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In Catalogna è in gioco la libertà

Ormai lo scontro è frontale. Dopo avere bloccato i conti delle istituzioni catalane, lo Stato spagnolo ha iniziato a mettere in prigione alcuni tra i protagonisti della battaglia condotta dai catalani per affrancarsi da Madrid e, ancor prima, per dare ai catalani il diritto di esprimersi. Oltre a ciò, la polizia ha sottratto un gran numero di schede elettorali e a questo punto la Catalogna appare sempre più come un territorio conquistato. Oggi, sul piano psicologico, a Barcellona ci si sente come a Napoli dopo la conquista regia operata da Giuseppe Garibaldi e dall’esercito piemontese. Chi difende le ragioni dell’autogoverno è ormai un “brigante”, chi difende il diritto di voto è un sovversivo. Le libertà fondamentali sembrano sospese e trionfano logiche giacobine che non lasciano spazio ad alcuna mediazione. Lo scontro è duro e non c’è da sorprendersi se le piazze catalane iniziano a riempirsi di dimostranti, i quali condannano il “totalitarismo” del governo spagnolo.

Al cuore del conflitto tra Madrid e Barcellona ci sono molte cose, ma sbaglia chi crede che si tratti semplicemente del confronto tra due nazionalismi. È sicuramente vero che, da una parte come dall’altra, sono in molti a continuare a sognare istituzioni organicamente collegate al popolo, in una logica che finisce per annullare ogni libertà del singolo e ogni pluralismo. A Madrid però questo avviene gestendo il potere, mentre a Barcellona chiedendo più libertà e il diritto di governarsi da sé.
In effetti, quanti in Catalogna vogliono votare stanno semplicemente chiedendo alla classe politica spagnola di essere coerente con le proprie premesse e la propria retorica. Un ceto dirigente che si considera tale in ragione di procedure democratiche, le quali attribuiscono al popolo la parola ultima, può rifiutare la richiesta di sottoporre al voto l’appartenenza della Catalogna alla Spagna? Se lo Stato spagnolo è democratico e basa su ciò la propria legittimità (specie dopo decenni di fascismo franchista), com’è possibile che oggi vi sia chi sottrae schede elettorali e mette in galera i propri oppositori? Quanto dista, a questo punto, la civiltà del Regno Unito (che con David Cameron diede agli scozzesi la facoltà di scegliere) dall’inciviltà dei regimi politici continentali, eredi di varie forme d’autoritarismo?

La posta in gioco è altissima. Ogni ordine politico implica il dominio di alcuni uomini su altri uomini, una retorica culturale che protegge tale assetto e, infine, un meccanismo redistributivo che permette – sul piano economico – l’affermarsi di vaste aree di parassitismo. La cricca di potere che governa la Spagna non vuole rinunciare alle proprie posizioni, non vuole dissolvere i propri miti e non vuole perdere nessuno dei privilegi di cui gode. La Catalogna versa a Madrid molto più di quanto non riceva: nessuna sorpresa se molti desiderano solo di dar vita a uno Stato indipendente.

Lo scontro tra catalani e spagnoli, a ogni modo, ci riguarda tutti. E ci riguarda non solo perché potrebbe essere l’avvio di un anti-Risorgimento su scala europea, ossia della rinascita delle libertà locali, dopo una fase otto-novecentesca caratterizzata da patriottismi, nazionalismi e fascismi (e ancora viva in tanti “putinismi” di destra e si sinistra). Oltre a ciò, a essere in discussione è il primato dello Stato sulla società: la pretesa del potere di impedire ogni libera espressione del pensiero e il sorgere di istituzioni basate sul consenso. Lo Stato vive di obbligo politico, ossia di imposizione. Quando ogni tanto ci viene consegnata una scheda elettorale, è solo perché si scelga tra questo o quel gruppo di potere. Ma il dominio statale non può ammettere che qualcuno voglia liquidare il sistema nel suo insieme, anche soltanto – come sta succedendo in Catalogna – per dare vita a una Spagna di dimensioni più ridotte. I catalani in rivolta contro Madrid non lo sanno e pensano di muoversi interamente nell’alveo della storia moderna, dominata dalla statualità. Nel momento in cui essi chiedono di votare sui confini, essi nei fatti stanno però svuotando la nozione stessa di sovranità: stanno contestando la sacralità delle istituzioni e aprendo la strada a una società europea più laica, liberale, basata sul consenso e sul contratto.

Quanti in Europa aspirano a uscire dalle gabbie politiche della modernità, specie nella sua versione continentale, oggi sono a fianco dei catalani che riempiono le piazze. E giudicano semplicemente squadristico il comportamento del governo spagnolo e di quanti lo sorreggono.

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di on 21 settembre 2017. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

12 commenti a In Catalogna è in gioco la libertà

  1. Enrico Rispondi

    21 settembre 2017 at 14:43

    c’è un problema di fondo, in tutto ciò: come ribadito dal recente pronunciamento della Corte Costituzionale spagnola, tale referendum è illegale, perché viola la Costituzione siglata nel 1978

    diverso è il caso del Regno Unito, in quanto il referendum scozzese era pienamente legittimo

    • Michele ferrao Rispondi

      22 settembre 2017 at 13:17

      Enrico, esiste un diritto che è superiore a qualsiasi costituzione al mondo. E’ il diritto alla libertà e all’autodeterminazione dell’individuo e di un popolo. Si tratta del diritto soggettivo che è insito in ogni individuo e sta al di sopra di ogni norma scritta dagli uomini, tra cui le costituzioni.

  2. Padano Rispondi

    21 settembre 2017 at 15:13

    No pasaràn!

    Padania Libera!

  3. Riccardo Pozzi Rispondi

    21 settembre 2017 at 18:38

    Le rivoluzioni e le secessioni sono illegali. Non è una gran scoperta. Anche il distacco del Lombardo-Veneto era illegale per Vienna. Anche l’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna.
    Ma alcuni stati centrali si rifiutano di accettare il volere (e il potere) di una parte del proprio popolo. Già, quello catalano è un popolo. E quello Lombardo? (…)

    • Andrea Rispondi

      24 settembre 2017 at 21:07

      Il referendum scozzese non era illegale.

  4. Colono Padano Rispondi

    22 settembre 2017 at 08:48

    L’unico problema di fondo é che noi coloni lombardo-veneti siamo delle pecore, rassegnati ed obbedienti. Si puó dire senza timore di sbagliare, che siamo poveri coglioni, per usare un gergo tecnico comunemente utilizzato a Princeton, Yale ed Harvard.
    Freedom isn’t free.
    Ma ai coloni padani questo concetto non entra in testa.
    Costituzioni, corti costituzionali, parrucconi e gendarmi non sono mai stati un problema per un popolo che non accetta di sottostarvi.
    Quanti altri giri di vite dovrá inventarsi questo stato ladro ed oppressore perché i coloni padani sollevino la testa?
    Vogliamo attendere il giorno in cui allo stato non basterá piú rubare il 60-70% dei nostri redditi ed invierá i suoi sgherri a sequestrare le nostre proprietá per soddisfare l’aviditá dei propri burocrati dalle chiappe flaccide e le legioni di zecche indigene e foreste che hanno in bocca solo la parola DIRITTI e non conoscono il vocabolo DOVERI ed approfittano della nostra dabbenaggine per vivere di assistenzialismo?

    Padania Libera
    Viva Catalunya!

    God bless America.

  5. geometra 67 Rispondi

    25 settembre 2017 at 19:26

    In Italia come in Spagna non è una questione di popoli diversi ma solo una questione di soldi.La legalità di una secessione è questione temporale e geografica(in America il nord aggredì il sud secessionista!),ciò che è legale in Gran Bretagna è illegale in Spagna.Essendo una questione di soldi ed essendo oggettivamente impossibile che un deputato siculo-calabro-campano voti per il dimezzamento delle guardie forestali nella propria regione,non rimane che la confederazione tra regioni,o ministati.Pagata un tassa federale ogni regione si amministra da sola,emette i suoi titoli di stato ecc.come oggi negli Stati Uniti.La California ha tasse locali altissime mentre il Texas bassissime!Solo questo potrebbe essere fatto per via legale!

  6. step Rispondi

    27 settembre 2017 at 13:56

    Solitamente concordo con Lottieri, ma il caso catalano è complesso, è diverso ad esempio dal caso dei baschi. Io sono autonomista migliano ma occorrerebbe che la stragrande maggioranza dei catalani fosse per l’indipendenza, almeno un 75%, e poi occorrerebbe che la quasi totalità dei catalani fosse da secoli di questo parere, e con la certezza che anche le generazioni future abbiano questa volontà. Altrimenti non si può neanche parlare di popolo, ma di parere (oltretutto temporaneo) di una parte di questo popolo. Altra cosa, ammettiamo che la Catalogna sia la parte più povera della Spagna: siamo sicuri che i catalani vorrebbero ugualmente l’indipendenza?

    • Vaudano Rispondi

      28 settembre 2017 at 10:07

      La questione è: cosa da la Spagna alla Catalogna?
      La Catalogna alla Spagna eroga potere d’acquisto (16/mld netti annui, come differenza tra tasse e spesa pubblica): dal punto di vista materiale, quindi, la prima sovvenziona la seconda.
      La Spagna “compensa” con una qualche tipologia di moneta immateriale?
      Ho qualche dubbio, considerando che la Catalogna ha una propria lingua, e, ad esempio, anche una propria “nazionale” di calcio (il club pià di un club “Barcelona”).
      Per intenderci: la Padania eroga a Roma 100/mld l’anno, con i quali benvolentieri “acquista” l’identità italiana (pizza, spaghetti, la nazionale di calcio, etc.), di cui ne rinnova costantemente l’appartenenza.

      • step Rispondi

        30 settembre 2017 at 15:05

        Ma sono d’accordo! E sono d’accordo anche sull’analogia con l’Italia! Dico che però bisogna avere una visione storica complessiva delle varie questioni di autonomia. Quando i veneti andavano a Roma a cercare lavoro c’era la stessa voglia di indipendenza? Proprio perché io sono per le piccole patrie esigo che la questione non si ridicolizzi. Un popolo per essere tale deve avere una propria lingua (vera), deve poi concordare all’unisono sul proprio destino, e infine tale concordanza deve perdurare da secoli, altrimenti si fa la figura della Scozia, e cioè tanti discorsi e poi si resta attaccati a mamma Londra perché ci mantiene… Un popolo deve essere tutto unito, come lo sono stati i croati, che peraltro non hanno avuto paura di imbracciare il fucile, dubito che le femminucce progressiste catalane siano coese e siano disposte a dare la vita…

        • Vaudano Rispondi

          2 ottobre 2017 at 13:25

          Il mio intervento era solo una critica nei confronti della dabbenaggine dei padani, che accettano di pagare un sacco di tasse per sovvenzionare Roma e il sud.
          Il resto (lingua, storia, etc.) è fuffa: gli americani se ne accorsero già molto tempo fa, nel 1776.
          Le femminucce progressiste catalane, fino ad ora, sono state semplicemente mitiche.

  7. adriano Rispondi

    28 settembre 2017 at 13:30

    In questo tramonto,difficile che ci sia l’alba.Non è più una questione di legalità e neppure di convenienza.E’ una questione di definizione.Se si svuota la democrazia togliendole il voto,non so cosa rimane.Non mi piace come si sta muovendo Madrid,al di là delle ragioni.Se si chiede di votare non capisco perché si debba impedirlo con l’esercito.Ricorda antichi splendori di dittatura.Dopo le grandi prove di ribaltare voti già espressi,in America con il presidente che non è il mio,a Londra con la brexit vinta a causa di vecchi rimbambiti,In Italia dove governi legittimi sono sostituiti da non si sa chi,siamo passati al divieto di esprimerlo.Temo che ci stiamo avvicinando al punto di non ritorno.

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