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Contro il bigottismo della Costituzione

Checché ne dicano a Madrid, un popolo ha il sacrosanto diritto naturale di sovvertire una regola che gli sta stretta, fosse anche la regola suprema. Le costituzioni non sono verità dogmatiche, ma nascono e mutano all’interno della storia degli uomini

F1C7F7CF-F30E-46F0-9595-F3E7CD2BAABDLa costituzione più bella del mondo? Come no. Dove non arriva la preparazione politica dei sudditi ci pensa qualche supporto nazional-popolare mediatico a edulcorarci la carta fondamentale dell’impianto legislativo di un ordinamento giuridico. Che le regole di convivenza imposte siano “belle” è risibile, se esistono è solo perché in mancanza di esse l’umanità si scannerebbe, a partire dalle riunioni condominiali. Altro cliché consolidato è che la storia insegni qualcosa: se i figli non commettessero gli errori dei padri, dovremmo da secoli vivere in un paradiso terrestre (che siano in maggioranza i cattivi maestri?). La storia è quella che viviamo oggi, sul fronte, come diceva la Fallaci, appena la racconti o la scrivi si tramuta in un romanzo basato sui fatti.

Quante costituzioni sono nate a seguito di avvenimenti storici pacifici? E i padri costituenti (addirittura “padri”, chi più intoccabile?) hanno ancorato la loro creatura a sistemi di modifica che prevedono un iter più complesso di quello delle fonti di diritto ad essa subordinate, allontanando il più possibile i cittadini dal “vangelo” paterno e paternalistico, permeandolo di dogmatismo ingessato. Da noi ci ha tentato il nipotino Renzi a cambiarla, ma è scivolato su una riforma ridicola e pure incomprensibile linguisticamente al popolo chiamato a votare, che giustamente ha rimandato la riforma al mittente. E “qualcosa è meglio di niente” non funziona. Ben gli sta.

Le previsioni sulle conseguenze del referendum catalano sono un terno al lotto, giornalisti e osservatori vanno a tentoni sollevando le questioni più disparate: chi è più nazionalista, il governo di Madrid o la Catalogna? Chi infrange la legalità, i catalani che indicono il referendum contro i dettami della corte costituzionale o la Policia Nacional che mena i votanti? È giusto che una minoranza decida di staccarsi da una realtà senza il consenso della maggioranza del Paese? Le responsabilità sono di entrambi, Madrid e Barcellona? A quest’ultima domanda, la nostra risposta è no. E non per sentimento di pancia verso le foto delle vecchine sanguinanti.

Come in ogni lotteria qualcuno azzeccherà qualcosa, noi lasciamo le previsioni ai veggenti e ci limitiamo a considerare che, a prescindere dalle conseguenze, un popolo ha il sacrosanto diritto naturale di sovvertire una regola che gli sta stretta. Anche andando contro una costituzione non gradita. Dura lex sed lex si applica ai reati comuni, per la sicurezza pubblica, non contro un popolo che chiede di votare. La repressione neofranchista di Rajoy non solo ha rafforzato il sentimento popolare indipendentista catalano, ma è la prova di forza dei deboli, della paura, dell’incapacità di affrontare le difficoltà e le mediazioni, coniugata a una violenza fisica degna dei peggiori totalitarismi. La confusione nasce anche dalla difficoltà di individuare una corrente politica di riferimento (difetto cui sono avvezzi gli osservatori miopi) alla base del motore indipendentista, trasversale come i suoi sostenitori, a partire dallo storico Jordi Pujol, che peraltro ha frequentato il Colegio Alemán, la scuola tedesca, questo per chi contesta la ristrettezza linguistica di una Barcellona con decine di scuole straniere, compresa quella italiana (a Milano esiste il liceo spagnolo?), università in inglese, tanto da vantare uno dei più prolifici scambi di studenti con l’Europa intera. Puigdemont è di sinistra, ma punta i piedi per difendere un diritto liberale fondamentale: quello dell’autodeterminazione del suo popolo.

Come nel caso di Brexit, già si profilano scenari apocalittici per quegli sprovveduti di catalani: aumento dei dazi, dell’immigrazione selvaggia e così via. Intanto il 29% del Pil spagnolo si produce lì, essendo da tempo comunità autonoma, il Pil pro capite è di 33mila euro contro i 22mila del resto della Spagna.  Il frazionamento delle comunità va sicuramente a scapito del desiderio centralista di uno Stato, ma per chi della storia legge i numeri più che le opinioni, sono proprio le realtà territoriali ristrette a produrre più ricchezza e benessere. Stufi di tirarci addosso i luoghi comuni quando nominiamo la Svizzera, ricordiamo lo stesso che economicamente è quello il modello vincente, nonostante le 4 lingue nazionali e le ridotte risorse naturali, Paese dove si vota anche per il recinto dell’asilo. È nata confederandosi mentre la Spagna è centralista? Scriviamo un nuovo capitolo di storia. Lasciamo ai bigotti legalisti e costituzionalisti lo scandalo per la sovversione popolare, e soprattutto si vergognino di non scandalizzarsi per la violenza, ché menare i pompieri che difendono i cittadini dalla “loro” Policia Nacional, già questa è una notevole new entry storica.

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di on 4 ottobre 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

12 commenti a Contro il bigottismo della Costituzione

  1. Pierluigi-Gigi Rispondi

    4 ottobre 2017 at 12:23

    E’ noto che storicamente gli stati si sono formati con forza, violenza sottomissione. Perfino gli Stati Uniti nel 1860 dopo aver insegnato al mondo la democrazia e il federalismo sono ricorsi alla violenza più brutale.
    Ci si illudeva che tutto ciò apparteneva al passato, appunto alla storia avendo l’uomo “molto progredito in civiltà e democrazia”.
    Ennesima disillusione.
    Ma non preoccupiamoci: la cultura italiana, per duemila anni di papato che ci ha insegnato a porgere l’altra guancia, non seguirà l’esempio dei Catalani di tuttaltra tempra fatti.

  2. Milton Rispondi

    4 ottobre 2017 at 16:47

    Concordo con l’articolo.
    Gli Stati e le relative Costituzioni (in U.K. opportunamente ne fanno a meno) sono nati e promosse su istanze popolari, quindi al servizio di un popolo e di una convivenza pacifica per dei comuni interessi.
    Oggi al contrario si pretende che siano i popoli al servizio delle rispettive Costituzioni, assurte a divinità indiscutibili, ma in fondo a difesa dei poteri costituiti.
    Credo che il fondamento irrinunciabile della democrazia sia la libertà di voto, anche contro le eventuali disposizioni di legge, ed anche contro gli interessi economici contingenti. Sono quindi convintamente con Barcellona e con l’autodeterminazione popolare.

  3. aurelio Rispondi

    4 ottobre 2017 at 17:35

    Certo non ci troviamo in Gran Bretagna dove gli scozzesi poterono….Ma quelle istanze ritorneranno e trovare o imporre tavoli per trattative compatibili è il ruolo della politica promossa dai due “contendenti” ,pur sempre nella consapevolezza che ai catalani come ai lombardi mai sarà possibile accettare il passaggio di una barcata di miliardi ad uno stato centrale che parla di ridistribuzione di quella ricchezza che viene prodotta solo da una parte e sperperata dall’altra.

  4. step Rispondi

    4 ottobre 2017 at 19:30

    Non ci cascate, vogliono solo distrarci. È in atto la nostra estinzione e pensiamo alla Catalogna? Tanto in Spagna si tratta solo di miserie: quella madrilena, giacobina e centralista; e quella catalana, infarcita di egoismo (peraltro non mi pare che i catalani fossero così rispettosi dell’idea di indipendenza, quando sfruttavano Cuba, la loro colonia).

    • Vaudano Rispondi

      5 ottobre 2017 at 08:50

      A cosa sarebbe dovuta la nostra estinzione, se non al saccheggio fiscale a danno del nord e a vantaggio del sud?

  5. Emilia Rispondi

    5 ottobre 2017 at 10:41

    Finalmente parole sensate. Grazie all’articoli sta Laura. Non ci si può riempire la bocca con la frase” il popolo è sovrano” e poi fare quel che gli pare. Auspico in Italia almeno tre entità autonome se non indipendenti. Il milanese e il siciliano non hanno niente in comune, per non parlare dei romani che non hanno niente in comune con nessuno.

  6. Emilia Rispondi

    5 ottobre 2017 at 10:44

    Ops : articolista

  7. adriano Rispondi

    5 ottobre 2017 at 12:31

    “..sistemi di modifica che prevedono un iter più complesso..”Va bene,la costituzione è rigida ma l’errore è di volerla modificare col metodo del Gattopardo.Manca la volontà politica di cambiare sistema.Si deve partire dalla convinzione che i cittadini siano consapevoli e quindi meritevoli,quando occorre,di dire l’ultima parola.L’unica modifica che serve è “la sovranità appartiene al popolo”.Approvata quella si può introdurre con legge ordinaria il referendum consultivo e propositivo.Dopo,al posto dei pasticci attuali,per la legge elettorale si chiede:”Proporzionale o maggioritario?”I cittadini scelgono,quello si fa e si prosegue così per tutte le questioni controverse e di interesse primario.Non serve copiare la Svizzera.Basta un punto.

  8. Zamax Rispondi

    5 ottobre 2017 at 13:55

    Ma, e la Crimea allora? La linea dell’Intraprendente allora era diametralmente opposta. Certo, i metodi dell’indipendenza e dell’annessione furono lontanissimi dall’essere cristallini e se volete anche democratici, ma sul fatto che la grande maggioranza dei cittadini della Crimea fossero favorevoli all’annessione alla Russia non ci piove proprio. A me pare che ci sia una grande confusione, sul caso catalano come sul caso “crimeano”, e ciò è dovuto al fatto che si esaminano questi casi alla luce di un liberalismo ideologico paradossalmente di lontana origine radicale-giacobina. Si dice stentoreamente che l’autodeterminazione dei popoli sarebbe un principio liberale fondamentale. Un principio in che senso? Certo non in senso assoluto, perché portato alle estreme conseguenze porterebbe alla polverizzazione di qualsiasi entità statale o amministrativa che dir si voglia. E’ divertente vedere come spesso a seconda degli interessi o delle convenienze al grande principio dell’autodeterminazione venga opposto l’altro grande e stentoreo principio dell’integrità territoriale, sempre portato avanti in nome della democrazia, s’intende. E la cosa più divertente ancora è che spesso ad agitarlo, questo principio dell’integrità, sono gli stati appena nati grazie all’altro indiscutibilissimo principio dell’autodeterminazione. Se non fosse tragica ci sarebbe proprio da ridere ad osservare la storia recente in materia.

    • maboba Rispondi

      7 ottobre 2017 at 08:44

      Avevo fatto notare anch’io la dicotomia rispetto al caso della Crimea. Così come all’ipocrisia europea che oggi è tiepida assai verso la Catalogna quando “ieri” prima ha sostenuto con la violenza (i bombardamenti di Belgrado ce li siamo scordati?) e con la solita “scusa umanitaria” la creazione ex-novo di uno stato, il Kossovo, che storicamente è sempre stato serbo e che è diventato uno stato quasi criminale e poi anche quella del Montenegro avvenuta invece senza violenza con un referendum.
      Sostanzialmente sono d’accordo con la tesi dell’articolista. Riguardo ai pericoli reali di una eccessiva frammentazione dei territori nazionali, questo dipende molto dalle politiche e anche dalla cultura degli stati nazionali. Se queste sono miopi e fondamentalmente autoritarie come è stata quella del governo spagnolo il pericolo si può concretizzare. Non per questo si può accettare la repressione di una intera popolazione che non ne vuol più sapere.
      Rimanendo in casa nostra spero che le spinte autonomiste di Veneto e Lombardia, sacrosante, rimangano nell’alveo dell’autonomia, perché altrimenti secondo me sarebbe un disastro per loro e per l’Italia. Di fronte alle mire egemoniche di Francia e Germania (alla faccia della “solidarietà” europea, tanto per rimarcare l’ipocrisia e l’inconcludenza di questa UE) una divisione ci renderebbe tutti prede ancora più facili. Tuttavia qualora permanessero gli attuali squilibri di residuo fiscale e il governo centrale mantenesse la stupidità di un Renzi al riguardo, allora anche noi prima o poi ci troveremmo di fronte a situazioni analoghe. Ricordo che il Veneto ha tradizioni storiche ben più lontane e robuste della Catalogna ad esempio.

      • Zamax Rispondi

        8 ottobre 2017 at 11:05

        Io sono molto perplesso sull’indipendenza della Catalogna. Innanzitutto perché è portata avanti da qualche tempo da una setta laicista-repubblicana che di “liberale” non ha assolutamente nulla, e che condurrebbe la Catalogna verso uno statalismo radicaleggiante e libertino, destinato a fallire. Secondo perché la Catalogna – a parte l’aspetto finanziario – ha già ottenuto moltissimo dal proprio statuto di autonomia. Dall’altra parte bisogna dire che storicamente la Catalogna ha sempre avuto in sostanza una sua “lingua nazionale” e ciò complica moltissimo le cose nella vita degli stati nazionali moderni e soprattutto, anche se questo può sembrare controintuitivo, in tempi di democrazia, la quale, dovendosi per forza di cose farsi garante del singolo individuo, finisce anche per creare una burocrazia pervasiva che cataloga, classifica e al singolo arriva. Di fatto. se si guarda bene, in plurilinguismo ufficiale nelle democrazie moderne funziona bene solo dove i confini linguistici disegnano aree omogenee territorialmente contigue. Da questo punto di vista gli imperi di una volta potevano essere assai più elastici, anche se il singolo veniva un po’ abbandonato alla mercé di di entità sociali subalterne. La Repubblica di Venezia è un caso diverso. Anche se il suo peso specifico e il ruolo svolto nella storia è nettamente superiore a quello della Catalogna, la Serenissima culturalmente non si è mai sentita avulsa o “altra” dalla storia italiana. Nel Medioevo, cioè nei secoli della costruzione del suo Stato da Mar, la lingua dei documenti ufficiali della Repubblica era il latino; nei secoli della costruzione del suo Stato da Tera nel Lombardo-Veneto, cioè a cominciare dai tempi dell’Umanesimo e del Rinascimento, che videro nel resto dell’Europa l’affermarsi definitivo delle lingue nazionali moderne, la lingua ufficiale della Serenissima divenne l’italiano. E’ un fatto abbastanza straordinario e sintomatico che un’entità statale millenaria non abbia mai sentito il bisogno di codificare una propria lingua nazionale, pur avendone tecnicamente tutti i presupposti, come testimonia la perdurante vitalità dei suoi mille “dialetti” veneti; ma questo si spiega, appunto, perché Venezia nella sua storia si è sempre sentita parte dell’Italia, magari anche col il segreto sogno di poterla un giorno guidare. L’indipendentismo veneto è più un fenomeno di reazione verso un’Italia sentita sempre più come matrigna, che l’espressione di un sentimento nazionale proprio.

  9. GEOMETRA 67 Rispondi

    5 ottobre 2017 at 16:54

    Ma di quali popoli stiamo parlando!Qui si tratta di regioni ricche e ben amministrate che (giustamente) si sono stufate di mantenere regioni spendaccione e corrotte!In quanto a volontà popolari allora dovremmo ritenere corretti i nostri ridicoli plebisciti risorgimentali che al 99 per cento avallavano le conquiste dei Savoia-Garibaldi! Sempre in Italia e parlando di popoli bisognerebbe tifare per gli Altoatesini,che effettivamente sono austriaci del sud.In ogni stato vi sarà sempre una regione più ricca che si dichiarerà popolo e vorrà l’indipendenza!In breve si tornerà ai comuni medioevali !La soluzione è solamente la confederazione !

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