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It’s the economy, stupid. Perché Donald sta vincendo

Lo diceva Bill Clinton, e aveva ragione: nel Paese del diritto al perseguimento della felicità, contano i posti di lavoro, l'apertura di nuove aziende, i fatturati, gli scambi. Non le paturnie degli editorialisti del New York Times...

trumpIo sto ancora con Bill Clinton, e non con i suoi eredi sgangherati, portino o meno lo stesso cognome. It’s the economy, stupid. Il Paese che ha elevato il perseguimento della felicità a diritto costituzionale, di più, a diritto naturale dell’uomo, se ne infischia di quel che scrivono nelle sue redazioni, sa che il giornalista è un mestiraccio come altri, solo spesso un po’ meno nobile, e ha un metodo infallibile per valutare un’azione politica. It’s the economy, stupid. Posti di lavoro, apertura di nuove aziende, fatturati, scambi commerciali. Se tutto questo funziona, vuol dire che l’anima americana sì è rimessa in moto. I transgender nell’esercito, le chiacchiere sulle chiacchiere tra il figlio di Trump e il cugino di quinto grado di un ex ambasciatore russo, l’indignazione stilnovista sui tweet e sui metodi del presidente li lasciamo agli editoriali ormai copia&rincollati del New Tork Times, e ai talk europei, dove (per rimanere a casa nostra) gente che non è mai uscita da Trastevere passa la seconda serata ad insegnare al presidente eletto cosa sono gli Stati Uniti.

It’s the economy, stupid: disoccupazione americana al 4,3%, la più bassa degli ultimi sedici anni, guarda caso dai tempi di un altro Potus Repubblicano sbertucciato dall’Intellò Collettivo al di qua e al di là dell’Atlantico, espressione dell’anima anomala americana, George W Bush. Duecentonovemila nuovi posti di lavoro creati in luglio, dopo i 222mila di giugno. Le piccole- medie imprese hanno generato nell’ultimo mese quasi 140mila occupati, è l’altro cuore dell’economia americana che riparte, quello non patinato, quello che non dimora nella Silicon Valley, ma si estende in tutto il Mid-West improvvisamente coloratosi di rosso tendenza Trump nella mappa elettorale, che sta usufruendo della prima vera riforma trumpiana, sburocratizzazione a tappeto. Non che l’altro comparto, quello multinazionale e ipertecnologico, non vada meno bene. Apple ha chiuso il terzo trimestre con un fatturato superiore ai 45 miliardi di dollari, e una crescita del 7% su base annua. Anche gli utili sono cresciuti dell’11,8%, e il titolo della Mela continua a superarsi a Wall Street. L’exploit peraltro segue a ruota l’annuncio per cui Apple, dopo serrata negoziazione con la Casa Bianca, costruirà tre nuovi grandi impianti negli Stati Uniti. L’agenda interna di Trump non è protezionista (come quella estera non era isolazionista, categorie bacucche con cui la vecchia Europa ha provato a esorcizzarlo), ma è sviluppista, contempla la mano ferma del governo federale per rimediare agli equivoci obamiani, e far ripartire la grande macchina del capitalismo americano. Qualcosa tra Theodore Roosevelt e Nixon, e sta funzionando, accompagnato dal versante più strettamente “reaganiano” della rivoluzione fiscale salvifica per le imprese e il lavoro, che ad oggi è solo una riforma molto spinta, ma dopo pochi mesi è tantissimo.

Aumentano anche i salari (dello 0,3% a luglio rispetto allo 0,2% del mese precedente), i posti di lavoro totali da quando l’amministrazione Trump è entrata in carica sono arrivati al milione, molto esperti cominciano a parlare di “piena occupazione” a breve per gli United States, un miraggio nella lunga notte di Barack Obama che si era intrappolato in un equivoco molto poco americano. Affrontare la più grande crisi economica dopo il 1929 con una bussola interventista, welfarista all’insegna del tassa&spendi, sostanzialmente “socialista“, una blasfemia nel Paese dove l’azienda si apre con un click e nei garage di oggi sta nascendo, all’insaputa di tutti e spesso anche dello Stato, il Facebook di domani. La scommessa di Donald Trump è l’esatto contrario, si chiama “deregulation“. Non è nuova, forse nasce con la stessa rivolta dei coloni contro il Leviatano d’oltremare, è stata il volto dell’America nei suoi momenti di apogeo, dal terrore che Jefferson nutriva per qualunque sconfinamento del governo federale rispetto ai sacri testi alla grande epopea reaganiana di rinascita e di potenziamento della “città sulla collina”, certo è dirompente nell’era che sembrava sequestrata dalla contrapposizione farlocca tra statalismi nazionali e sovraburocrazie continentali e globali. No, deregolamentare si può, lavorare per sottrazione può essere la chiave, sgombrare lacci e ricatti dal raggio d’azione dell’unico soggetto che continua a dimostrarsi in grado di generare lavoro dal nulla, l’imprenditore. Già solo farne un architrave retorico e dargli corpo nei primi ordini esecutivi e nelle prime azioni legislative (solo questo può essere lo stadio di un’amministrazione all’ottavo mese, quindi pensate cosa sarà tra un anno, ci viene da dire) è una scelta politica d’impatto rilevantissimo, specie in un Paese che sa riconoscere la fiducia data a chi intraprende, e la sa restituire alla collettività. La liberazione dell’industria energetica americana da morse ideologiche costruite apposta altrove per diminuire il gap, con l’orizzonte dell’autonomia totale delle fonti ormai a vista, il ritiro degli Stati Uniti da baracconi burocratici come quello dell’Accordo sul Clima (per inciso, un favore a Cina e India di proporzioni così smaccate da non poter essere casuale), la fine della grande distopia politica obamiana, sottoporre Wall Street a controllo governativo come se si trattasse di un qualsiasi staterello sudamericano, sono solo alcune issues trumpiane che probabilmente spiegano lo stato di grazia dei fondamentali economici, sicuramente spiegano i bagni di folla che accolgono il presidente appena mette il piede fuori dal Distretto di Columbia, il campo-base dell’apparato che sta provando a smantellare. E se chiedete a uno di quegli americani in carne, ossa e portafoglio perché sta applaudendo nonostante il RussiaGate, le marce Lgbt, l’isteria degli editorialisti e il colore imbarazzante del toupé presidenziale, invariabilmente vi darà la stessa risposta. It’s the economy, stupid.

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di on 6 agosto 2017. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a It’s the economy, stupid. Perché Donald sta vincendo

  1. Luca Rispondi

    7 agosto 2017 at 10:04

    E questi che di lavoro sanno ben poco e più di poltroncine in pelle e confortevole climatizzazione cominciano a capire ed avere preoccupazioni per le posizioni lecchine affidate al disastroso precedente,tra i peggiori presidenti..Trump dimostra invece ,pur nei limiti comunicazionali,di saper dove andare e come difendere e far primeggiare la più liberale area del mondo infischiandomene delle straccionerie mentale da lecchinaggi.Certo faranno in modo che l’impeachment in qualche modo colpisca che sia il suocero,il cognatello,il figlioletto o il cuginetto che mettano in campo…..vedremo ma la magistratura da quelle parti funziona in modo diverso che da noi.Si un imprenditore ha molte conoscenze e capacità di comprensione in più anche se lo raccontano come antipaticuccio quasi scrivessero per giornaletti a lettura di sempliciotti.

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