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Un fake chiamato antifascismo

La campagna contro il “pericolo nero” ci catapulta in un mondo surreale, e ci fa dimenticare il vizio d’origine della Repubblica: non aver fatto i conti sul serio né col regime né con le ambiguità profonde della Resistenza. È il motivo per cui oggi in Italia mancano sia una destra liberale che una sinistra riformista...

940133DA-F88A-4A0F-8FD2-80015C30D9ADLa campagna contro il “pericolo fascista” ci catapulta in un mondo surreale, fatto di simboli e immagini del passato che poco servono a capire i problemi odierni (compreso quello, ovviamente, di un’intolleranza emergente). Ma ci fa ripiombare anche in un passato non lineare della nostra storia, che esigerebbe finalmente di essere chiarito con la forza degli argomenti e non con l’emotività e gli slogan. Un chiarimento che sarebbe necessario, a mio avviso, anche per capire l’oggi.

La storia non fa salti, dicevano gli antichi. E avevano ragione. Siamo proprio sicuri che le difficoltà odierne del sistema politico italiano, e soprattutto della sinistra, non abbiano una genesi antica, proprio in quel passato in cui la retorica dell’antifascismo risuonava in ogni piazza e nel corso di ogni celebrazione e che ora con nonchalance viene riportata a nuova vita? Quante volte abbiamo sentito rimpiangere i bei tempi antichi, quella Prima Repubblica, che, essa sì, si dice, aveva classi dirigenti colte e che meritavano rispetto, politici che sapevano il fatto loro e sapevano ergersi a statisti? Certo, quegli anni non possiamo non rimpiangerli, non fosse altro che per la modernizzazione e lo sviluppo dell’Italia che hanno visto realizzarsi, in alcuni momenti in modo persino impetuoso. Ma lo sviluppo si è realizzato, a ben vedere, al di fuori della politica, nonostante essa. E la politica aveva già allora in sé tutti quei limiti che poi sarebbero venuti fuori e che, col tempo, avrebbero finito per intaccare lo stesso sviluppo.

Alberto Ronchey parlò, negli anni Settanta, del “fattore k” che bloccava la nostra democrazia, impedendole di diventare adulta con una sana alternanza al potere di forze alternative. Ma anche questa “stranezza” o specificità della democrazia italiana aveva radici lontane, datava alla nascita della Repubblica e alla fine del fascismo. Fu allora che non si fu in grado di fare, o non si poté, un esame di coscienza serio, una “prova di verità” che ci avrebbe permesso di rifondare lo Stato, e quindi il sistema politico, su basi più solide e meno ambigue. Accreditammo ai nostri occhi, e anche a quelli delle forze alleate che ci avevano liberato, l’immagine di un popolo che aveva subito il fascismo, sequestrato da una piccola banda di criminali. Mentre, come diceva Montanelli, eravamo diventati tutti (o quasi) antifascisti solo molto tardi, più o meno dal giorno in cui fu firmato l’armistizio. Facemmo della Resistenza una “guerra di popolo” mentre essa fu opera di pochi ed eroici oppositori, a cui solo verso la fine, quando la vittoria degli alleati era evidente, si accodarono i molti che erano restati in posizione di attesa. Facemmo finta di non vedere che una parte consistente dei resistenti aveva concepito la liberazione dal fascismo solo come un primo passo verso l’instaurazione non della democrazia liberale ma di quella popolare o socialista: un mezzo, non un fine (da qui la retorica successiva di una “democrazia incompiuta” o ancora “da realizzare”). Non sciogliemmo le ambiguità e ci demmo una Costituzione (anch’essa sempre ancora “da attuare”) che queste ambiguità le rifletteva tutte. E così pure un’ideologia di riferimento, l’antifascismo, che rimuoveva del tutto il fatto che si può essere antifascisti pur non essendo democratici. Tanto che Ennio Flaiano, col suo acume, arrivò a dire addirittura che l’antifascismo si configurava come un altro fascismo. Ricreammo lo Stato in perfetta continuità con le vecchie strutture burocratiche fasciste, accorgendoci di non avere una classe dirigente nuova, preparata e non compromessa da utilizzare. Travasammo la vecchia élite nel nuovo Stato chiedendole di rimuovere il passato e prostrarsi al nuovo mantra dell’antifascismo ( per gli intellettuali fu soprattutto il Pci che funzionò da lavacro purificatore che emendava da ogni “peccato”).

In poche parole, non facemmo i conti con noi stessi, crescemmo sulla “menzogna” o sulla “rimozione”. Che una destra conservatrice e liberale, così come una sinistra riformista e senza “doppiezze” dall’altra, non siano mai nate, è anche il risultato di tutti questi fattori. Che oggi esigerebbe chiarezza. Una seria riflessione sul fascismo storico, da una parte, e sulle ambiguità dell’antifascismo, dall’altra, sarebbe quanto mai opportuna. Per riformulare su nuove basi il nostro sistema politico. E anche per acquisire, a sinistra, quella mentalità riformistica che guarda in faccia ai problemi con onestà intellettuale. Piuttosto che cercarsi un nemico di fantasia e combattere come Don Chischiotte contro i mulini a vento, sarebbe opportuno per la sinistra cimentarsi con i programmi e le proposte politiche. Se poi quel nemico affonda in un passato non chiarito, al danno si unisce la beffa. E, come diceva Marx, si finisce per ripetere la storia: non più come tragedia ma come farsa.

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di on 17 dicembre 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

13 commenti a Un fake chiamato antifascismo

  1. gian luigi lombardi cerri Rispondi

    18 dicembre 2017 at 05:34

    Perfetto! Con una piccola aggiunta. Leggi e gestione dello Stato scritte e condotto, con criteri da terzo mondo, volti più a proteggere una casta che a governare.Con questa mentalità non sono (e non riescono) a realizzare uno Stato liberale, ma neanche uno stato marxista. Questo fino allo sfascio totale di uno Stato che costituzionalmente non è potuto diventare una nazione.

    • Emilia Rispondi

      19 dicembre 2017 at 18:31

      L’ultima frase è perfetta. Mi piace.

  2. ultima spiaggia Rispondi

    18 dicembre 2017 at 09:25

    “IL FASCISMO NON PASSERÀ” perché loro devono continuare a comandare, rubacchiare a vivere sulle spalle di chi produce.
    – Lo sanno gli “antifascisti” perché nacque il fascismo, peraltro subordinato e fedele allo Statuto del Regno, tanto che fu lo stesso Vittorio Emanuele III a nominare Mussolini Presidente del Consiglio?
    – Lo sanno che Mussolini, durante la terribile crisi economica del 1934 (al contrario di quello che accade oggi) propose di alleggerire le tasse?
    – Perché non ricordare le vendette, i saccheggi e le stragi compiute dagli antifascisti “rossi” a guerra finita, rimasti impuniti?
    – E che dire dell’abrogazione della legge 9 agosto 1948, n. 1102, che determinava l’indennità spettante ai membri del Parlamento, sostituita con un’altra che permetteva ai parlamentari di rubare a norma di legge?
    Dopo settant’anni di ruberie, che ha prodotto una voragine di debito pubblico, il fantasma del Duce torna a far paura?

    • Emilia Rispondi

      19 dicembre 2017 at 18:34

      Carissimo(a), ben detto.

  3. Milton Rispondi

    18 dicembre 2017 at 17:00

    Bentornato caro Prof. Ocone. Come sempre ottimo e condivisibile articolo.

  4. Andrea Rispondi

    18 dicembre 2017 at 18:36

    Testo magistrale, da far circolare nelle scuole, affinché insegnanti e allievi imparino finalmente qualcosa.

    • Emilia Rispondi

      19 dicembre 2017 at 18:35

      Come se fosse facile.

  5. Luca Rispondi

    19 dicembre 2017 at 18:07

    Quante buone ragioni nel pensiero dell’ottimo Ocone…..quando l’area liberale perseguita ed autentica perde spazio arrivano le tendenziosità aggregative o alla ricerca del voto facile dello scioccherello e della sua compagine.

  6. Emilia Rispondi

    19 dicembre 2017 at 18:42

    Renzo De Felice ha scritto del Fascismo con la mente da storico e senza pregiudizi, ma nelle scuole si preferisce educare i giovani che i colori non sono uguali, ci sono quelli buoni e quelli cattivi, e quando un colore è cattivo si giustificano anche i massacri come piazzale Loreto. La scuola degli ultimi 70 anni fa vomitare.

  7. adriano Rispondi

    20 dicembre 2017 at 13:45

    Storia vecchia.Parole vecchie.Ripetute,da sessanta anni.Chi non rifiuta le dittature sbaglia.E basta.Dove ci sono non si vota.Da noi sembra di sì.Occasione per cambiare.In un paese “normale” il PD non dovrebbe ottenere più del 10%.Anche FI.Dovrebbero vincere coloro che si sono opposti ,in qualche modo,al disastro attuale,lega e cinque stelle.I fratelli ardono troppo.Non importa se i programmi sono allucinanti.Gli altri devono andarsene.In un paese normale.

  8. Tom Rispondi

    20 dicembre 2017 at 19:30

    Come non si può dare ragione al Prof. Ocone, ma forse si dovrebbe aggiungere una successiva riflessione. Da circa 100 anni l’Italia è malissimo governata (fascismo compreso) perché, nei fatti, il cittadino è sempre stato considerato suddito. A parole i politici agiscono perseguendo il bene del “popolo” nella realtà fanno solo i loro interessi o della loro cosca. Anche l’inerzia e la codardia nell’affrontare i veri problemi del Paese (economi) descrivono come sono state selezionate le nostre “forze” politiche.
    Se i cittadini non comprendono questo non si può fare nulla se non inseguire al Grecia

  9. step Rispondi

    21 dicembre 2017 at 18:49

    Dovremmo reagire, colpo su colpo. Tra l’altro si tratta di una cosa grottesca, visto che comunisti e fascisti fanno parte della stessa famiglia, quella socialista. Ogni volta che i sinistri tirano fuori l’antifascismo bisognerebbe dire: “no, è più preciso parlare di antitotalitarismo”. Almeno in occidente il pensiero liberale ha vinto: è surreale che di questa vittoria se ne approprino i comunisti. Il gioco è sempre lo stesso: posto il fascismo come male assoluto, loro si collocano formalmente all’opposto legittimandosi come i “buoni”. Su questo bluff c’è ancora molta strada da fare, in Italia i sinistri hanno acquisito una auctoritas immeritata e difficilmente scalfibile (pensiamo a tutta la retorica sui partigiani). Su tale problematica, a mio avviso gravissima, i liberal-conservatori si sono dimostrati vigliacchi.

  10. cerberus Rispondi

    27 dicembre 2017 at 23:12

    Ormai i progressisti italioti sono in caduta libera, si illudono che agitando la bandierina (rossa)dell’antifascismo tutto il CS faccia gruppo e torni unito. Una barzelletta totale,ridicoli e illusi.
    Nonché ipocriti come solito.

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