Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Due parole in difesa della Confederazione

Le polemiche e i folli abbattimenti di statue mostrano quanto si sia perso il senso della storia. Non si può ridurre la Guerra Civile allo scontro tra buoni e cattivi sulla schiavitù (che era assurda). Il Sud si opponeva anche alla centralizzazione forzata del Paese, e in questo senso era fedele alle lezione libertaria dei Padri Fondatori

IMG_0631Le polemiche di queste settimane attorno ai fatti di Charlottesville segnalano quanto si sia perso il senso della storia americana, in Europa come negli Stati Uniti, e come i più siano inconsapevoli della complessità di quelle tormentate vicende. Coloro che riconducono l’intero sviluppo che ha portato alla cosiddetta Guerra Civile al semplice scontro tra buoni (i nordisti) e cattivi (i sudisti) mostrano di dare una lettura davvero superficiale di quel conflitto che causò più di 600 mila morti.

Curiosamente, sul tema i suprematisti bianchi e i liberal progressisti paiono concordare: entrambi ritengono che quella guerra tra americani abbia semplicemente contrapposto quanti, da un lato, volevano mantenere la schiavitù e chi, al contrario, voleva abolirla. Per i due schieramenti, la statua del generale Lee simboleggia nient’altro che questa contrapposizione. E però c’è ben altro.

Sul tema è intervenuto più volte uno dei più controcorrente intellettuali neri americani: Walter Williams. Questo acuto intellettuale libertario ha evidenziato che se è vero che i razzisti bianchi usano la bandiera confederata quale simbolo identitario, è ugualmente vero che essi hanno usato pure la bandiera americana o la Bibbia, ma questo non basta a farne simboli di violenza. E soprattutto egli ha sottolineato come al cuore del conflitto tra Nord e Sud ci fosse una diversa visione dell’ordine politico americano. Nella concezione in qualche modo “risorgimentale” di Abraham Lincoln, gli Stati Uniti erano un unico Paese e i singoli stati (Virginia, Pennsylvania, Georgia, New York ecc.) poco più che realtà amministrative. Al contrario, rileva Williams, la tradizione sudista era fedele all’ispirazione dei Founding Fathers, basata sul diritto di ogni comunità ad autogovernarsi. L’America era nata quale patto sottoscritto da libere comunità e non comprendere come al cuore della Guerra Civile ci fosse il duro contrasto tra un’America plurale e basata sull’autogoverno e un’America unificata e centralizzata significa negare un aspetto cruciale. La schiavitù giocò certamente un ruolo importante nella contrapposizione, ma il quadro era più complesso.

In tal senso è interessante ricordare come colui che con ogni probabilità è stato il più radicale teorico del libertarismo, Murray Rothbard, amasse definire “abolizionista” la propria prospettiva. Se nel diciannovesimo secolo si era insomma spazzata via la schiavitù (completa) dei neri, ai suoi occhi era giunto il momento di eliminare la schiavitù (parziale) dei comuni cittadini controllati dal potere statale, e quindi tassati, espropriati, coartati nei loro diritti. Rothbard amava rifarsi anche un autore come Lysander Spooner, che a metà Ottocento era stato un militante della causa anti-schiavistica e pure un duro critico dell’aggressione nordista alla Confederazione secessionista. Nel 1846 egli scrisse The Unconstitutionality of Slavery, spesso citato da Frederick Douglass, e nel 1858 un Plan for the Abolition of Slavery; non bastasse questo, fu implicato in molti attività illegali volte ad aiutare schiavi in fuga. Ma al tempo stesso fu molto esplicito nelle sue critiche indirizzate al governo di Washington e alla sua invasione dei territori meridionali.

Rothbard riprende questa prospettiva: perché se da un lato la schiavitù che gli stati sudisti proteggevano era assurda e illegittima, d’altro lato anche il dominio statale imposto dal potere centrale e la violenza conseguente all’aggressione dell’armata di Lincoln erano senza giustificazione. Per giunta, uno dei filoni fondamentali della visione libertaria confida in quella concorrenza istituzionale tra governi separati che il progetto nazionale di Lincoln avversò con tanta determinazione. Quando l’autore di Potere e mercato e de L’etica della libertà associava libertarismo e abolizionismo l’intenzione era quella di rivendicare il legame con la battaglia condotta per affrancare gli schiavi neri e, al contempo, di caricare di forza persuasiva la richiesta di una piena liberazione dei singoli dal dominio di politici e burocrati. Da qui, in Rothbard, una forte attenzione agli scritti di John C. Calhoun, che fu il più importante costituzionalista e pensatore politico degli stati del Sud.

La bandiera confederata e le statue del generale Lee, allora, non soltanto sono parte della storia americana. Se la loro difesa si basasse unicamente su ciò, dovremmo accettare in Europa la presenza di simboli nazisti, comunisti e via dicendo. È vero che in varie parti del Vecchio Continente abbiamo strade e piazze dedicate a Marx, a Gramsci, all’Unione sovietica e altri frammenti della vicenda del comunismo. Se però non ci fossero sarebbe meglio. Nel caso della storia americana (e per comprenderlo basta leggere uno studioso di sinistra, e già partigiano, come Raimondo Luraghi) le cose sono invece assai diverse. Sul piano costituzionale, il Sud che si oppose al processo di centralizzazione dell’America era assai più fedele all’impostazione originaria e jeffersoniana di quanto non lo fosse un Nord che si apprestava ad avviare un processo che passo dopo passo avrebbe quasi normalizzato l’esperimento americano.

Un’America senza il proprio Sud e la sua storia difficile e piena di ambiguità non sarebbe allora l’America a cui da sempre guardano tutti coloro che amano la libertà

Condividi questo articolo!

di on 24 agosto 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

9 commenti a Due parole in difesa della Confederazione

  1. ultima spiaggia Rispondi

    24 agosto 2017 at 12:39

    Tutto ciò dimostra l’inconsistenza della “democrazia”, tant’è vero nel regno animale la Natura non l’ha prevista, come non ha previsto il multiculturalismo, il politicamente corretto, la tolleranza, la razza unica.
    La tanto sbandierata democrazia a stelle e strisce, nata nel Settecento, considerata fino a ieri un modello da esportare anche con la forza, si sta rivelando un colosso d’argilla. Per dirla alla Villaggio: Una cagata pazzesca.
    Lo vediamo soprattutto in Italia, dove settant’anni di democrazia hanno prodotto più danni della prima e della seconda guerra mondiale messe insieme. A riceverne giovamento è stata solo la classe politica. La CASTA

  2. Luca Rispondi

    24 agosto 2017 at 13:49

    Che bel leggere Prof. Lottieri anche se la storia e con essa i perché siamo oggi così nel bene o nel male spesso è lontana da noi.Il non studio,la non memorizzazione di fatti ci espone ogni giorno alle emozioni prodotte da inventori o stravolgitori di notizie ,ci rende fragili e arrendevoli perché incapaci di far sintesi di quanto letto o ascoltato,entriamo nel racconto senza sapere di essere vittime e non giudici di quella notizia…..dei poveretti che poi giudicano e votano pure insomma sbase di nostalgie,rabbiosita’ ‘ acquisite che nulla dipendono dalla ragione o dalle ragioni .

    • Milton Rispondi

      25 agosto 2017 at 11:18

      Sottoscrivo totalmente. Grazie a lei, ed ovviamente al sempre ottimo prof. Lottieri.

  3. Pier Luigi Ditta Rispondi

    24 agosto 2017 at 18:03

    per non ricordare a quali mezzi scellerati fecero ricorso gli eserciti dell’industrializzato nord per piegare la volontà dei coltivatori sudisti !!!

  4. recarlos79 Rispondi

    25 agosto 2017 at 12:45

    Portieri è un secessionista che odia l’Italia. Grazie alla vittoria dei nordisti l’America è più unita che mai perché da li è nata la visione di più livelli dello stato. Gli alti livelli servono per l’unità dello stato (cioè i principi e le istituzioni competenti per tutti i cittadini: giuridici, militari, polizia federale…). Con la vittoria dei confederati sarebbero rimasti si il colonie e presto divisi. Abbiamo bisogno di un federalismo unitario alla tedesca, non di secessioni rabberciato alla leghista.

    • Luca Rispondi

      1 settembre 2017 at 08:41

      Ben venga un pensiero ed un contributo diverso, anche se certamente poco condiviso su questo sito. Meno accettabile etichettare come “odio” il ragionamento alto e dettagliato di Lottieri. Ma quando si arriva a storpiare volutamente un nome, si cade proprio di stile e ci si qualifica in tutto lo squallore.

    • SiDai Rispondi

      15 settembre 2017 at 23:34

      Perche’ non proprio il federalismo alla americana? Ma proprio alla noiosa tedesca?

  5. step Rispondi

    2 settembre 2017 at 14:59

    Se gli americani decapitano le statue di Colombo ce ne faremo una ragione, dei “fratelli maggiori” ne avremmo anche abbastanza. Decapitano la loro stessa storia, e non è che questo pseudo-popolo possa appigliarsi ad altro, visto come sono nati non è che abbiano una pluralità di “appigli”, diciamo di tradizioni legittimanti.

    Sui confederati il discorso sarebbe lungo. Sinteticamente. Gli stati del sud volevano semplicemente stare per conto proprio, mentre i nordisti esigevano l’uniformità, a loro modo s’intende (fu lì che iniziarono ad esportare il loro modello…). La schiavitù era presente anche in uno o due stati del nord, e comunque il Gen. Lee disse che, non appena terminata la guerra di secessione, la schiavitù al sud sarebbe stata abolita. Comunque stupisce che italiani (cioè latini) preferiscano una nazione con la matrice anglosassone anziché francese. D’altronde la propaganda e l’indottrinamento culturale fanno questo e altro.

  6. Giuliano Cazzola Rispondi

    2 settembre 2017 at 17:01

    Il Prof. Lottieri ha ragione, la storia non si cancella ed è la storia di tutti. Dei vincitori come dei vinti. Il mito del ”politicamente corretto” sta dando alla testa. In un bel film di Frank Capra ”La vita è meravigliosa” al protagonista viene concessa la possibilità di vedere come sarebbe stata la sua comunità se lui non fosse mai nato. Bisognerebbe dare questa possibilità anche agli americani: poter vedere quello che sarebbero stati senza le tre caravelle di Cristoforo Colombo.
    Giuliano Cazzola, Bologna

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *