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Di scuola, merito (negato) e nuovi barbari

Anche quest’anno l’inizio delle lezioni scolastiche è stato preceduto nelle scorse settimane da una serie di opinioni critiche sul sistema d’istruzione italiano. Il sasso in piccionaia l’ha lanciato il Ministro della Pubblica Istruzione che nelle settimane scorse ha espresso idee assolutamente opposte: da un lato ha affermato che personalmente eleverebbe l’obbligo scolastico fino a 18 anni; dall’altro ha autorizzato la formazione di 72 classi delle scuole medie superiori con percorsi ridotti da cinque a quattro anni. Su aspetti più squisitamente didattici dalle pagine di Repubblica è sceso in campo Alberto Asor Rosa con un articolo dal titolo emblematico: “La scuola in mano ai nuovi barbari”. Chi sono i nuovi barbari secondo l’autore? Risposta: i programmi e coloro che nella scuola operano, fuor di metafora in primo luogo gli insegnanti. I politici sono responsabili dei programmi nel senso che durante i decenni trascorsi hanno realizzato delle innovazioni disarticolate che hanno causato un progressivo calo dei contenuti didattici, affiancate poi dall’introduzione di tablet, lavagne luminose nell’illusione di risalire la china. Sta di fatto che molti studenti oggigiorno siedono nelle aule scolastiche più che per convinzione o per amore della cultura per prendere il classico “pezzo di carta”, peraltro sempre più svalutato, insufficiente per trovare un posto di lavoro. Si pensi che per partecipare, per esempio, al concorso per postino è richiesto il diploma di scuola media superiore.

E tutto ciò accade perché i finanziamenti sono in continua diminuzione – come si affanna ad affermare la maggior parte di commentatori e dei docenti – o non piuttosto perché il livello qualitativo di preparazione degli studenti è l’anello debole dell’istruzione italiana per mancanza di una indispensabile selezione (parola bollata con marchio d’infamia) tra chi studia e chi no? E’ un puro caso che ciò avvenga o è il sintomo di un fenomeno diffuso? C’è un episodio rivelatore per individuarne l’origine: lo scorso anno scolastico molti insegnanti delle scuole medie di primo grado hanno perentoriamente rifiutato di far svolgere nelle proprie classi le prove Invalsi, ossia il tentativo di rilevare a livello nazionale il grado di preparazione delle singole scuole e quindi dei Studenti-Disabili2professori. Ancora, nelle scuole medie superiori sono numerosi i docenti che si ostinano a respingere il concetto di un sapere finalizzato ad uno sbocco lavorativo. Per costoro l’insegnamento è quello puro, classico, disancorato da qualsiasi contaminazione pratica, ma così facendo si determina una vistosa frattura tra scuola e mercato del lavoro. Si tratta di una visione non lungimirante che, unita a livelli di preparazione professionale non sempre sufficienti (anzi contestati spesso dagli studenti e dai genitori), costituisce un vero nervo scoperto, insieme ad un altro punto critico: il sistema di reclutamento dei docenti non sempre esente da polemiche negli ultimi decenni. Sono questi i fattori che complessivamente causano l’appiattimento scolastico odierno che si manifesta soprattutto con la tendenza diffusa degli insegnanti a rinunciare a una adeguata valutazione del livello di preparazione culturale degli studenti, nonché del carente ruolo educativo scolastico. Invece, i suddetti sono elementi fondamentali della formazione indispensabile per foggiare buoni professionisti e coscienti cittadini. Non è irrilevante, infatti, notare che anche l’Agenda 2030 dell’Onu – valida in tutti i paesi che vi aderiscono – sottolinea che per avere consapevoli cittadini e validi professionisti è indispensabile un’elevata cultura, alla cui base c’è sempre un’istruzione pubblica efficiente.

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di on 9 ottobre 2017. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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