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Un realista di nome Donald

La continuità dell'amministrazione Trump con la linea di altre presidenze repubblicane è molto più profonda e sistematica di quanto (non) dica il commentatore medio. La chiave è il realismo politico (ricordate un certo Kissinger?) e la si ritrova sia in politica estera che nel nuovo rapporto con l'opposizione democratica...

trumpPubblichiamo l’intervento che l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha tenuto al festival politico di Atreju, organizzato da Fratelli d’Italia.

Ho trascorso le ultime due settimane in Israele per discutere di antiterrorismo nell’era cyber, a New York per l’avvio dell’Assemblea Generale dell’Onu, e per discutere soprattutto della minaccia nucleare e missilistica nord coreana e iraniana, e del sostegno dell’Iran alla destabilizzazione della sua regione attraverso il settarismo sciita e il terrorismo. Credo perciò sia utile per parte mia fare alcune riflessioni su dove sta andando l’America.

Il Presidente nel suo discorso all’Onu ha perfettamente colto l’occasione di affermare e descrivere una “Dottrina Trump” di leadership americana nel mondo, di sintetizzarne i principi- o meglio il principio- e l’impegno che la sua Amministrazione intende dedicare alle crisi in atto e alle sfide globali. Lo ha fatto in modo diretto e con linguaggio certamente nuovo, almeno da quella tribuna, rispetto a tutti i sui predecessori alla Casa Bianca. E questo era ampiamente scontato nonostante la sorpresa manifestata dai Soloni  del “politically correct”. Il principio dell’interesse nazionale e della sovranità nelle relazioni internazionali non è certo nuovo né per l’America né per nessun altro dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite. Il principio della sovranità quale base dei rapporti tra gli Stati, risale al Tratto di Westfalia del 1648. Quello dell’interesse nazionale ha costituito il riferimento esplicitamente ribadito per decenni dai fautori della dottrina realista nella diplomazia americana, ma è stato volutamente tenuto in secondo piano da quanti hanno insistito nel secondo dopoguerra sul multilateralismo nella governance mondiale e sui valori etici che più di ogni altra cosa devono far progredire l’umanità e la pace. Queste due principali tendenze nella storia della diplomazia americana e in genere nelle democrazie liberali dell’Occidente, non sono mai state affermate in modo da escludersi reciprocamente. L’elemento valoriale è stato una presenza costante anche nella scuola realista, e viceversa. È tuttavia del tutto nuovo per un Presidente americano, dalla tribuna di quello che è stato definito “il Parlamento dell’uomo” – l’Assemblea Generale –, l’aver posto l’interesse nazionale vigorosamente al centro delle relazioni internazionali di questo secolo: spazzando via le ipocrite falsificazioni di quanti sostengono- quasi sempre senza crederci e mescolando la realtà con la speranza- che i governi siano guidati più dallo spirito di solidarietà, di dialogo, di umanità e di collaborazione, che non – prima di ogni altra cosa- dall’interesse nazionale dei loro popoli e purtroppo anche, diciamolo, dei propri scopi di potere o di arricchimento personale.

Sull’interesse nazionale e la sovranità degli Stati, Trump ha detto quanto segue: “Da Presidente degli Stati Uniti, io metterò sempre l’America al disopra di tutto – America First – semplicemente come voi tutti, quali leaders dei vostri Paesi, porrete e dovrete porre sempre i vostri paesi al disopra di tutto. Tutti i leaders responsabili hanno l’obbligo di servire i loro stessi cittadini, e lo Stato-Nazione rimane il miglior veicolo per elevare la condizione umana”. Non è quindi vero, secondo Trump, che la storia contemporanea ha prodotto nel corso dell’intero secondo dopoguerra e ancor più nei quasi trent’anni trascorsi dalla fine dell’Impero sovietico e dall’accelerarsi del processo di integrazione in Europa, un dissolvimento dello Stato Nazionale in aggregazioni più ampie, motivate da grandi idealità di impronta socialista come auspicavano ad esempio i autori del Manifesto di Ventotene. Anche in Europa, non abbiamo fatto che avvertire persino dopo il Trattato di Lisbona, una rinazionalizzazione delle politiche estere, di sicurezza di difesa; anche se prevale il convincimento in Europa che avremmo tutti tratto beneficio da un andamento diverso. L’assertività degli Stati-Nazione è un fenomeno in crescita, non in diminuzione. Dall’Asia, all’Africa, all’America Latina, sino al Continente Europeo la constatazione di Trump, dettata da realismo, appare poco contestabile.

Sullo stesso piano, Trump ha posto il principio della sovranità : “In America governa il popolo, decide il popolo, ed è sovrano il popolo”. È in questo senso che va interpretato un eccezionalismo americano che in realtà Trump si è sempre ben guardato dall’evocare direttamente nella sua campagna elettorale, e anche dopo, ma che riemerge in modo piuttosto esplicito nella sua riaffermazione dei valori della democrazia statunitense: “In America noi non cerchiamo di imporre il nostro modo di vita a nessun altro, ma piuttosto lasciamo che il nostro modo di vita brilli come un esempio al quale ciascuno possa ispirarsi”.

Donald Trump con Henry Kissinger

Donald Trump con Henry Kissinger

La linea pragmatica e realista nella quale si situa questa impostazione rivela una sua evidente continuità con gli assi portanti della politica estera delle Presidenze repubblicane. Interesse nazionale a garantire la sicurezza dell’America motiva le decisioni di Trump di come affrontare, anche retoricamente, la minaccia nucleare di Kim Jong Un all’intera regione del Pacifico, quella dell’Iran all’esistenza di Israele e alla stabilità dell’intero Medio Oriente,  la violazione del diritto internazionale da parte della Russia con l’invasione dell’Ucraina orientale e l’annessione della Crimea, con la militarizzazione e il tentativo di annessione dell’Intero Mar della Cina da parte di Pechino. In una riedizione dell’ “Asse del Male- Axis of Evil” di regimi criminali verso i loro stessi popoli, molto duro è stato il passaggio nel discorso di Trump dedicato al Venezuela, oltre all’Iran e alla Corea del Nord, tutti Paesi per i quali il Presidente americano ha auspicato cambi di regime: “I regimi oppressivi- ha detto ancora Trump- non possono durare per sempre, e il giorno arriverà quando il popolo farà la sua scelta: continueranno giù verso la strada della povertà, dello spargimento di sangue e del terrore, o vorrà ritornare il popolo iraniano alle sue radici di centro di cultura, civiltà, ricchezza, dove la gente può essere felice e prospera di nuovo?” Senza voler “leggere troppo” nell’intervento a Palazzo di Vetro di martedì scorso, vale la pena di rilevare come quella continuità di questa Casa Bianca con la linea di altre Amministrazioni repubblicane, sia stata rilevata più volte da profondi conoscitori della politica estera statunitense, come ad esempio dall’Ambasciatore Elliot Abrams, uno dei diplomatici più influenti in diverse precedenti Amministrazioni. Il distillato di pensiero politico contenuto nel discorso di martedì, merita un breve riferimento a Hans Morgenthau che insieme a George Kennan e ad Henry Kissinger, e a pensatori liberali come Hannah Arendt viene considerato tra i principali ispiratori dell’impostazione realista. Si tende a sottovalutare, indubbiamente per la grande incertezza, le contraddizioni, le inchieste e le ansie per quanto potrebbe emergere dal “Russiagate” anche sulle attività cyber della Russia nella destabilizzazione delle principali democrazie liberali dell’Occidente, l’aspetto della continuità della visione di questa Casa Bianca con la politica estera e il pensiero politico americano. Pur nei suoi riferimenti essenziali, il discorso di Donald Trump alle Nazioni Unite si incardina nella tradizione realista di cui è stato massimo fautore Hans Morgentahu, e poi sostanzialmente vicina a George Kennan, Henry Kissinger e altri Segretari di Stato e Presidenti.

Il realismo politico crede che la politica, come la società in generale sia governata da leggi obiettive che hanno le loro radice nella natura umana. Per migliorare la società è prima di tutto necessario capire le leggi che la regolano. Siccome il modo in cui esse operano non risponde a ciò che noi preferiamo, contrastarle espone al rischio di fallire. Il realismo quindi, fondato come è sulla oggettività della legge e della politica, deve poter credere nella possibilità di sviluppare una teoria razionale che rifletta, per quanto imperfetta e parziale, l’oggettività delle leggi che regolano la società. Si deve anzitutto distinguere tra verità ed opinione, tra ciò che è oggettivamente vero e razionale, sostenuto dall’evidenza e illuminato dalla ragione, e ciò che è invece un giudizio soggettivo, staccato dai fatti quali essi sono, intriso di pregiudizio e di illusione. Morgenthau è diventato celebre per aver sintetizzato in sei fondamentali principi la sua “dottrina”:
1) La politica è governata da leggi oggettive 2) Il concetto di interesse, definito in termini di potere, permette una comprensione razionale della politica (sulla quale agiscono comunque anche elementi irrazionali) 3) L’interesse dipende dalle circostanze concrete di tempo e di luogo 4) I principi morali non possono essere applicati astrattamente alle relazioni fra gli Stati, ma devono essere filtrati dalle circostanze concrete di tempo e di luogo. Un governo non può concedersi di disapprovare o evitare la violazione di qualche principio morale astratto, se una simile concessione gli impedisce di compiere una scelta politica di successo, ispirata dal supremo principio morale della sopravvivenza nazionale 5) Le aspirazioni morali di uno Stato (ad esempio combattere una guerra giusta, ambire alla pace fra le nazioni) non possono essere identificate con il bene universale, ma solo con il perseguimento dell’interesse di quello stesso Stato, definito in termini di potere 6) Pur reputando l’uomo un “essere plurale” (che ad esempio agisce, anche contemporaneamente, nella sfera economica, sociale, psicologica, eccetera), il realismo politico considera la sfera politica come la principale tra le molteplici sfere di interesse umano. Nonostante le critiche spesso superficiali ad una Amministrazione che indubbiamente rivela considerevoli problemi di coordinamento e di coerenza al suo interno, interessante comunque rilevare come alcune affermazioni del Segretario di Stato Rex Tillerson, del Consigliere per la Sicurezza nazionale, Mac Master e del Segretario alla Difesa Mattis siano state in questi mesi in linea – più di quanto anticipato da molti commentatori- con le posizioni espresse il 19 settembre dal Presidente Trump dalla massima Tribuna dell’Onu: posizioni familiari per la scuola realista nelle relazioni internazionali.

A otto mesi dal suo insediamento il Presidente Trump continua a essere negli Stati Uniti e in Europa al centro di polemiche: alimentate da giudizi settari e virulenti, mentre i suoi sostenitori -americani e stranieri- restano irremovibilmente convinti della sua visione e delle sua capacità di trasformare radicalmente il Paese, dando una sferzata alla crescita, e sul piano internazionale di “rifare grande ancora l’America” rimescolando molte delle carte sulle quali si sono fondati l’ordine e la sicurezza mondiale dalla fine della Guerra Fredda a oggi. I due campi, quello di coloro che vedono in Trump una sorta di pericolo per il genere umano, la democrazia liberale‎, e per lo stesso Stato di diritto, e il campo dei sostenitori che l’anno votato in patria, e ammirato all’estero sono rimasti sostanzialmente quelli delineatisi durante gli ultimi tempi della campagna presidenziale e dei primi mesi della nuova Amministrazione. Certo, il calo nei sondaggi c’è stato, ma non quanto i critici si aspettassero. L’unico leader importante che ha dovuto cambiare radicalmente i suoi giudizi sulla nuova Presidenza Americana ‎ è parso essere -allo stato delle cose- il Presidente della Federazione Russa che ha dovuto subire la sconfitta almeno temporanea di nuove sanzioni imposte dal Congresso che la Casa Bianca non è riuscita ad annacquare né ad evitare che diventassero esecutive. I consensi a Trump hanno sorprendentemente resistito all’impatto dei licenziamenti e alle dimissioni a catena di almeno una decina dei suoi più importanti collaboratori, alla caduta di fiducia dello stesso Trump verso altri Ministri chiave come il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, il Segretario alla Giustizia Jeff Session, il capo del Consiglio Economico del Presidente, Gary Cohn. Poco ha anche influito sul sostegno al Presidente lo stallo almeno per ora della legislazione per il “repeal” -il rigetto della Riforma sanitaria di Obama- l’Affordable Care Act,- stallo dovuto a profonde divergenze tra ampi settori dello stesso partito Repubblicano‎. Rapidamente riassorbito il plateale incidente di percorso addebitato a Steve Bannon, dei divieti di ingresso per i visitatori provenienti da alcuni paesi musulmani, non molto è sino ad ora accaduto per effetto del “Russiagate” e della sequenza quotidiana di rivelazioni fornite dalla stragrande maggioranza dei media americani. Facendo però attenzione al ruolo di un web che sappiamo influenzare assai più il pubblico, soprattutto quello dei “fans” di Trump, di quanto i media tradizionali siano riusciti sinora a fare.

trumpTrump sta sorprendendo non soltanto i propri detrattori più acerrimi, ma molti dei suoi più stretti collaboratori e dei suoi amici fidati nella capacità straordinaria che dimostra di saper “sopravvivere a sé stesso“, soprattutto al suo inarrestabile utilizzo di Twitter, sconsigliatogli ripetutamente ma invano dal precedente e dall’attuale Capo di Gabinetto‎, dai portavoce, e -sembra-dai famigliari come la figlia e il genero.  A questo riguardo, preoccupa non soltanto gli ambienti della sicurezza nazionale americane, ma anche quelli degli Alleati Europei, il fatto che gli scollamenti tra le “bordate” del Presidente su Twitter, rafforzate talvolta con altri interventi pubblici, e solo in alcuni casi corretti, e le posizioni assunte dal suo “team per la sicurezza nazionale” siano diventati come una sorta di manuale di come le crisi non dovrebbero essere gestite. E non si tratta solo di annunci contraddittori ma anche di decisioni importanti annunciate e poi ribaltate nel giro di ore o di giorni. La lista è lunga: Corea del Nord, Cina, Russia, Alleanza Atlantica, Europa, clima e ambiente, Organizzazioni Multilaterali. Tuttavia si profila ora, secondo una tesi che condivido, una mutazione decisamente positiva nella “resilience” e nella straordinaria capacità di Donald Trump non solo di sopravvivere a se stesso ma anche di trovare sempre l’energia e l’inventiva per continui rilanci‎ politici, anche a costo di ridimensionare strategie annunciate in campagna elettorale e all’inizio della sua Presidenza. La mutazione più importante è avvenuta improvvisamente e proprio nei confronti degli interlocutori più difficili: il Congresso degli Stati Uniti e il Partito Democratico. Il cambiamento si è verificato nel giro di pochissimi giorni. Intendiamoci, si tratta di un “mutante” per eccellenza; di un’intelligenza estremamente pragmatica, avvezza al “deal” immediato, focalizzata sul successo; di una personalità, quella di Trump, che molti dicono poco propensa a strategie complesse che richiedano lunghe elaborazioni concettuali e ancor più faticosi percorsi di attuazione.

C’era una cosa che quasi nessuno si aspettava ‎in America e in Europa: che Donald Trump potesse rivedere il suo giudizio sulla “palude di Washington”, sulle sue acque infette, sui coccodrilli, serpenti e insetti malarici che la infestano. Il motto “drain the swamp”, “prosciughiamo la palude” era tra quelli che avevano suscitato più ovazioni entusiastiche nella campagna elettorale, e che probabilmente gli hanno assicurato molti voti lo scorso novembre. Ma quale era il centro della palude, per l’immaginario collettivo? Non era, e non continua a essere il Campidoglio, con un Parlamento inconcludente, incartato a ogni decisione, pullulante di orde incontrollabili di lobbisti, e trascinato da interessi e velleità socialisteggianti che non sono certo quelle, secondo Steve Bannon, che possono rifare l’America? In realtà, i primi mesi della Presidenza Trump hanno ancora una volta dimostrato la grande forza ‎della Democrazia liberale Americana : basata sull’equilibrio attento e maturo tra potere esecutivo e potere legislativo. I poteri della Casa Bianca sono accuratamente equilibrati da quelli del Congresso. Nessun Presidente ha mai potuto conseguire obiettivi importanti senza il sostegno politico della Camera dei Rappresentanti e del Senato. Nelle stesse decisioni che teoricamente dipendono in modo esclusivo dal Presidente, in particolare in politica estera, e nella sicurezza del Paese, l’atteggiamento del potere legislativo influisce enormemente anche quando non sono tecnicamente necessari voti congressuali. L’intesa raggiunta a metà settembre con i leaders del Partito democratico nei due rami del Parlamento, Nancy Pelosi e Chuck Schumer, per finanziare i soccorsi alle popolazioni compite dall’uragano Irma e per elevare il limite autorizzabile di spesa pubblica, è avvenuta sopra le teste dei leaders repubblicani Paul Ryan e Mitch McConnell. Il Presidente Trump si è affrettato a osservare :“penso che avremo una diversa relazione” con l’opposizione democratica. E’ ciò che gli americani vogliono vedere. Anche se molti sono scettici non c’è dubbio che le opportunità per “deals” su altri terreni critici abbondino. Sembra che Pelosi e Schumer abbiano avuto qualche incoraggiamento dalla Casa Bianca sulla questione dei “dreamers”, i figli di immigrati illegali che allo stato delle cose rischiano la deportazione in paesi di origine che spesso non hanno mai conosciuto. L’ingente programma di infrastrutture, per circa un trilione di dollari, potrebbe costituire un altro ambito di compromesso. Ugualmente importante la riforma fiscale e quella sanitaria dove si parte da posizioni molto distanti, radicate nel tempo e ideologizzate. Tuttavia, gli ottimisti rilevano come Trump abbia dimostrato notevole capacità di staccarsi, quando ritiene di farlo, da posizioni consolidate del suo Partito per cogliere opportunità di successo. L’esempio dei giorni scorsi con l’intesa sul bilancio e sui soccorsi alle popolazioni colpite dagli uragani potrebbe essere un nuovo inizio per questa Presidenza. Anche i paesi amici e alleati dell’America, come il nostro, e più in generale l’affermazione dei valori e degli interessi dell’Occidente ne trarrebbero evidente vantaggio.

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di on 25 settembre 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a Un realista di nome Donald

  1. adriano Rispondi

    26 settembre 2017 at 13:12

    Turisti su Marte.Ci sono due Americhe,quella di chi ha votato Trump e quella di chi non lo ha fatto.Diversamente che in passato non si accettano nè si riconoscono.Questo è il problema interno,irrisolto e irrisolvibile quando non si accetta di perdere.Quello estero,lasciando perdere le interpretazioni su singoli episodi,deve partire dal concetto che chi possiede la bomba ha un potere di trattativa che prescinde dalla realtà.Se poi ci si limita alle “grandi” potenze ,ignorare la semplice constatazione che l’unica strada alternativa all’estinzione è il compromesso significa essere fuori dal mondo.A mio parere.

  2. luca Rispondi

    26 settembre 2017 at 14:14

    Terzi dimostra sempre avere una marcia in più e la capacità di allietarci nelle sue apprendibilissime recensioni dei vari momenti nelle geografie piu’ complesse.Non abbiamo capito in fondo l’essere Trump ma non sappiamo veder di meglio in quest’ammasso sinistrorso che avvelena le vite di chi lavora e ridistribuisce ricchezza ed nei casi estremi tortura,uccide in malo modo chi non plaude a lui con forza anche quando fucila un suo generale.Un respiro alla libertà ed ai suoi guardiani pur al grido di “prima l’America”va gia’ mille volte meglio delle gestioni politiche e subumane anzidette.

  3. aurelio Rispondi

    26 settembre 2017 at 14:18

    Un trilione di dollari d’investimenti,non saprei scrivere in numeri ma capisco quanto bene farà agli americani e vada anche per i compromessi possibili dovuti all’ottimo bilanciamento dei poteri in Usa, ma questo strano Presidente darà polvere da mangiare a tanti.

  4. spago Rispondi

    30 settembre 2017 at 14:21

    “L’ingente programma di infrastrutture, per circa un trilione di dollari…”

    Che gioia Trump è uguale ai repubblicani che l’hanno preceduto e vuole trovare accordi con i democratici. Fantastico. E il terreno comune potrebbe essere il suo piano da un trilione.. Un trilione di soldi rubati? un trilione di debito appioppato al futuro? un trilione sottratto al privato e investito dallo Stato? un trilione stampato in cantina? Qualsiasi liberale dovrebbe volere Trump morto.

    Invece gli intraprendenti nazional socialisti neokeynesiani arrapati perchè Trump ha vinto contro l’establishment e ora attua lo stesso programma keynesiano, socialista, statalista, nazionalista, guerrafondaio, illiberale, orwelliano, dell’establishment, si bagnano tantissimo e hanno orgasmi multipli. Di orgasmi per il colore del parrucchino e i tweet selvaggi però si tratta non di altro. La razionalità fredda, lucida e severa di un liberale classico come Mises, non abita da queste parti. E per fare una citazione: “You are all a bunch of socialists”.

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