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La web tax è una boiata pazzesca

Italia, Germania, Francia e Spagna pretendono una tassazione comune europea per i giganti Usa della rete. Ma tutte le ipotesi studiate finora sono anacronistiche, e non tengono conto del fatto che abbiamo un maledetto bisogno di più economia digitale, non di ostacolarla con la leva fiscale

Google taxL’indiscrezione circolava da tempo, e si è rivelata fondata. Italia, Germania, Francia e Spagna chiedono al Consiglio Europeo di definire rapidamente una proposta comune di tassazione europea per i giganti americani del web. Hanno ufficializzato la proposta alla presidenza di turno estone, dovrebbero aver già pronta la bozza di documento comune da sottoporre agli altri Paesi membri, in aggiunta al documento che l’Ecofin ha annunciato sulla stessa materia per il Consiglio Europeo del 15 e 16 settembre a Tallin. I quattro Paesi vogliono accelerare: senza aspettare i tempi lunghi della Commissione Europea, che lavora da tempo allo schema di una tassazione comune sulla generalità del reddito d‘impresa in Europa; né dell’Ocse, che ha in mano il dossier da anni, ma finora ha sempre mancato il consenso necessario su come procedere e non dovrebbe arrivare a uno schema preciso prima del 2020. Non è un caso, che siano gli stessi quattro grandi Paesi del vertice su Libia e immigrazione di due settimane fa. Siamo evidentemente in presenza di una nuova manifestazione concreta di cooperazione tra i governi che già oggi sono certi di formare il primo cerchio concentrico della nuova Europa a cooperazione rafforzata, il cui cantiere di regole partirà subito dopo la rielezione della Merkel il prossimo 24 settembre.

Ma detto questo, cerchiamo di capire il significato e i possibili sviluppi dell’iniziativa. E i suoi rischi, che sono molto più seri di quel che si creda, come vedremo. Il senso è noto da anni: i governi europei, con diverse sfumature, sono assetati di entrate e ritengono che Google, Amazon, Facebook, Airbnb e Uber non paghino neanche una frazione delle imposte dirette e indirette dovute, per le attività e il volume di affari che svolgono in ciascun paese Ue. Finora avevano tentato “vie nazionali” al problema, soprattutto basate su attività ispettive e contestazioni da parte delle rispettive amministrazioni fiscali. In questo caso, pressoché inevitabilmente sbattendo contro il muro rappresentato dal fatto che, negli ordinamenti fiscali nazionali attuali, il concetto di “stabile organizzazione” nel Paese a cui si devono le tasse, incrociato col divieto di doppia imposizione presidiato da intese bilaterali, e complicato dal fatto che ogni Paese dà definizioni diverse su cosa sia e come si calcoli il transfer price all’interno di un gruppo plurinazionale, portava all’effetto di raggiungere intese su un po’ di milioni versati dai grandi gruppi, ma molto meno delle attese e senza alcuna soluzione al problema strutturale. In parole povere: senza risolvere il legittimo arbitraggio fiscale consentito dagli ordinamenti vigenti ai giganti del web, che incardinano la stabile organizzazione e la proprietà intellettuale delle loro tecnologie virtuali in Paesi a bassa tassazione.

A quel punto, c’è chi ha tentato la via di nuove imposte a livello nazionale. Il Regno Unito dal 2015 ha introdotto la Diverted Profit Tax, che non è finalizzata al web ma a tutte le multinazionali. Si è rivelata una non-soluzione. Dà all’amministrazione tributaria britannica una presunzione di legalità per chiedere a tutte le imprese estere con fatturato superiore ai 10mln di sterline di ingaggiare un confronto diretto con il fisco, in cui alle ipotesi di reddito presuntivo avanzate dall’amministrazione tributaria non si possano opporre gli accordi in essere all’interno dell’organizzazione multinazionale dell’impresa stessa. E’ la stessa base della Cayman Tax poi introdotta dal Belgio: ma di qui non viene alcuna soluzione ordinamentale a come calcolare su base certa il reddito presunto.

Ci sono poi stati diversi tentativi in Italia. A fine 2013 emerse la proposta di poter acquistare servizi online solo da chi fosse titolare di una partita Iva italiana. Era incompatibile con il nostro Testo Unico dell’Imposta sui Redditi, per cui l’imposta è dovuta laddove il bene o il servizio viene creato, e si scontrava con ben 10 articoli del Trattato Europeo, nonché con l’impossibilità di modifiche Iva non concordate con Bruxelles, visto che è l’unica imposta comunitaria armonizzata. Nel 2015 il governo Renzi tornò sulla questione, dichiarando che si era stancato di aspettare Bruxelles. E nacque la proposta Quintarelli, che prevedeva una secca alternativa tra accettare la stabile organizzazione in Italia per chiunque svolgesse transazioni finanziarie digitali in Italia, o l’assoggettamento coatto a una ritenuta d’acconto del 25% sulle transazioni stesse: assumendo cioè il fatturato e non il reddito come base imponibile. Sarebbe stata anch’essa contro la legge italiana, prima che europea. Samo infine arrivati alla più modesta “norma Boccia” compresa nel recente decreto sulla manovra correttiva 2017 di finanza pubblica. E’ una versione molto annacquata della norma britannica: le multinazionali che attuino in Italia cessioni di beni o servizi sopra i 50 milioni possono decidere di avvalersi della collaborazione rafforzata con AgEntrate, per definire l’esistenza e la consistenza di una stabile organizzazione in Italia. Poco più di un pannicello caldo, stante il fatto poi che l’invito a cooperare è negato dalla minaccia che AgEntrate possa comunque adottare accertamenti e sanzioni anche per anni fuori dai termini di decadenza della normativa vigente. C’è, infine, dal punto di vista teorico, la Bit-tax vera e propria: ideata nel 2995 da Arthur J Cordell. Consisterebbe far pagare un milionesimo di dollaro per ogni Bit di dati scaricati. Viene sempre citata, ma è una fesseria gigantesca. Non colpisce affatto il reddito d’impresa, ma gli utenti. E basta fare due conti per scoprire che per scaricare 1 gigabit oggi pagate a seconda dei vostri contratti con il gestore telefonico tra 40 centesimi e 1 o al massimo 2 euro, mentre con la Bit-tax paghereste 30-50 vote tanto.

Evitare tutte queste soluzioni artificiose è dunque un bene. A patto che la proposta europea in divenire tenga conto di alcuni princìpi essenziali. Il primo è che si entra per la prima volta in una terra incognita: come si calcola un reddito senza Stati. Credere di acchiappare come base imponibile nazionale miliardi di dati dematerializzati, processati e veicolati dal web in tutto il mondo, significa ignorare il presupposto stesso essenziale di ciò che si vuole tassare. Bisognerà dunque accettare l’idea di procedere per successive presunzioni: purché condivise e accettate in maniera amplissima.

Il secondo punto è che, per essere efficaci, esse devono essere condivise dalle autorità tributarie di intere piattaforme continentali: Ue, Usa e Cina, tanto per essere chiari. Altrimenti si aprono voragini, in termini non solo di nuovi arbitraggi fiscali a fini elusivi, ma di vera e propria lesione alle regole della sana ed equa concorrenza.

Il terzo è che, contrariamente a quanto sembri ai più, la definizione stessa di web-tax è errata e fuorviante. Non ha senso distinguere le imprese del web da tutte le altre imprese: significa non avere la minima idea di quanti dati saranno ancor più in circolo tra chi gestirà reti e servizi virtuali di Industria4.0 e di internet of Things, per fermarci a due soli esempi

Il quarto è che abbiamo un maledetto bisogno di più economia digitale, non di elevare barriere fiscali per scoraggiarla. In questo, la sete di entrate dei governi non coincide affatto col bene comune, visto che pensano a un’imposta ad hoc contro 5 o 6 colossi esteri. Secondo il Digital Economy and Society Index 2017 della Commissione Europea, l’Italia occupa la penultima posizione tra i 28 membri Ue se si prendono in considerazione la diffusione della banda larga, le competenze digitali, e-commerce ed e-banking.

Una simile rivoluzione tributaria mondiale i governi la vorrebbero in pochi mesi, magari in Italia per appostare nuove entrate da spendere elettoralmente già nella prossima legge di bilancio. Ma se l’Ocse ci sta mettendo anni, confrontandosi con tutte le parti in causa, è proprio perché bisogna evitare pasticci che avrebbero solo effetto di farci crescere meno.

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di on 12 settembre 2017. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

7 commenti a La web tax è una boiata pazzesca

  1. franz stirner Rispondi

    12 settembre 2017 at 14:55

    questi cialtroni tassicodipendenti non possono sapere che invece che industria4.0 ,che tanto piace agli eguali cialtroni tassicodipendenti che popolano confindustria vera e propria vergogna nazionale,
    e contributi a pioggia basterebbe semplicemente ABBASSARE LE TASSE ad un livello sensato e SMETTERE con i taglieggiamenti di AGENZIA DELLE ENTRATE che e’ il vero racket esteso a tutta italia e che lavora al riparo di ogni legge con ben maggiori danni alla popolazione delle varie altre mafie che popolano lo sventurato stivale mediterraneo.

    tutto qui semplicemente … ma i platelminti politici e burocratici che masticano le nostre parti basse dovrebbero ahime’ soccombere o peggio ancora mettersi a lavorare non come chi con abilita’ sfila i portafogli sui bus ma come chi con fatica ed inventiva si inventa ogni giorno nuove soluzioni e nuovi modi di fare onestamente fatturato.

  2. ultima spiaggia Rispondi

    12 settembre 2017 at 16:12

    Per mantenere i fannulloni occorrono soldi, tanti soldi e l’UE è un bacino di super fannulloni, a cominciare dalla casta politica, che sta raschiando il fondo dov’è rimasta solo merda.
    Siamo ridotti così male che per esorcizzare la miseria è tornato di moda l’antifascismo.
    Nell’Italia del dopoguerra, con un miracolo economico in atto, la lira forte e la dolce vita, nessuno temeva il fascismo.
    Dopo settant’anni di rapine di Stato, i fannulloni se la prendono con i ritratti di Mussolini, che certo non godeva di super stipendi, pensioni d’oro, vitalizi, privilegi e cazzi vari.
    Oggi, con la gente costretta a vivere nelle auto, la preoccupazione di Emanuele Fiano, parlamentare d’un Governo non eletto dal popolo (come in dittatura), ha paura del fantasma di Mussolini.
    Non faccio nomi, ma qualcuno al Governo deve avere la coda di paglia o la coscienza sporca.

  3. Macx Rispondi

    12 settembre 2017 at 17:44

    Solite proposte “cosmetiche” che si riveleranno un nulla di fatto.
    Servono solo per massacrare ulteriormente chi le tasse non le può eludere.
    Un pò come “anche i ricchi piangono” di rifondaiola memoria,io ho visto piangere solo i poveracci onesti………..

  4. aurelio Rispondi

    13 settembre 2017 at 16:37

    Ma hai voglia ad inseguirli finchà avremo una tassazione all’ottanta percento non ci penseranno neppure un attimo a star ben lontani da noi pur avendo rimarchevoli profitti ed il profitto è una delle missioni di ogni azienda se non ricordo male.

  5. Unno Rispondi

    13 settembre 2017 at 17:30

    S’è già visto che i paesi con minore tassazione sono quelli che hanno un’economia più vivace e capace di produrre prosperità per i propri cittadini. Ad esempio l’Irlanda che è uscita dal tunnel del debito e l’Olanda e la Gran Bretagna. L’Italia e la Francia in primis stritolano le proprie imprese e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. E ancora studiano per deprimere l’economia che si sta sviluppando online. Da queste parti vale sempre il principio “più tassare per più sprecare”.

  6. adriano Rispondi

    14 settembre 2017 at 12:38

    “Non ha senso distinguere le imprese del Web da tutte le altre imprese..”Basta e avanza,assieme al principio che le tasse sono comunque sempre troppe.Non conosco come funzioni il meccanismo ma se qualcuno può scegliere di pagarle dove costano meno fa bene.Gli altri imparino a fare altrettanto.

  7. Riccardo Pozzi Rispondi

    16 settembre 2017 at 08:34

    Dai Oscar…. che la vera boiata fiscale in Italia è l’Irpef al 38% dai 28 ai 55 mila di imponibile, ma prima ancora il sostituto d’imposta, vera foglia di fico delle vergogne di spesa italiche.
    Però queste cose tu le sai bene e, diciamo la verità, non ne parli più. Perché?

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