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La rivoluzione reaganiana di Trump

The Donald porta a casa il più grande abbattimento di tasse dai tempi di Ronnie: le aliquote sulle imprese scendono dal 35% al 20%, giù anche quelle su famiglie e persone. È la grande anomalia americana, la scommessa sul merito e sull’intelligenza intraprendente degli individui, che riparte dopo l’equivoco obamiano...

Trump ReaganÈ un’impostura talmente gigantesca, che fai fatica a smantellarla, perché si tratta di ripristinare il grado zero della verità, la banalità obiettivistica della cronaca, oltre che l’onore perduto dei cronisti. Il Giornalista Unico italico, e il suo padre putativo, il Giornalista Liberal d’oltreoceano, ci stanno infatti avviluppando in una nube cupa che chiama alla caduta degli dei, al declino inesorabile dell’America e all’impeachment imminente per il responsabile dell’apocalisse, Donald Trump.

Poi, se qualcuno volesse dare un occhio ai lanci d’agenzia americani, che ancora non riescono (e nei fatti non possono, causa resistenza di una cittadinanza non ancora assuefatta alle centrali del politicamente corretto, quella che nell’urna ha sfanculato la madrina dell’establishment Hillary) a cancellare la realtà del loro Paese, scoprirebbe quest’oggetto misterioso, le notizie non filtrate dalle Giovanne Botteri e dai Beppe Severgnini. La prima, più clamorosa, “storica” se all’interno di questo masochistico attacco all’anima occidentale non avessimo perso quasi del tutto il senso della storia, consiste nella “più grande rivoluzione fiscale dai tempi di Reagan”. Esattamente ciò che l’outsider libertario Trump aveva promesso in campagna elettorale, mentre la presidente in pectore sproloquiava di donne molestate, proprio lei, con quel cognome. La tassazione sulle imprese passa dal 35% al 20%. Riscriviamolo, ché qui si rischia di rimanere ipnotizzati dal risiko accademico dei numeri, di scambiare la rivoluzione per tecnicismo: la tassazione sulle imprese americane passa dal 35% al 20%. Un taglio esclusivo, netto, feroce di quella ferocia salvifica che è propria sola dell’autentico liberismo, del 15%. Capiamo sia pressoché inafferrabile, nel Paese dei balletti sui singoli punti percentuali dell’Iva (sempre a crescere, ça va sans dire) e della pressione fiscale complessiva sull’impresa superiore al 68%, ma Trump sta facendo quello che ci aspettavamo, perlomeno quello che si aspettavano tutti gli innamorati del sogno americano che si rifiutavano di ridurlo alla caricatura confezionata dai suoi nemici, quella di guardiaspalla di Putin. All’opposto, Trump sta rianimando il sogno. Sta dando coerente rappresentanza politica e programmatica al suo elettorato, che nella notte della vittoria Impensabile urlava: Obama voleva fare dell’America un Paese socialista, come tanti, come un qualsiasi staterello europeo. Ma l’America non è e non sarà mai un Paese socialista, un Paese ostile all’intelligenza intraprendente degli uomini e in bilico su un Welfare State deresponsabilizzante e oppressivo, ribadiva sicura quest’umanità tutta berretto da baseball, spontaneismo delle origini e Secondo Emendamento. Detto, fatto: Trump libera di nuovo l’energia privata nel luogo che ha difeso quel modello, l’unico in grado di garantire prosperità e mobilità sociale agli uomini, lungo tutto il percorso accidentato del Novecento. L’America garantisce il diritto costituzionale al perseguimento della felicità, premia il merito e tutela lo sforzo individuale, smithniamente (e reaganianamente) convinta che questo produrrà il maggior benessere possibile anche per la comunità. Lo ha ricordato proprio lui, Arthur Laffer, l’economista di Ronnie e il padre della famosa “curva” che dimostra come l’attitudine compulsiva al saccheggio di ricchezza da parte dello Stato oltre una certa soglia diventi controproducente per le stesse casse pubbliche, in un’intervista a Repubblica disperatamente intenta a strappargli un virgolettato contro Trump. Macché: “Quello che sostengo e che ho spiegato ai membri dell’ amministrazione, che conosco tutti benissimo (l’attuale vicepresidente Mike Pence era suo compagno di corso a Yale, il segretario al Tesoro Steve Mnuchin è stato suo allievo a Chicago), è che la funzione di stimolo all’economia sarà notevole, le aziende investiranno, assumeranno, pagheranno meglio i dipendenti. E quelle che sono andate all’estero rientreranno. In conseguenza, la ripresa accelererà”. Non è un caso che le stime di crescita salgano ancora, ben oltre il 3%, e che Wall Street continui a scoppiettare di performance, le quali improvvisamente nei tiggì e negli editoriali nostrani hanno perso la centralità con cui erano monitorare da decenni. Chissenefrega, l’economia reale americana viaggia a ritmi che qualunque nazione europea intossicata di statalismo si sogna, e ora arriva questa riforma fiscale che significa 1500 miliardi di dollari di tasse in meno in dieci anni, un’enormità, un grido di battaglia liberista per rifare grande l’America, un puro atto di Reaganomics. In senso letterale: per risalire a uno choc benefico del genere, bisogna arrivare al 1986, Tax Reform Act del presidente che vinse la guerra fredda, e che al termine dei suoi mandati lasciò un’economia americana cresciuta di una cifra pari all’intera economia del Giappone, che allora era una Tigre in espansione.

È la dimostrazione che Trump non è l’alieno vomitato da qualche riunione segreta del Ku Klux Klan che gli analisti riveriti in prima serata continuano a propinarci, ma un formidabile uomo di governo saldato nella storia della destra repubblicana, conservatrice in senso anglosassone, dunque più liberale e liberista di qualunque professorino del Vecchio Continente interno a citare von Hayek in qualche vetusta aula universitaria a libro paga dello Stato. Trump non cita le virtù filosofiche, gnoseologiche e morali del libero mercato, Trump permette che si inneschino nella pratica, arrestando gli istinti della Bestia statale, prevedendo forti tagli anche alle aliquote su famiglie e persone fisiche, oltre alla grande rivoluzione per le aziende, predisponendo deduzioni speciali per le piccole imprese e le società a responsabilità limitata, attuando il teorema di Reagan per cui il governo e i suoi appetiti non sono la soluzione, ma il problema principale. Tranne quando rinunciano consapevolmente a loro stessi. Dio lo benedica, e benedica l’America che lo ha eletto contro lo spirito del tempo.

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di on 4 dicembre 2017. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

17 commenti a La rivoluzione reaganiana di Trump

  1. aurelio Rispondi

    4 dicembre 2017 at 18:51

    Che colpo ragazzi,che colpo…chissà se mai vedremo in questo paese una risoluzione di tale respiro liberale e liberatorio. Certo avremmo la preoccupazione del dove dover erodere denaro per pagare uno stato dall’inefficienza e dal parassitismo globale ma avremo aziende piccole o grandi,quelle che danno lavoro e ricchezza,che comincerebbero a respirare ed ad investire semprechè per quel tempo impossibile le banche esistano ancora.Trump esce dalla stampa guidata del pseudogossip ed entra nello spazio dell’uomo presidente cui guardare con attenzione e rispetto.

  2. ultima spiaggia Rispondi

    4 dicembre 2017 at 23:20

    E noi un Trump dove lo troviamo?
    La “banda del buco” nostrana sa solo far danni, tassare e incrementare il debito pubblico.
    Detto tra noi, servirebbe una botta di dittatura per resettare il sistema e ricominciare tutto daccapo.
    Forse per questo il fantasma del Duce torna a far paura.

  3. Emilia Rispondi

    5 dicembre 2017 at 10:19

    Quoto Ultima Spiaggia

  4. Emilia Rispondi

    5 dicembre 2017 at 12:20

    Prometto che finirò di leggere l’articolo, ma intanto dico: abbassare le tasse al 20% non è una rivoluzione, è un dovere.

    • femine Rispondi

      5 dicembre 2017 at 19:29

      Ben trovata Emilia!
      Oddio, quanto mi piacerebbe… ma non abbiamo un Trump nell’italica terra; né tantomeno se ne profila uno di simile all’orizzonte. Abbiamo però tante calzette immonde e numerosi tacchi 12 con il resto a perdere; intanto l’oracolo funereo Botteri, abbigliata da vedova in gramaglie perenni, è lì pronta a sputare disgusto trumpiano con le sue smorfie ad arrangiare le notizie USA secondo uso e consumo del copione precostituito delle menzogne o, come si dice oggi, delle “fake news”. Buona serata a tutti.

      • Emilia Rispondi

        7 dicembre 2017 at 16:04

        Sono d’accordo, la canea di sinistra italica che si scatena ad ogni batter ciglio del gigante Trump mi ricorda quanto siamo diventati piccoli al cospetto del mondo.
        Un Trump in Italia non ci sarà mai non perché non esiste, ma perché lo annienterebbero con tutte le armi possibili, comprese quelle dell’odio atavico che impregna la linfa di siffatta gente. Mi consola il fatto che questi pseudo individui sono solo una minoranza nel Paese ma allo stesso tempo mi addolora il fatto che il popolo di “destraliberale” dorme, dorme, dorme.

  5. Milton Rispondi

    5 dicembre 2017 at 17:29

    Caro Direttore, si è dimenticato l’aliquota massima sui redditi personali (quelli milionari) al 39%. !!!!!!!
    Mentre in Italia già si paga questa aliquota (38% di IRPEF + 1% di addizionale regionale) appena si superano i 28.000. Euro/annui che corrispondono grosso modo a 1.600. Euro/mensili netti.

    Vale a dire che in Italia si tassano operai e impiegati con le aliquote dei massimi redditi milionari americani.

  6. Menordo Rispondi

    5 dicembre 2017 at 23:17

    Ottimismo !! Ecco cosa traspare dalle azioni di Trump. Fiducia che l’America ritornerà grande con i suoi provvedimenti che già sono stati sperimentati da Reagan e che hanno portato frutti abbondanti. Assolutamente inutile sperare che in Italia ci possa essere un caso simile, troppo abbarbicati a un socialismo fallimentare. Così come c’è da godere per l’ottimismo realistico Americano così è la convinzione che l’Italia continuerà ad essere la grigia economia fallimentare che si trascina nel debito insolvibile e nella pesante tassazione che tutto frena e spegne ogni barlume di entusiasmo.

  7. adriano Rispondi

    6 dicembre 2017 at 12:15

    Caro direttore inutile parlare dell’informazione nel nostro paese,anche perché non lo è più.Trattasi ormai di “racconti”ed ognuno recita le favole che preferisce.Va bene la riforma fiscale.Dopo un anno era ora.Qualcosa si muove ,finalmente.Fino a ieri erano solo i posti di governo,oggi chi ha sperato in un cambiamento può sperare perché non ci sono solo le tasse.C’è la denuncia dei trattati che regolano l’immigrazione,dopo le critiche ad organismi dell’ONU un po’ di parte,per usare un eufemismo.C’è la posizione critica nei confronti dell’OLP.C’è la proposta di trasferire l’ambasciata,insomma molti dei punti del programma cominciano ad emergere.Segnali sufficienti in chi vedeva come migliore qualsiasi scelta diversa da Clinton.Anche in politica estera non si registrano ulteriori disastri e non è poco pensando a quelli causati prima ed ora diventati endemici.Con la Corea non si può fare di più.Mi sembra eccessivo vedere in Trump un grande politico.Vedremo cosa succederà.Come reagirà l’economia sarà importante per dimostrare che la strada del taglio delle tasse paga.Certamente è esagerato pensare ad un’America socialista ma non si deve sottovalutare la maggioranza contraria a Trump ed il lavoro destabilizzante che continua in vista delle elezione di medio termine.Il giro di boa determinerà lo sviluppo della situazione.Se la maggioranza del congresso diventerà democratica è probabile l’impeachment.Per questo è importante che la macchina delle riforme si sia avviata,altrimenti avrebbe favorito i sostenitori della palude.

    • SaDai Rispondi

      6 dicembre 2017 at 20:32

      Adriano, la prima vittoria sara questa domenica in Alabama.

  8. step Rispondi

    6 dicembre 2017 at 15:19

    Bene. Ovviamente RaiRadioUno, nella sua melma quotidiana contro Trump, ha sottolineato che tutto ciò andrà a favorire i “ricchi” e a scapito delle “fasce deboli”. (La faziosità della Rai in radio è peggio di quella della TV). Comunque l’articolo tira un po’ per la giacchetta Trump: Trump cerca di essere liberista ma anche identitario, Sallusti tralascia il secondo aspetto trumpiano… Lo dico senza polemica, naturalmente.

  9. geometra67 Rispondi

    6 dicembre 2017 at 18:05

    Dio benedica Trump! E soprattutto lo protegga dal “giornalista unico democratico-clintoniano” che come i nostri politicanti corretti non si rassegnano alla sua elezione e cercano di abbatterlo mediaticamente.Se dovessero riuscire nel loro intento,gli Stati Uniti sarebbero ancora una democrazia visto che più del voto degli americani conterebbe il parere del direttore del NYT e i soldi delle “felpette” della California (Google,Amazon,ecc.)?

  10. SaDai Rispondi

    6 dicembre 2017 at 20:35

    Non solo in economia, la elezione di Trump e’ stata una benidizione per gli equilibri mondiali. Solo gli stolti possono sostenere che Killary non avrebbe scatenato disastri.
    Ah prima delle elezioni Trump era un amato milionario e personaggio tv e nessuno aveva problemi con lui….
    Saluti dagli USA.

  11. luca Rispondi

    8 dicembre 2017 at 13:08

    Comincia a vincere,pur con difficoltà,sui paludanti sinistri.Penso che nella viltà degli opponenti anche repubblicani più d’uno comincerà ad appoggiarsi ed appoggiare un soggetto che non si lascia intimidire e che certo non ha bisogno della poltroncina o di dover fare carriera e denari in quel mondo.No in Italia un Trump non ce lo farebbero permettere e lo farebbero vivere male prima di distruggerlo.Ottimo e condiviso in pieno il commento sulla lugubrissima Botteri.

  12. spago Rispondi

    10 dicembre 2017 at 14:49

    Se sarà finanziato da tagli di spesa il piano fiscale di Trump, cosa che non sembra, sarà un taglio di tasse, ma se sarà finanziato a debito, come sicuramente sarà, non potrà esser considerato un taglio di tasse. In quel caso andrà preso per uno spostamento di tasse, e per un aumento, visto che i debiti si pagano con gli interessi. Quindi Trump non andrà applaudito, ma chiamato truffatore. E non ci troveremo di fronte a una politica liberista, ma all’ennessima politica socialista.

    D’altronde l’intenzione di Trump non è fare una riforma che riduca il perimetro dello Stato americano, ma fare una riforma a parità di gettito fiscale. Trump vuole prelevare dagli americani gli stessi soldi che sono loro presi attualmente. Ha solo sposato una teoria secondo cui riducendo le tasse l’economia cresce e con essa il gettito fiscale, così che anche con una pressione fiscale percentualmente minore si può in valore assoluto intascare gli stessi soldi e con questo ripagare i debiti fatti per finanziare i tagli delle tasse senza ridurre le spese. Che si creda o meno a questa teoria… io non ci credo.. questa non è la teoria di un liberista, cioè di uno che vuole ridurre al minimo lo Stato, ma quella di un diversamente socialista.

    Trump ha in programma di aumentare enormemente la spesa pubblica, sia per ingigantire il già gigantesco bilancio del pentagono, cosa che fa capire che non ha intenzione di abbandonare la politica estera imperialista (quando, ricordiamocelo, Mises definì la pace come il programma di politica estera di un liberale classico, e Rothbard definì l’opposizione all’interventismo militare e alla guerra come la questione più importante per un libertario), sia per lanciare un gigantesco piano di investimenti pubblici in infrastrutture, il che è ovviamente un proposito da socialista fatto e finito, una politica contro cui i veri liberali, gente come Hayek, Mises, Rothbard (uno dei pochi liberali che attaccò Regan per non aver tagliato le tasse, ma fatto solo finta di farlo, ricorrendo al debito) avrebbero fatto tuoni e fulmini.

    L’America è stra indebitata, fare nuovo debito è un’idea di merda, che si ripercuoterà su di noi. Ma ehi Trump ha sconfitto la Clinton, è politicamente scorretto, e non piace alla sinistra, che ci frega di tutto il resto?

    (e per la cronaca, no, non sono un ammiratore di “Killary”, che avrebbe fatto disastri anche peggiori di pel di carota.)

  13. Spago Rispondi

    11 dicembre 2017 at 07:41

    Non c’è nulla di più ridicolo che dipingere Trump come un libertario. Ecco qui comunque una analisi libertaria della riforma fiscale: con un chiaro giudizio negativo espresso.

    https://www.lewrockwell.com/2017/12/laurence-m-vance/what-makes-tax-reform-libertarian/

  14. adriano Rispondi

    12 dicembre 2017 at 13:04

    L’ obiettivo dovrebbe essere dare un reddito attraverso il lavoro a chi non lo ha ed aumentarlo per chi lo ha.Il primo si può ottenere sgravando le imprese, il secondo abbassando le tasse sulle persone.Qualsiasi mezzo si usi ,a mio avviso,va bene,anche il debito,se non c’è inflazione.I tagli vanno bene sugli sprechi,non sui settori da cui dipende la vita dei cittadini.L’ideologia non conta.Conta diminuire i bisogni,non aumentarli.

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