile in quei giorni: Churchill aveva ragione. Per tutti gli anni Trenta, quando scontando consapevolmente la scomunica dell’apparato e quindi l’impossibilità di ricoprire incarichi di governo (la grande politica spesso è il diniego alla poltrona del momento), urlava nel deserto della coscienza inglese ed europea che Hitler era un tiranno di tipo mai visto e un potenziale genocida, non un novello Kaiser con cui impostare una strategia condivisa di appeasement. Per tutti gli anni Trenta, Sir Winston aveva ragione, e nel maggio del 1940, di fronte al disastro che avanza, la nazione lo chiama. Il 13 maggio è il giorno in cui presenta la sua piattaforma politica in Parlamento, semplice e complessissima: “Fare la guerra”. Precisamente: “Fare la guerra con tutta la nostra potenza e tutta la forza che Dio ci ha dato, e fare la guerra contro una mostruosa tirannia insuperata nell’oscuro e doloroso catalogo del crimine umano”. Quanto all’obiettivo finale, Churchill quel giorno osa l’inosabile, con l’esercito britannico in rotta verso Dunkerque: “Qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una parola. È la vittoria. Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore, vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, perché senza vittoria non c’è sopravvivenza”. L’aula della Camera dei Comuni è muta, angosciata, messa di fronte alla propria responsabilità e alle proprie manchevolezze decennali. Partono gli intrighi, si moltiplicano i capannelli omicidi di deputati che vogliono già sbarazzarsi di questo primo ministro scriteriato, è già pronto il sostituto dialogante, ragionevole, con buone entrature in Germania, Lord Halifax. Negoziati di pace, questa è la parola d‘ordine di molti capocorrenti del Partito Conservatore, mentre i vertici militari non possono dirlo, ma ogni giorno dipingono a Churchill una situazione più disastrata. Avevano ragione, con un leader normale e normalmente ragionevole, la Gran Bretagna nella primavera del 1940 si sarebbe arresa, e nessuno le avrebbe potuto dire niente, nemmeno l’America ancora imprigionata dalle proprie turbe isolazioniste.

Ma Winston Churchill, uno scotch la mattina appena alzato, poi champagne fino a sera, quindi notti insonni sul brandy e sulle mappe belliche, non era un leader normale. Era già una vecchia volpe delle manovre d’aula e delle interminabili trame fuori di essa, conosceva quanto i suoi avversari Halifax e Chamberlain l’arte delle coltellate tra compagni di partito, ma in più aveva qualcosa difficile da definire, che coincide con l’essenza della politica, col motivo per cui, per quanto essa sia degradata e vilipesa dai supposti politici in carne e ossa, rimane quella “scienza architettonica” che Aristotele individuava come prioritaria per la convivenza umana. Chiamatela visione, scopo ultimo, stella valoriale. In ogni caso, è l’approdo finale che dà un senso a tutto l’itinerario accidentato, labirintico, spesso meschino, dei trucchetti e delle tattiche di giornata. Lungi dall’essere un sogno o peggio un ideale astratto, è qualcosa che tutti i grandi realisti hanno sempre riconosciuto da Machiavelli in poi (e Churchill era un realista formidabile, godetevi nel film la sparigliata con cui esce dall’angolo in cui i trattativisti, queste “pecore travestite da pecore”, pensavano di averlo messo): l’idea concreta per cui ne vale la pena. Per cui vale la pena dissimulare, mentire, soffrire. Il Principe è un capolavoro di tattica realista, ma sfocia nell’ultimo capitolo, quell’esortazione a prendere l’Italia e liberarla dai barbari, senza cui tutta la sozzura precedente perde inesorabilmente di senso, diventa rito sterile, l’ambiente putrido in cui si muovono i Chamberlain e i Lord Halifax. E allora Churchill sfoggia tutto il suo armamentario realista, spacca il fronte degli avversari, spettacolarizza e pubblicizza la domanda sull’opportunità del negoziato che gli altri volevano tenere rinchiusa nel bunker asfittico del Gabinetto di Guerra, convoca al tavolo della mattanza la vera parte in causa, il popolo britannico. La scena in cui Winston prende la metropolitana per la prima volta nella sua vita, e chiede a tutte le persone che incontra se vogliano arrendersi ai nazisti (“mai!”, è il grido incosciente ma alla fine molto più lucido degli accorti calcoli dell’élite) è la sublimazione definitiva della risposta alla domanda “perché la politica”. Per rappresentare loro, la madre con la bambina in braccio che urla “mai!” più di tutti, il muratore di mezz’età, il giovane studente. È per loro che abbiamo fatto la guerra a Hitler, scriverà più volte Churchill nella sua Storia della Seconda Guerra Mondiale, per “l’uomo comune”, per la sua possibilità di scegliere, autodeterminarsi, vivere e morire libero.

“Noi difenderemo la nostra isola, qualunque sia il prezzo da pagare”, dirà allora Churchill nel discorso del 4 giugno, dopo l’evacuazione di Dunkerque che per tutti è un miracolo, per lui un punto di partenza. È il discorso che gli Halifax non si aspettavano, e soprattutto che non si aspettava Hitler, il discorso che afferma il punto di non ritorno che il popolo britannico sceglie consapevolmente di oltrepassare con le parole del proprio leader: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo nei luoghi di sbarco, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline. Non ci arrenderemo mai!”. L’istanza viscerale della gente del Regno Unito, quella che ha salvato l’Europa e il mondo dall’orrore senza fine, il grido istintuale “mai la svastica su Londra!”, prende corpo nelle parole e nelle azioni di quell’uomo sempre col sigaro acceso e il bicchiere di whisky nell’altra mano, il politico in mezzo al nugolo di politicanti. Che fa il suo mestiere fino in fondo, elevando l’istinto a visione, chiudendo con l’appello finale all’unico attore che poteva dare una prospettiva a quella “resistenza eroica” a oltranza, gli Stati Uniti d’America: “Non potremo mai arrenderci, e anche se, cosa che per il momento non credo possibile, quest’isola o gran parte di essa sarà soggiogata e alla fame, allora il nostro Impero d’oltremare, armato e difeso dalla flotta britannica, continuerà la lotta, finché, quando Dio lo vorrà, il Nuovo Mondo, con tutta la sua forza e potenza, farà un passo in avanti per la salvezza e la liberazione del Vecchio”. Io devo tenere duro, devo tenere la fiammella accesa, devo tenere aperta la finestra della libertà. Perché l’America dovrà entrare in guerra, lo so nonostante tutto, nonostante le telefonate frustranti con Roosevelt che deve lasciarci gli aerei che abbiamo comprato al confine col Canada per non violare la neutralità, nonostante l’Atlantico in mezzo che non è mai stato così ampio, nonostante la comprensibile perplessità dell’opinione pubblica a farsi macellare per i guai dell’Europa. E lo so perché io, Winston Churchill, sono un politico. Di quelli veri, come ce ne sono quattro o cinque in un secolo, e di cui avremo sempre disperatamente bisogno.

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di on 20 gennaio 2018. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

16 commenti a Churchill, o perché la politica

  1. Luca Rispondi

    21 gennaio 2018 at 10:21

    Grande pezzo di storia e politica e forse riferimento al nulla o poco politico che viviamo oggi ad un passo dall’essere colonia d’altri. Ma Direttore come si fa in questo paese a trovare uno col sigaro perenne e con la testa politica buona ..si fa un concorso pubblico….si cerca nei boschi con lanternino…si fa passare il banditore nei paeselli…si chiede ad amici che sanno….si va va nel fiorentino o verso Arcore ancora? Mah per adesso ed in attEsa facciamo ci un sudoku che ci occupi la mente .

  2. Padano Rispondi

    22 gennaio 2018 at 12:58

    Un politico vero, come era Bossi.

  3. aurelio Rispondi

    22 gennaio 2018 at 18:29

    Mah anche l’uomo con il sigaro dopo aver vinto una guerra,la peggiore che la storia umana avesse approntanto per dei possibili popoli senza futuro,perse le elezioni ma si rifece qualche anno dopo.Si Bossi era un buon animale politico ma la nuova segreteria sembra non fare prigionieri dimenticando,vedi caso Renzi,che spesso quelli che si pensano fatti fuori in politica si risvegliano e possono far male,eccome.

  4. Davide Rispondi

    26 gennaio 2018 at 17:38

    Un Sallusti lirico con Churchill.
    Ma quali furono gli accordi tra Churchill e Mussolini che tanto aveva stimato?
    E perché il carteggio fra i due è stato fatto sparire?

    • Emilia Rispondi

      29 gennaio 2018 at 08:12

      Bella domanda.

  5. ultima spiaggia Rispondi

    27 gennaio 2018 at 11:29

    Churchill chi? È una vita che sento raccontare dai vincitori la stessa storia. Nessuno che ricordi lo scellerato trattato di Versailles del 28 giugno del 1919, con cui si volle umiliare la Germania imponendole di pagare 132 miliardi di marchi in oro per danni di guerra arrecati, di restituire alla Francia l’Alsazia-Lorena, di rinunciare alle colonie, di cedere la città portuale di Danzica e di aprire alla Polonia addirittura un “corridoio” verso il Mar Baltico. Motivo per cui Hitler invase la Polonia.
    E ai crimini di guerra di Hitler ecco come risposero la Royal Air Force e la United States Armi Air Forces: bombardare, bombardare, bombardare, senza alcuna pietà per i civili e riguardo per le opere d’arte. Non a caso il maresciallo dell’aria Arthur Harris era soprannominato il Macellaio.
    Le bombe erano così potenti che sollevano le case e oltre la metà erano incendiarie. Una tecnica perfida, incivile, disumana, una continua violazione dei diritti umani. I bombardieri scaricavano migliaia di bombe sulla città e si allontanavano, aspettavano l’arrivo dei soccorritori e tornavano per colpire anche loro.
    Il 27 giugno del 1943, il generale George Smith Patton, altro “eroe” americano, privo di coscienza morale, ecco come preparò i suoi uomini alla sbarco in Sicilia:
    «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!»
    Invito che il sergente Horace West, il capitano John Compton e alcuni Marines non identificati, tutti criminali in divisa, non si fecero ripetere.
    Kill, kill and kill some more!
    E che dire delle due atomiche sganciate in Giappone non su obiettivi militari, ma su donne, vecchi e bambini?

    • Emilia Rispondi

      29 gennaio 2018 at 08:14

      Come tu annoti la storia ufficiale viene fatta ingoiare per interessi di parte. Nelle scuole italiane i prof di storia meriterebbero la radiazione.

    • Marco Green Rispondi

      30 gennaio 2018 at 20:51

      ultima spiaggia scrive: “Il 27 giugno del 1943, il generale George Smith Patton, altro “eroe” americano, privo di coscienza morale, ecco come preparò i suoi uomini alla sbarco in Sicilia:
      «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!»”

      ————————————

      Ancora con le citazioni dotte da salottino di parrucchiere?
      D’accordo che il livello di disinformazione della storiografia piagnona italiana, in particolare per quel che riguarda il periodo fascista, è notevole, ma come si fa ad essere così stolti da credere che il generale Patton possa essersi rivolto direttamente ai propri uomini con quelle parole?

      E si noti che quel discorso, secondo i fenomeni che diffondono tale fantasia, Patton non lo avrebbe tenuto dal vivo, senza quindi lasciare traccia scritta, NO! Lo avrebbe dettato e fatto trasmettere attraverso gli altoparlanti delle navi che si apprestavano a sbarcare sull’italico bagnasciuga!

      Ah, e la fonte? Da dove è presa questa citazione del discorso di Patton? C’è una trascrizione diretta (dato che staremmo parlando di un comunicato “ufficiale”!), oppure un atto scritto tratto da una testimonianza attendibile, con nome e cognome, da qualche parte?
      Dai, sentom!

      • ultima spiaggia Rispondi

        31 gennaio 2018 at 21:28

        “… Fu proprio in Sicilia che il carattere di Patton emerse in alcuni episodi, spesso taciuti da Eisenhower, che sfociarono anche in un massacro.
        Dopo lo sbarco furono infatti giustiziati sessantatré soldati italiani catturati durante l’operazione.
        L’esecuzione fu compiuta dal sergente Horace West, che da solo uccise trentasei soldati italiani prigionieri, e dal plotone del capitano John Compton, che uccise trentasette italiani.
        Questo terribile atto fu reso pubblico grazie ad una denuncia fatta da un cappellano della quarantacinquesima Divisione, il colonnello William King.
        Durante il processo West fu dichiarato colpevole e condannato all’ergastolo, anche se non scontò nemmeno un anno di carcere.
        Il governo statunitense era infatti preoccupato dalla possibilità che la notizia di quei delitti potesse diffondersi nel mondo, mettendo in pericolo la vita dei prigionieri americani.
        Il capitano John Copton si difese affermando che eseguiva solamente gli ordini ricevuti da Patton, e venne quindi assolto.
        È noto (attraverso dichiarazioni rilasciate da decine di soldati ed ufficiali, i quali testimoniarono al processo sui crimini di Biscari), che il generale Patton avrebbe detto ai suoi militari prima dello sbarco…”

        L’ho sentita raccontare dal mio barbiere, più informato del suo.

        • Marco Green Rispondi

          2 febbraio 2018 at 21:18

          ultima spiaggia copia e incolla: “È noto (attraverso dichiarazioni rilasciate da decine di soldati ed ufficiali, i quali testimoniarono al processo sui crimini di Biscari), che il generale Patton avrebbe detto ai suoi militari prima dello sbarco…””

          Ecco, come immaginavo non ha trovato nessuna conferma riguardo a quella dichiarazione – bufala su Patton, e quindi non ha fatto altro che copiare – incollare l’introduzione che in rete viene fatta a quelle frasi.

          Buttare lì “è noto”, “decine di testimonianze”, senza riportare nessun atto ufficiale non è serio e non fa altro che dimostrare la sicura malafede di chi all’origine ha diffuso quella fantasia.

          Glielo ripeto: quella dichiarazione è totalmente inventata e chi ci crede fa innanzitutto un torto alla propria intelligenza.

          Su Patton riguardo al massacro di Biscari proviamo, invece, a sentire un’altra campana (fonte Atkinson, Rick (2007). The Day of Battle: The War in Sicily and Italy, 1943–1944 (The Liberation Trilogy).

          ——————————————–

          When he was informed of the massacres, General Omar Bradley told General George S. Patton that U.S. troops had murdered some 50-70 prisoners in cold blood. Patton noted his response in his diary:

          I told Bradley that it was probably an exaggeration, but in any case to tell the Officer to certify that the dead men were snipers or had attempted to escape or something, as it would make a stink in the press and also would make the civilians mad. Anyhow, they are dead, so nothing can be done about it.

          Bradley refused Patton’s suggestions. Patton later changed his mind. After he learned that the 45th Division’s Inspector General found “no provocation on the part of the prisoners . . . . They had been slaughtered,” Patton is reported to have said, “Try the bastards.”

  6. Luca Rispondi

    29 gennaio 2018 at 09:14

    Leggo un commento che sembra un inno a difesa di tedeschi indifendibili ed irriducibili come i giapponesi e lo smarrimento di visione di cosa sia una guerra che di norma si combatte nei tempi più rapidi possibili anche con metodi discutibili.Se così non fosse stato quella guerra che ha regalato ,grazie anche ad una stupida Francia che indebita i tedeschi in maniera impossibile,oltre sessantacinque milioni di morti e che ha visto crudeltà mai immaginabili . Senza gli alleati,americani in primo piano dopo gli attacchi inconsulti giapponesi,e concedete senza quei metodi quanti milioni di innocenti avremmo ancora dovuto compendiare ed ancora non so so se questo scrivere avrebbe avuto modo d’essere o ci avrebbero costretto alla lettura di un giornale d’area in lingua tedesca peraltro orribile e cacofonica.

    • ultima spiaggia Rispondi

      29 gennaio 2018 at 12:16

      Nessun inno alla difesa dei “crucchi”. Pura realtà storica. Anche se dà fastidio sentirla raccontare. Ma non si può combattere un crimine con altri crimini.
      Quanto al Giappone, prima di definirlo “irriducibile”, mi documenterei meglio. L’imperatore era disposto alla resa e il primo ministro si rivolse alla stampa con la parola mokusatsu, che significa “astenersi dai commenti”, ma vuol dire anche “ignorare”. Per gli americani, che smaniavano di sperimentare l’atomica, valse la seconda interpretazione.
      Così, il 6 agosto del 1945, una bella bomba all’uranio, battezzata Little Boy (ragazzino), venne sganciata sulla città di Hiroshima da un B-29, che volava solitario come una colomba per non mettere in fuga la gente.
      Dopo l’uranio occorreva sperimentare il plutonio. Servivano altre cavie umane. Così, il 9 agosto, ovvero tre giorni dopo il primo esperimento, il solito B-29, sempre mascherato da colomba, sorvolò Kokura, ma a causa della nebbia cambiò rotta e si diresse su Nagasaghi, dove sganciò la seconda bomba, assai più potente della prima, chiamata Fat Man (uomo grasso).

  7. geometra 67 Rispondi

    29 gennaio 2018 at 19:51

    Le guerre si dividono in due categorie:la guerra di conquista e quella preventiva.(esiste anche la guerra stupida come quella di Mussolini alla Grecia ma solo pochi quaqquaraqquà riescono a dichiararla).La seconda guerra mondiale fu una guerra preventiva degli inglesi (non dei francesi)verso la crescente potenza navale tedesca che dopo il 1945 avrebbe superato di gran lunga quella inglese.Il grande merito di Churchill fu quello di predicarla per tutti gli anni trenta.Danzica e la Polonia furono solo un pretesto per dichiarare guerra e trascinarvi anche i riluttanti francesi.Più che le parole furono i fatti a convincere Hitler a non progettare seriamente l’invasione della Gran Bretagna.La distruzione subito dopo la resa francese di tutte le navi da guerra francesi nei porti algerini con centinaia di marinai morti da parte della flotta britannica e tutte le provocazioni verso Mussolini per farlo scendere in guerra al fianco di Hitler(allargare il conflitto per una potenza marittima contro potenze terrestri aumenta la possibilità di vittoria)ha fatto capire ai tedeschi che non potevano fare un grande favore a Stalin invadendo l’Inghilterra!Comunque ottimo articolo e speriamo un grande film!

  8. ultima spiaggia Rispondi

    1 febbraio 2018 at 11:45

    Ho notato che i miei commenti hanno acceso gli animi e la discussione, e questo è bene, ma quando si usano espressioni come: “salottino delle parrucchiere”, “storiografia piagnona italiana”. “come si fa ad essere così stolti”, allora l’ignoranza diventa spocchia. E lì finisce qualsiasi dibattito… di cui non me ne potrebbe fregar di meno.

    • Marco Green Rispondi

      2 febbraio 2018 at 21:27

      Suvvia, proprio lei che è un impavido patriota italico adesso non si metta a fare la donnicciola per così poco (in una discussione dove si parla di Churchill e Patton, poi…).

  9. adriano Rispondi

    1 febbraio 2018 at 13:51

    La responsabilità di tutto ciò che accade in guerra,sempre e comunque,è di chi l’inizia.

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