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Lombardi, non perdiamo il treno dell’autonomia

La regione-locomotiva del Paese è oggetto di una vessazione fiscale che non ha pari in Europa e nel mondo: 56 miliardi l’anno che vengono drenati dai territori produttivi verso l’idrovora centralista. Il Sì al referendum è un’occasione imperdibile per dire basta

tasseNon occorre leggere Carlo Cattaneo né Gianfranco Miglio. Anche se bisognerebbe, per capire la Lombardia e il suo popolo. Chi non li ha letti è un po’ uno straniero a casa propria. Nel 1844, il padre del federalismo italiano – uomo di scienza e di ragione – dà alle stampe le Notizie naturali e civili su la Lombardia, una fotografia molto attuale della nostra regione, della sua terra e della sua gente. Mentre nel 1989 il profesùr pubblica la sua analisi Vocazione e destino dei lombardi, in cui ragiona sull’identità – essenzialmente mercantile, economico-produttiva, con il primato del privato e le istituzioni strumentalmente concepite al suo servizio – del grande popolo lombardo. Passaggi obbligati.

Basta fermarsi a Guido Piovene. Correvano i primi anni Cinquanta e lo scrittore vicentino fece un viaggio in Italia, che poi pubblicò sotto forma di poderoso e ponderoso diario. «La Lombardia è generosa, orgogliosa di ‘mantenere’, com’essa crede, gran parte della nazione; ma trova poi che i mantenuti sono spesso ignavi e ingrati. L’enorme contributo pagato all’assistenza dagli industriali milanesi e lombardi va solo in minima parte alle loro maestranze, e quindi a vantaggio della loro pace; se restasse in casa, essi pensano, non si avrebbero in Lombardia maestranze poco soddisfatte ed il problema sociale sarebbe risolto». Sarebbe sufficiente fermarsi qui per cogliere sino in fondo il senso del referendum per l’autonomia della Lombardia che andremo a votare tra un paio di giorni, domenica 22 ottobre. Che rappresenta la concreta opportunità non solo per conquistare i margini di autonomia cui legittimamente e collettivamente aspira la comunità lombarda. Ma anche l’occasione per incidere sul futuro – soprattutto dal punto di vista dell’articolazione istituzionale e amministrativa – della Penisola.

Federalismo è un termine-concetto – spesso usato in modo assai improprio rispetto alla sua definizione dottrinaria – ormai screditato, dopo l’«ossessione federalista» emersa, nel dibattito pubblico, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del secondo millennio. Recenti sondaggi ci dicono però che non è vero. Ci rivelano che per quattro italiani su dieci il federalismo – o quanto meno un processo di radicale regionalizzazione nel segno dell’autonomia politica e amministrativa – è ancora l’unica medicina possibile per risolvere i mali endemici e strutturali di questo Paese. Non solo, ma la sensibilità autonomista presso l’opinione pubblica dagli anni Novanta in qua è cresciuta in modo progressivo e inarrestabile. Oggi ci assestiamo intorno al 30 per cento: 3 italiani su dieci pensano che radicali processi di federo-regionalizzazione possano rappresentare la strada maestra allo scopo di risollevare le sorti del Paese, nel segno di una maggiore autonomia politica e amministrativa dei territori. Anche perché il regionalismo, là dove funziona, si configura come una leva per lo sviluppo della democrazia, non già come una zavorra. È quindi del tutto evidente come i detrattori del referendum lombardo guardino nello specchietto retrovisore, mentre i promotori guardano avanti, verso il futuro.

La storia di questo Paese ci racconta di un percorso che va dal federalismo risorgimentale mancato al regionalismo repubblicano tradito. È profondamente ingiusto dal punto di vista istituzionale che tutte e quindici le regioni a Statuto ordinario – virtuose o no – vengano trattate allo stesso modo dallo Stato centrale, com’è accaduto dal 1970 in qua. Meglio – anzi necessario e opportuno – sarebbe riconoscere delle forme di autonomia in relazione alla virtuosità dei territori. L’istituto del «regionalismo differenziato» – deliberatamente ispirato al federo-regionalismo spagnolo – è stato costituzionalizzato, nel 2001, per assegnare a ogni regione a Statuto ordinario adeguati margini di autonomia, coerenti con la propria capacità economica, produttiva, fiscale. In una parola, con la sua virtuosità. Così è avvenuto in Spagna a seguito del processo costituente democratico postfranchista, quando ogni regione ha trattato con lo Stato centrale le proprie condizioni di autonomia politica e amministrativa. Il fatto è che in sedici anni il «regionalismo differenziato» non ha mai funzionato. Quattro regioni, e per cinque volte (Toscana 2003, Piemonte 2006, Lombardia e Veneto 2007, Piemonte 2008), hanno tentato la trattativa con il governo per ottenere maggiori margini di autonomia. Non sono mai arrivate in fondo e non hanno mai ottenuto alcuna materia aggiuntiva. Di qui la necessità di far funzionare una parte inattuata della Costituzione repubblicana, che stabilisce un principio giusto, ma – forse – ricorre a un metodo (la trattativa governo-regione) sbagliato. Il referendum lombardo è pertanto un atto di grande responsabilità istituzionale e di lealtà costituzionale.

Autonomia significa minore dipendenza dallo Stato centrale. Per effetto del suo rendimento istituzionale, suffragato da tutti gli indicatori, la Lombardia se la merita tutta quella che chiede con il referendum, concepito come il “mandato a trattare” con il governo. Il rapporto tra la Lombardia e lo Stato centrale è davvero iniquo, lo sottolinea tutta la letteratura scientifica, perché questa regione è oggetto di una vessazione fiscale che non ha pari in Europa e nel mondo. E che ammonta a 56 miliardi di euro annuali. Quando il governatore lombardo siederà al tavolo delle trattative con il governo, potrà utilizzare la leva fiscale da un lato e il consenso della gente, raccolto con il referendum, dall’altro. La partita è tutta qui. Insomma, domenica passa il treno dell’autonomia. Un’occasione unica e irripetibile, offerta ai cittadini lombardi, per cambiare il loro destino.

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di on 20 ottobre 2017. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

13 commenti a Lombardi, non perdiamo il treno dell’autonomia

  1. Giùan Rispondi

    20 ottobre 2017 at 17:01

    caro intraprendente,
    per un leghista della prima ora, come me, è difficile da ingoiare la parola autonomia, significato di tutto e di niente nel contesto italiano.
    Quando si parlava di quattro gatti sul pò, in realtà eravamo quattro milioni quel giorno era la volta buona per ottenere quella tanta agognata libertà.
    Ma l’allora capo del movimento andò a Venezia e “proclamò” la Repubblica del Nord, lasciando tutta la quantità di gente in riva al fiume a mangiare salamelle. Era sufficiente quel giorno, secondo me, girare i pulmann verso Roma, neanche i sindacati sono stati buoni di fare affluire cosi’ tanta gente
    per una manifestazione. Ora saremmo già autonomi da un pezzo. Ma quel treno non passa PIU’. Come credete che finirà? Il professore Miglio era solito dire che una sola cosa può spaventare lo Stato: lo sciopero fiscale! Maroni non mandare più soldi a Roma e presto saremo LIBERI!

  2. Luca Rispondi

    20 ottobre 2017 at 20:30

    Il paese ha già’ una divisione economica più che geografica .L’unita’ d’Italia mai attuata se non nei libri di scuola e nelle manifestazioni a bandiera unica è un fatto dovuto alla negligenza ed al bisogno economico del ” reame sardo piemontese”.Ma dopo quasi duecento anni il senso di un rimborso dovuto al danno piemontese non ha senso,se un popolo,che ha vissuto di genio da Archimede a Pirandello non sa avere governanti che lo tirino fuori e che lavorano ancora su prebende da tassazioni insopportabili da imprese della Lombardia e del Veneto forse continuera’ per secoli ad essere gestito da i don Carmelo di turno e ad accettare questo.

  3. Franco Cattaneo Rispondi

    20 ottobre 2017 at 20:47

    Premetto che sono molto scettico sulle conseguenze pratiche di un risultato positivo, anche se plebiscitario: non credo che mai a Maroni e Zaia (o chi per loro) sarà permesso dal governo di intavolare alcuna trattativa.
    Basta vedere come gli brucia ai romani: io tutte le mattine guardo su internet le prime pagine dei quotidiani del cdx (Giornale, Verità, Libero e Tempo) e da settimane il quotidiano di Roma spara a zero sul referendum “Milano Ladrona”, “Milano città corrotta”, “Maroni butta 74 milioni per un referendum inutile” (neanche fossero soldi dei romani), ecc.
    Ritengo però fondamentale far sapere che ne abbiamo le palle piene di vedere ogni giorno che l’Italia per lor signori finisce a Fiano Romano.
    Spero che i Lombardo-veneti non siano così ciula – o mona – da perdere quest’occasione.
    Non dimentichiamoci che sia la Lombardia che il Veneto (rispettivamente al termine della 2-a e della 3-a guerra d’indipendenza) furono ceduti dall’Impero Asburgico alla Francia e da questa girati ai Savoia.
    Franco Cattaneo

  4. adriano Rispondi

    21 ottobre 2017 at 14:31

    Ricordo un condominio ,piccolo,dalla maggioranza precostituita di parenti e un poveretto che aveva avuto la balzana idea di comperare.Si trovava sempre in minoranza e non era proprietario di niente,dovendo subire le decisioni di altri.Ho dei parenti in Veneto che ogni tanto frequento.Le prime volte mi sono stupito constatando che la lingua parlata lassù non è l’italiano,che non si usa per niente quando non ci sono ospiti.Temo che questo referendum sia un inganno.Ma quale consultivo.I popoli dovrebbero poter decidere con chi stare.Invece si assiste allo spettacolo indecente di un potere centrale che “commissaria” quello locale .”Da Pujgdement disobbedienza sistematica”,dice la maestra.Sembra di essere all’asilo.Tutti dietro la lavagna in castigo e se non fate i buoni mandiamo la flotta.

  5. geometra 67 Rispondi

    21 ottobre 2017 at 17:16

    Anche se per il referendum si avrà un grande numero di votanti (il sì è scontato)temo che sarà tutto inutile.Il federalismo “vero” si otterrà solamente quando TUTTE le regioni italiane diverranno “confederate” fra loro.Trattativa tra stato centrale e Veneto e Lombardia vorrà solo dire “tavolo di confronto” inconcludenti ed eterni.Occorrerebbe una vera riforma costituzionale che certamente sarebbe ostacolata dai rappresentanti di quelle regioni a statuto speciale che godono di grandi privilegi.Comunque la si rigiri mi sembra una missione impossibile!Comunque il referendum è meglio di niente!

  6. aurelio Rispondi

    22 ottobre 2017 at 11:06

    Pezzo gradevole e ben scolastico per chi sa o vuole apprendere e migliorare “contra omnes”posizioni e converrebbe a tutti.

  7. aquilone Rispondi

    22 ottobre 2017 at 12:35

    Se avessimo uno stato centrale degno di questo nome, oggi non parleremmo di referendum ma di inter-milan o di lazio-milan o inter-roma.
    Purtroppo siamo govertati da inetti, ignavi, fanfaroni, prevericatori, ladri e traditori delle istanze popolari.
    Quindi io, pur considerandomi uomo di destra simpatizzante di giorgia meloni (come noto contraria all’iniziativa) e pur essendo orgoglioso di essere cittadino di roma, dico serenamente che la mia ex stupenda città da troppi anni è preda di barbari nostrani e plaudo all’iniziativa lombardo/veneta del referendum. Spero che vinca il “si”, spero che i lombardi e i veneti ne sappiano fare buon uso, spero che possa servire a smuovere le acque e che possa fungere da incipit per un’italia migliore. Tanto, peggio di così non c’è più niente. Continuando così il ns. destino è segnato. La nostra china, volge ormai dritta dritta ad africanizzarci e ad impoverirci sempre più, in mano come siamo ad una banda di sinistri eurinomani senza nè arte nè parte. Lombadi e veneti, forza, non deludete gli altri italiani

    • Milton Rispondi

      23 ottobre 2017 at 18:07

      Da lombardo (ad un tiro di schioppo dalla Svizzera) sono molto contento di condividere il pensiero di un amico romano.
      Ho votato SI senza alcuna illusione. Anche perché, ammesso e non concesso che una autonomia lombarda veda la luce, il cambiamento sarebbe più di facciata che sostanziale: dopo il centralismo burocratico romano avremmo quello in salsa milanese, altrettanto invasivo anche se un po’ meno sprecone.

      Per rimettere ordine nelle situazioni insostenibili come quella italiana si deve fare “piazza pulita” e ripensare tutto l’ordinamento istituzionale, Costituzione compresa, altro che un po’ di autonomia in più.
      Queste “riformette”, come quelle che abbiamo visto negli ultimi decenni, sono palliativi che non incidono su statalismo e regionalismo ipertrofico, quindi risultano solo fumo negli occhi per l’opinione pubblica.

      Sarebbe semplice studiare il sistema svizzero; ma nemmeno alla Lega piace prendere per le corna il problema e dare vero potere decisionale ai cittadini.

  8. step Rispondi

    22 ottobre 2017 at 12:42

    “Imperdibile” magari no, ma è un’occasione per dare un segno. Io invito tutti i lombardi e tutti i veneti ad andare a votare per una maggiore autonomia. Poi gli attori politici che dovrebbero attuare la richiesta di maggiore autonomia se ne fregheranno, come al solito, ma occorre dare un segnale. E non bisogna puntare solo sul dato economico, egoistico e di bottega, ma va evidenziato soprattutto il dato etnico-culturale, è questo che arriva al cuore della gente.

  9. Mayo Rispondi

    22 ottobre 2017 at 19:33

    Bravo Stefano, molto sintetico.

    Ma ho paura che abbiano ragione i commentatori: facciamolo pure ma e’ poco meglio che niente.

    Avremmo dovuto appendere a piazzale Loreto i predicatori fanfaroni che abbiamo conosciuto e stupidamente sostenuto, invece di lasciarli morire miliardari nel loro letto.

  10. riccardo pozzi Rispondi

    24 ottobre 2017 at 10:49

    Diciamo la verta’ Professore, qualcosa dovete averlo imparato anche voi in Via Bellerio. Non crede?

  11. gian luigi lombardi-cerri Rispondi

    24 ottobre 2017 at 16:33

    I centro meridionali hanno una incapacità genetica verso l’organizzazione. Bisogna togliere loro il potere di fare Leggi e regolamenti onde poter ridurre i catastrofici costi gestionali di strutture.

    • Mayo Rispondi

      24 ottobre 2017 at 22:41

      Ehila! Piano, pianino Cerri.

      Non eravate voi che con 180 parlamentari da venticinque miglioni al mese avete fato melina e pure flanella per anni e anni e anni?

      Mi pare che il capataz li prende dal 1987 e….. se mi sbalio, mi corigerete.

      Senza tenere conto del rimborso ‘lettorale e tutto il resto che non si dice.

      Crassi l’ha detto ed e’ finito male ‘poraccio.
      Lo sappiamo cosa s’impara in via Bellaria, va la.

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