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Viva il Trump-atlantismo

La lunga missione all'estero del presidente fa definitivamente piazza pulita della caricatura che lo voleva intento a smantellare il sistema americano nel mondo, basato su Nato, valori liberali, alleanze storiche. All'opposto, siamo di fronte a un rilancio dopo gli anni bui dell'obamismo...

usaSi è conclusa mercoledì la tappa a Roma di un una lunga missione del Presidente Trump in Medio Oriente, alla Nato, all’Unione Europea, e al G7 che sarebbe riduttivo chiamare il “defining moment” per la politica estera della Presidenza Trump. Sia dal punto di vista organizzativo che per i contenuti dei colloqui bilaterali l’esito degli incontri a Roma è stato un successo. E’ stata piena la sintonia e il reciproco apprezzamento tra i responsabili americani e italiani della sicurezza. Quanto ai contenuti, l’enfasi sul contrasto al terrorismo, quale priorità per la Nato e per il G7, è stata pienamente condivisa nei colloqui romani; tanto più che le notizie circa la matrice dell’Isis libica sul terribile attentato di Manchester hanno dato ulteriore peso alle argomentazioni di Roma sull’impegno che gli Usa dovrebbero riservare quel teatro operativo. Più problematiche si sono ancora una volta rivelate le posizioni italiane sul finanziamento alla Nato, dove siamo carenti e non riusciamo a dare affidamenti concreti nonostante le insistenti sollecitazioni del Presidente Trump. Altra differenza, netta e ancora più problematica perché tocca un aspetto centrale per la politica estera della nuova amministrazione, riguarda l’Iran: il governo Gentiloni, come quello Renzi, continua a presentare tale Paese come il nuovo Eldorado per le aziende Italiane. Per Trump è un grave sbaglio : si tratta di un pericoloso regime teocratico nei cui confronti devono essere evitati i rapporti economici , perché questi non fanno altro che contribuire alle attività destabilizzanti di Teheran nell’intero Medio Oriente e al sostegno dei Mullah sciiti al terrorismo internazionale. Su alcune altre questioni importanti, come clima e commercio internazionale , si sono registrate diversità tra Roma e Washington. Esse riguardano peraltro i fori multilaterali.

Per la prima volta il mondo dell’informazione e i media italiani, certo non più favorevoli a Trump della generalità dei media americani, hanno riconosciuto la riuscita del “periplo” mediorientale ed europeo, l’importanza dei contenuti, la sostanziale coerenza delle posizioni espresse a Riyad, Gerusalemme, Ramallah, Roma , in Vaticano e a Bruxelles. Padronanza della situazione da parte del Presidente e della sua delegazione hanno dato la sensazione di una leadership sicura di sé stessa, senza molte delle incrinature che i media si aspettavano dopo le polemiche sul Russia-gate e le ultime notizie su Fbi e Jared Kushner. Dal periplo di Trump–costruito e organizzato con una meticolosità che smentisce l’immagine di confusione e dilettantismo offertaci quotidianamente dall‘ informazione “ politically correct”– esce una precisa strategia di politica estera , in linea– almeno sinora-con un’impostazione di fondo anticipata durante la campagna presidenziale e confermata in questi primi centoventi giorni alla Casa Bianca. Il quadrante geopolitico dove il nuovo “concept” si manifesta con maggior precisione e chiarezza è il Medio Oriente. Si tratta di una componente storicamente cruciale nella politica estera americana, e di un “ terreno di crisi” sul quale si sono dovuti cimentare tutte le Presidenze americane del dopoguerra. La riluttanza a impegnarsi seriamente nella crisi siriana , la debolezza sulle “ linee rosse” contro le armi chimiche di Assad, i pesanti riflessi che ciò ha prodotto in Crimea , nel Mar della Cina e in Corea del Nord, sono costati più di ogni altra cosa alla credibilità internazionale di Obama. Le critiche rivoltegli sono state soprattutto di aver “ lasciato il Medio Oriente”di essersi contraddetto e sbagliato sulle Primavere Arabe, sulla crisi Siriana, e soprattutto nei rapporti con l’Iran e con i paesi del Golfo. Sull’Iran la posizione di Trump è sempre stata “realista” e consapevole della minaccia insita nel regime teocratico iraniano e nelle sue crescenti ambizioni di dominio regionale. Una visione opposta a quella marcatamente “idealista “ di Obama, convinto invece che il regime possa trasformarsi radicalmente , diventare un partner affidabile sul piano regionale, contrastare senza doppiogiochismo il terrorismo islamico, e rinunciare definitivamente all’arma nucleare se incoraggiato da vantaggi economici. Gli ultimi otto anni di Obama hanno dimostrato quanto tale convincimento fosse basato su “ wishful thinking” e speranza. I fatti hanno provato l’irremovibile continuità della teocrazia sciita nell’indurire il sistema repressivo all’interno, nel potenziare le sue attività militari e l’influenza sciita in Iraq, Siria, Yemen, nell’incoraggiare il terrorismo internazionale .Vi è un potente simbolismo nella coincidenza delle elezioni iraniane di venerdì scorso – “ finte” perché interamente gestite dal Leader Supremo Ali Khamenei e dalla Guardia Rivoluzionaria Islamica- e il rilancio della tradizionale alleanza degli Stati Uniti con i paesi arabi sunniti e con Israele: proprio mentre Teheran riafferma , con le dichiarazioni degli Ayatollah durante e dopo la campagna presidenziale, il disegno di dominare il Medio Oriente, di contrastare l’America, e di negare il diritto di Israele a esistere. Con la visita di Trump, l’America non soltanto torna in scena da protagonista. Lo fa rinsaldando alleanze con Paesi e Governi dell’area – in particolare Egitto, Arabia Saudita e Israele- che avevano numerosi motivi di sofferenza verso l’America di Obama.

A Riyad , la visita del Presidente Trump si è conclusa con una “Dichiarazione Congiunta di visione strategica” che preannuncia una “ robusta , integrata architettura di sicurezza regionale”, di fatto un’alleanza politico- militare che dovrebbe avere il suo banco di prova nelle crisi dove più attiva e pericolosa è la presenza iraniana, in particolare la Siria e lo Yemen. In positiva risposta alle dichiarazioni nette di Trump sull’impegno che tutti i Paesi Arabi e musulmani devono esprimere per “prosciugare” le loro società dai terroristi e da chi li sostiene, durante la visita è stato inaugurato il nuovo Centro Globale per combattere l’estremismo ideologico: un passo significativo, nel cuore del dell’islam Wahabita. In questo senso, il discorso del presidente americano domenica scorsa è stato di tono conciliativo. Ha insistito sulla “partnership” tra i Paesi musulmani moderati. Ha invocato il comune desiderio di Musulmani, Cristiani e Ebrei di vivere senza il timore della violenza motivata da pretesti religiosi. Infine, Trump si è espresso con molta fermezza sull’Iran. Ha stigmatizzato “ un Governo che parla apertamente di uccisioni di massa, che auspica la distruzione di Israele , morte all’America, e rovina a molti leaders e nazioni in questa sala… Sino a quando il regime Iraniano –ha detto ancora il Presidente americano- sarà un partner per la pace , tutte le nazioni che hanno una coscienza devono lavorare insieme per isolare l’Iran , negandogli i fondi con i quali finanzia il terrorismo, e dobbiamo pregare per il momento in cui il popolo iraniano avrà il legittimo e giusto governo che gli iraniani meritano”. A fine Aprile, al Consiglio di Sicurezza Onu l’Ambasciatore Usa Nikki Haley aveva d’altra parte affermato che Iran e Hezbollah cospirano per destabilizzare il Medio Oriente, che sono responsabili di atti terroristici in tutta la regione, e sostengono Bashar al-Assad con più di centomila uomini comandati da ufficiali iraniani della Guardia della Rivoluzione Islamica, mentre ufficiali iraniani addestrano milizie sciite in Iraq e ribelli Houthi in Yemen. Inoltre i test missilistici iraniani continuano a violare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza. In questo quadro di elevate tensioni è preoccupante che il Governo italiano continui a incoraggiare le aziende italiane a allacciare rapporti d’affari anche nei settori dove più evidente è il rischio di essere coinvolti in attività di riciclaggio a favore di attività terroristiche, o in comparti dell’economia iraniana controllati dall’IRGC e oggetto di sanzioni americane. Si tratta di una linea che collide con le priorità più importanti dell’Amministrazione Statunitense in Medio Oriente, non certo vista positivamente alla Casa Bianca, ed gravida di incognite per le aziende italiane e per i nostri operatori. Centinaia di circostanziate lettere sono state inviate dall’organizzazione “United Against a Nuclear Iran UANI” alle aziende, incluse molte italiane , sui rischi derivanti dagli investimenti in Iran.

Il generale Jim Mattis, segretario alla Difesa degli Stati Uniti

Il generale Jim Mattis, segretario alla Difesa degli Stati Uniti

Il secondo , altrettanto rilevante aspetto della missione mediorientale e atlantica di Trump riguarda l’Alleanza Atlantica, e in misura altrettanto significativa il rapporto con l’Europa. Il “commitment ” della Presidenza Trump nei confronti della Nato e del suo ruolo essenziale per la sicurezza e la difesa di tutti gli Alleati europei esce chiarito e nettamente rafforzato, strutturalmente e nell’orientamento strategico anche per quanto riguarda la Russia. Viene superata la contradditorietà di messaggi espressi dal candidato Trump prima della sua elezione. II “security team” formato dal Segretario di Stato Tillerson, di quello alla Difesa Mattis, dal Consigliere alla Sicurezza Nazionale McMaster, e le più alte autorità militari non ha mancato una sola occasione per marcare il punto. Il Comando Usa per l’Europa ha annunciato un aumento di stanziamenti del 35% , per accrescere le capacità di difesa aerea, di ricognizione, di preposizionamento degli armamenti in Europa, e di spiegamento di sommergibili, e la riattivazione di un Comando Nato nell’Artico per far fronte a una presenza militare russa in rapidissima crescita, giudicata pericolosa per la libertà di navigazione in quell’area. “Questo comprova, ha detto il Generale Ben Hodges- comandante delle forze Usa in Europa-, l’impegno degli Stati Uniti, deve rimuovere una volta per tutte i dubbi dei nostri alleati e dei nostri potenziali avversari su quanto noi teniamo alla stabilità e alla sicurezza in Europa. Siamo determinati a usare la nostra deterrenza nei confronti della Russia o di altri potenziali avversari.”

Non è quindi stata soltanto simbolica l’inaugurazione del nuovo quartier generale dell’alleanza e del Memoriale che la Nato ha eretto in ricordo dell’11 settembre. È stato un modo per affermare la perdurante solidità di un cardine del Trattato di Washington, istitutivo della Nato: l’art. 5 che impegna ogni stato membro dell’Alleanza a soccorrere militarmente qualsiasi altro Stato membro venga attaccato. E l’11 Settembre 2001 è stata la prima circostanza nella quale tale impegno sia stato affermato da tutti gli alleati, unanimemente. Ora che la minaccia terroristica è ulteriormente cresciuta, la sottolineatura dell’art. 5 nella cerimonia per Memoriale dell’11 settembre impegna i ventotto Paesi membri dell’Alleanza tanto nella lotta al terrorismo quanto nel fondamentale principio di “ uno per tutti, tutti per uno”. Ciò non toglie che le questioni di bilancio restino sul tappeto, nonostante i progressi fatti da un buon numero di Paesi, e sempre con l’Italia come fanalino di coda. Tillerson ha dichiarato alla vigilia del Vertice che “gli Stati uniti spendono il 4% del loro Pil per la difesa …voi Europei dovete assumervi la vostra quota per la vostra sicurezza”. Su questo, non si può che ammettere la continuità con l’Amministrazione Obama. E’ dal Vertice di Chicago del 2012 che tutti gli alleati, Roma inclusa, sono formalmente impegnati a destinare almeno il 2% del loro Pil alla Difesa. Con la Presidenza Trump questo ritardo è destinato a diventare scottante.

Più in generale per quanto riguarda le posizioni che esistono in Europa nei confronti delll’ Amministrazione Trump, lunedì scorso, un autorevole editorialista del Corriere della Sera, Angelo Panebianco, pubblicava un’analisi intitolata “Le ipocrisie di chi odia l’America”. Pur semplificando in modo forse estremo gli orientamenti della stampa e di una larga parte dell’opinione pubblica europea, Panebianco parte dalla constatazione che, sulla Presidenza Trump‎,il gioco delle parti è paradossale, ma solo in apparenza. In Europa, gli antiamericani- dice ancora Panebianco- tifano compatti per Donald Trump. I filoamericani sperano nell’impeachment o in qualsiasi altra machiavellica trovata serva a indebolire questa Presidenza. Le ragioni tanto degli uni quanto degli altri girano attorno alla questione cruciale: il progetto politico di Trump mira davvero a smantellare – o meglio, a “destrutturare”, – le Istituzioni americane, e in senso più ampio la democrazia basata sullo Stato di Diritto e sulle libertà fondamentali, pilastri di tutte le costituzioni e i modi di vita di tutti i Paesi che aderiscono all’Alleanza Atlantica e all’unione Europea, in primis quelle di espressione, di credere e di non credere? “Sono identiche le ragioni che spingono molti filoamericani ad avversare Trump. Essi continuano a pensare che senza l’America non ci siano argini contro i nemici della società aperta. Sono contrari al protezionismo. Pensano anche che con Putin si debba trattare ma senza abbassare la guardia”. In questa semplificazione, protezionismo, sovranismo,‎ amicizia incondizionata con la Russia sarebbero il collante per quanti   in Europa non hanno più alcuna fiducia nella Democrazia liberale, e propongono vie diverse, più nazionaliste che nazionali, attratte da figure forti, alla guida di “democrazie plebiscitarie” anziché da forme di rappresentatività mediate da corpi intermedi e dal pluralismo politico. Quanti vedono nella finanza globale il centro del potere americano nel mondo, o quanti considerano le aziende transnazionali e il libero commercio internazionale più strumenti di dominio economico che non di crescita e di progresso, vedono nella Presidenza Trump un’ occasione per ricominciare da capo. Ma a parte il fatto che la composizione della nuova Amministrazione repubblicana non è certo tale da far pendere l’ago della bilancia a sfavore della finanza globale e delle multinazionali statunitensi, in politica estera l’allontanamento da tutto ciò che significa il termine “Atlantico”, auspicato da un certo numero di europei, si riflette su profondi valori identitari, che appartengono specificamente alla “sovranità” delle nazioni di questa nostra Europa.

Aleksandr Dugin, "ideologo" del putinismo

Aleksandr Dugin, “ideologo” del putinismo

“ Atlantici” sono i principi della Dichiarazione d’Indipendenza americana, il pensiero politico, il progresso scientifico, la rete di alleanze e accordi di sicurezza che hanno animato negli ultimi settant’anni la Comunità Occidentale e Atlantica . Come conciliare questa nostra identità con la netta inversione di rotta auspicata da alcuni, di natura valoriale, culturale e politica, verso la Russia di Putin? I fautori di tale inversione di rotta propongono soluzioni ben diverse da quel “Partenariato di Pratica di Mare” che abbiamo sempre voluto. Essi ipotizzano di sostituire la Russia all’America nel garantire la sicurezza del continente europeo ,e la proiezione globale dei nostri interessi nazionali . La simpatia verso un grande protagonista sulla scena internazionale, quale è da almeno dieci anni il Presidente Putin, si accresce quasi emotivamente per i suoi metodi assertivi, per la sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi con l’uso della forza, senza perdere tempo nell’ adire Corti di giustizia o arbitrati internazionali. La crescente simpatia di alcuni Europei per la Russia di Putin si associa alla riscoperta, e spesso alla accettazione , di una asserita “superiorità “dei valori eurasiatici. Si apprezzano le teorie di Alexander Dugin: « Per principio, l’Eurasia e la nostra terra, la Russia vera e propria, restano il centro di una nuova rivoluzione anti-borghese e anti-americana. […] Il nuovo Impero Euroasiatico sarà costruito sul principio fondamentale del nemico comune: il rigetto dell’atlantismo, strategia di dominio degli Usa, e il divieto di permettere ai valori liberali di dominarci. Questo impulso civilizzatore sarà la base di un’unione politica e strategica” ( da Le basi della geopolitica,1997).

Per alcuni europei valgono, inspiegabilmente, più le suggestioni di Dugin, che non gli scritti di Roger Scruton, di Alain Filkenkraut , di Benedetto Croce. Si trascura l’importanza, nella identità costitutiva della nostra sovranità – come scrive ad esempio Scruton-, ” la consapevolezza che a tutti noi collettivamente è stato trasmesso un patrimonio positivo di cose buone per le quali dobbiamo lottare. La possibilità di vivere le nostre vite come vogliamo. La certezza di leggi imparziali, attraverso le quali le ingiustizie siano riparate. La protezione dell’ambiente quale patrimonio comune che non può essere sottratto o distrutto a capriccio di interessi potenti. La cultura aperta e indagatrice che ha formato le nostre scuole e università. Le procedure democratiche che ci consentono di eleggere i nostri rappresentanti e di adottare le nostre leggi. Queste e molte altre cose ci sono famigliari e le prendiamo per scontate, ma ora tutte queste cose sono sotto attacco.” Dopo la caduta del Muro di Berlino trentaquattro paesi, compresa l’Urss firmavano – era il 21 novembre 1990- la Carta di Parigi per una Nuova Europa. Merita ricordarli oggi, quando sono rimessi da alcuni in discussione, i valori della nostra identità europea e atlantica: “Ogni persona ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione o credo, alla libertà di espressione, alla libertà di associazione e di riunione pacifica, alla libertà di movimento; nessuno sarà arbitrariamente arrestato o detenuto, sottoposto a tortura o ad altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti; ciascuno ha inoltre il diritto: di conoscere i propri diritti e di esercitarli, di partecipare ad elezioni libere e corrette, ad un procedimento giudiziario imparziale e pubblico se imputato di un reato, di possedere beni individualmente o in comune con altri e di gestire imprese individuali, di godere dei propri diritti economici, sociali e culturali.”

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di on 27 maggio 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Viva il Trump-atlantismo

  1. Egidio Arlotti Rispondi

    28 maggio 2017 at 04:14

    Articolo condivisibile in toto. La Russia e Putin sono un pericolo per l’Occidente e gli USA, Putin è un dittatore che vorrebbe “ripristinare” l’Unione Sovietica, anche a costo di far morire di fame o comunque tenere il popolo russo nella miseria e disperazione. Inoltre la pretesa di conquistare ed invadere altri Paesi liberi e sovrani, dimostra la pericolosità per i Paesi confinanti e per la pace nel Mondo. In Ucraina dal 2014 sono morti a causa della guerra di Putin più di 10000 persone oltre a milioni di persone costrette a lasciare il Donbas…..mi sembra un PESSIMO segnale e una evidente intenzione di Putin di fare come se fosse il padrone del Mondo…..

  2. Crescenzo Rispondi

    28 maggio 2017 at 23:15

    Che Trump abbia cercato di alleggerire i rapporti con la Russia lo si capisce dalle nomine seguite all’alba della sua ascesa.Purtroppo per lui l’inesperienza lo ha portato a subire duri colpi dal Congresso,che lo ha spinto a modificare la sua agenda estera,ma i legami di Flynn,Tillerson ed ora Kushner con il Cremlino non possono essere coincidenze.Così come è evidente che le frasi di campagna elettorale )”La Nato è un organo inutile”,”Lasciamo alla Russia la Siria”,”Rimuoviamo le sanzioni”) vadano nella direzione di una riaffermazione dello scontro ideologico verso l’est.In quelle frasi,spesso istintive,è racchiusa la vera essenza del Presidente.Un nazionalista assolutamente disinteressato alle questioni internazionali e che vorrebbe (avrebbe voluto?) limitarsi a curare il proprio orticello.Del resto non mi sembra che l’ex-numero due Steve Bannon si sia mostrato tanto liberale rispetto Dugin e non vedo come l’abbandono del Trattato Transatlantico e l’imposizione di dazi sui prodotti europei possano porsi da incentivo per il libero mercato internazionale.

    Insomma,la visione dei “filoamericani” descritti da Panebianco non sembra affatto ipocrita.Se Trump dice che dobbiamo aumentare il nostro PIL militare,non lo fa certo perché ci vuole pronti alla guerra contro la Russia,ma semplicemente cerca di creare le condizioni perché lui possa defilarsi dal nostro scenario per volgersi all’Asia.Le sue dichiarazioni antecedenti l’investitura sono infraintedibili.

  3. Francesco_P Rispondi

    29 maggio 2017 at 08:41

    Mi sembra che Trump si stia muovendo in modo ineccepibile in politica estera, nonostante i detrattori ed i nostalgici di Obama che lo demonizzano da entrambe le sponde dell’Atlantico. Trump sta facendo quello che serve all’America, sapendo che ci vuole tempo per ricostruire un insieme di relazioni con i Paesi nemici e (ancor più difficile) con quelli amici.
    Purtroppo l’Europa ha ottenuto negli ultimi 8 anni enormi vantaggi nel commercio internazionale con l’America come nella politica della difesa: è una situazione che Trump vuole riequilibrare almeno in parte, suscitando le ire della Merkel.
    La scelta spetta ai Paesi Europei.
    Nel commercio Trump vuole rimuovere alcuni atteggiamenti protezionistici europei per riequilibrare lo squilibrio sulla bilancia dei pagamenti ( vedi accordo con la Cina per la fornitura di gas naturale https://www.forbes.com/sites/judeclemente/2017/05/25/u-s-liquefied-natural-gas-to-china-is-a-game-changer/#29da6c84671a ).
    Nella politica internazionale e della difesa vorrebbe che gli alleati aumentassero le spese militari e che si coordinassero meglio con un’America non più disposta a cacciarsi nei guai per iniziative avventate di qualche Paese europeo come l’avventura libica per essere poi lasciata sola dagli stessi Paesi che hanno “aperto il Vaso di Pandora”.
    L’alternativa è fare da soli con un budget della difesa ridotto e con un Putin pronto ad approfittare di ogni debolezza dello schieramento Occidentale.
    Meglio usare il buonsenso e fare tesoro dei ragionevoli ammonimenti di Trump.

  4. aurelio Rispondi

    29 maggio 2017 at 13:15

    Grande pezzo e grande competenza.Forse con Trump cominceremo a capire cosa sia Europa con tedeschi a capo,quella della viltà ,della furbizia,dei burocrati e della nostra dilagante povertà, e magari avremo una porta per la quale salvarci.

  5. adriano Rispondi

    29 maggio 2017 at 13:44

    In breve.Un attacco di saturazione con testate multiple non ha difesa.Con chi le possiede bisogna convivere e trovare un’intesa.Se sono dittatori sanguinari pronti a scatenare guerre sanguinarie è finita.Ammesso questo principio si può svolazzare con la fantasia e divertirsi ad immaginare gli scenari che si preferisce.Altrimenti è meglio andare ai giardinetti.

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