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Che guaio il Governo che non investe sull’istruzione

Una parola nel campo dell’istruzione è sull’agenda dei governi dei paesi più tecnologizzati – formazione o training in inglese – per far si che le nuove generazioni abbiano un adeguato possesso delle competenze richieste dal mondo del lavoro. E l’Italia quali strategie culturali sta adottando al riguardo? Per rendersene conto basta citare un episodio. Alcuni mesi fa 600 docenti universitari hanno lamentato le carenze linguistiche basilari dell’italiano degli studenti, senza aver ottenuto nessuna risposta da parte del governo. Ora ritornano alla carica per dire di non essere stati nemmeno ricevuti dalla ministra della Pubblica Istruzione, che invece ha il compito istituzionale di svolgere il ruolo di orientamento e di verifica del lavoro svolto nelle scuole, compito indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base degli studenti. Non solo il governo italiano non ha all’ordine del giorno i futuri scenari del mondo del lavoro ma – a parere dei suddetti docenti – latita anche per l’esigenza di recepire gli strumenti di un’efficace verifica delle competenze di base, unico mezzo valido per una “seria verifica durante l’iter scolastico”, condizione essenziale per il miglioramento della qualità dell’insegnamento e incentivo per abituarsi ad affrontare delle prove durante il corso di studio.

Inoltre, “gli  insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro”. Dal canto suo, l’istituto di ricerca inglese “The Economist Intelligence Unit” in una ricerca ha stilato una graduatoria delle migliori scuole del mondo. L’Italia si colloca al venticinquesimo posto, scavalcata dalle scuole dell’Est asiatico e dell’Europa del nord. I fattori presi in esame comprendono: il ruolo dell’insegnante, l’attenzione per la formazione permanente e per quella di base, l’interesse per materie tradizionali (come italiano, matematica e scienze) e per quelle del futuro (uso della tecnologia, problem solving, team working). La graduatoria stilata tiene in considerazione anche il fattore “comunità”, cioè il grado di collaborazione genitori, insegnanti e alunni. Inoltre a far salire di grado le migliori scuole classificate sono i risultati di alcuni test, tra i quali quello sulle competenze matematiche e sulla lettura. A questi elementi si aggiungono gli investimenti statali, cioè la spesa pro-capite per l’educazione, che in Italia è in costante diminuzione negli ultimi anni. Tuttavia uno dei tanti punti deboli della nostra scuola è il ruolo sempre più contestato dell’insegnante, una professione molto spesso considerata come ripiego e mal retribuita. A tal proposito, Roberto Gulli, presidente della Pearson italiana, ha affermato: “Quando il ruolo dei professori è riconosciuto, istruzione-professionalela scuola funziona meglio. Non si tratta solo della retribuzione: per avere buoni insegnanti bisogna offrire una formazione continua. Fare il professore deve essere un privilegio per chi si laurea, non meno prestigioso di altre professioni come l’avvocato e l’ingegnere”. Ma anche l’investimento sul sistema scolastico è fondamentale. “Investire sull’istruzione – continua Gulli – vuol dire aumentare il Pil, l’educazione non è solo un diritto acquisito ma un bene da far crescere”. Come si può notare, dunque, la scuola italiana odierna deve maturare una vera e propria svolta per mettersi alla pari con i più avanzati sistemi di istruzione del mondo.

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di on 17 giugno 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Che guaio il Governo che non investe sull’istruzione

  1. gian luigi lombardi-cerri Rispondi

    22 giugno 2017 at 06:35

    Le competenze si possono suddividere in due categorie: competenze di base , che consentono di capire a fondo gli argomenti di specializzazione, e competenze di specializzazione.
    Le prime si acquisiscono nelle scuole normali: elementari, medie e licei ed anche , per tre quarti , in sede universitaria.
    L’ultimo quarto universitario ed i corsi di specializzazione sono costituiti dalle nozioni che permettono di cominciare a operare.
    Quindi fare “invenzioni metodologiche” o, addirittura di contenuti, sulle materie di base ha portato e porterà solo danni.
    Potrei citare numerose varianti frutto solo di superbia e stupidità .
    Non sarà il caso di tornare all’antico anche, e sopratutto, sotto l’aspetto del rigore?
    Aver voglia di studiare non è un obbligo. E’ obbligatorio, ahimè, aver voglia di lavorare.

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