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Venezuela, l’ultimo incubo socialista

Il Paese è ormai preda di un regime dittatoriale ispirato al castrismo cubano, che sta facendo piazza pulita dei diritti umani e delle libertà fondamentali, oltre a generare uno sfascio economico drammatico. È l'ennesima versione del socialismo reale, uguale a tutte le altre...

comunistiIl disastro istituzionale, politico, sociale ed economico nel quale sta sprofondando la “Costituzione Bolivariana “del 15 Dicembre 1999 – e con essa il Chavismo – è certamente tra i più gravi, se non il più grave, di un’erosione globale e regionale dello Stato di Diritto, con implicazioni preoccupanti per le libertà fondamentali, i diritti umani e politici. Alla fine degli anni ’90 in America Latina vi è stata una nuova ondata di leadership, dopo quelle di Peron e di Kirchener in Argentina, di Getulio Vargas in Brasile, di Fujimori in Perù, che hanno basato la loro legittimazione e il loro potere su mandati forti, ottenuti direttamente “dal popolo”. Tra essi spicca la storia di Hugo Chavez e della costituzione bolivariana. Dopo il fallito del colpo di stato nel 1992 e la reinvenzione di sé stesso come leader dei diseredati, Chavez vinse le elezioni presidenziali del ’98 con il vasto sostegno delle classi economicamente più deboli che costituivano l’ampia maggioranza del Paese, nonostante la grande ricchezza petrolifera del Venezuela. Attaccando costantemente l’oligarchia Chavez prometteva l’eliminazione della povertà e la vera democrazia. In uno sforzo di autopromozione della propria immagine, monopolizzava decine di ore settimanali di trasmissioni radio secondo un modello utilizzato prima di lui da chi dichiarava di ammirare, Fidel Castro. La ricchezza petrolifera consentiva a Chavez, molto più che ai suoi amici nella regione, di finanziare programmi sociali, di dare ingenti sussidi per case, cibo, beni essenziali, assistenza medica, redistribuzione di terre, nazionalizzando il settore petrolifero e altri comparti produttivi, per gestirli direttamente, al servizio del “Chavismo” e di un capillare clientelismo politico. Chavez rafforzava il proprio potere attraverso uno straordinario sforzo nel promuovere la partecipazione politica: in 14 anni Chavez ha indetto 14 elezioni e referendum, con l’obiettivo non tanto di consolidare la democrazia rappresentativa, quanto invece di minarne le istituzioni e lo Stato di Diritto, come dimostrano altri esempi storici di aggregazione del consenso attraverso il culto della personalità, il controllo dell’informazione, dell’economia, il clientelismo e la corruzione.

Chavez ha riscritto la Costituzione venezuelana, ha rafforzato enormemente il potere esecutivo a spese del legislativo, ha minato l’indipendenza e l’imparzialità del Consiglio Elettorale Nazionale, ha riempito la corte suprema di personalità a lui fedeli, ha politicizzato interamente la burocrazia. Inoltre, sono stati lui e il suo successore Maduro a ridimensionare l’autonomia delle forze armate rimpiazzando gli ufficiali più indipendenti con loro fedelissimi. Come conseguenza di queste politiche, le Forze Armate, pur dovendo essere apolitiche secondo il dettato della Costituzione, sono progressivamente entrate sempre più nell’orbita del Chavismo, anche se possono rappresentare un’ipotesi concreta, anche se estrema, per un’uscita dalla crisi. Maduro ha fatto di tutto per coinvolgere sempre più i militari nel sistema di potere. Undici dei ventitrè ministri sono ex ufficiali, così come ventitrè governatori degli Stati venezuelani. In un colpo solo Maduro ha promosso, l’anno scorso, 195 generali, nel pieno della crisi economica. Così il Venezuela ha oggi più di duemila Generali, più del doppio degli Stati Uniti che ne contano non più di novecento. Tuttavia, il “top brass” militare venezuelano non sembra costituire una compagine monolitica. Vi sarebbero diverse fazioni, gli “originals” che avevano sostenuto Chavez nel ‘92, con parte di loro coinvolta – sembra – nel sostegno a bande di narcotrafficanti alla quali assicurerebbero l’uso di porti e aeroporti. Un’altra componente di alti ufficiali “opportunisti” sarebbe implicata- secondo la stampa internazionale più accreditata- in affari di diversa natura. Ma si tratta di divisioni interne che contano meno dell’interesse condiviso dalle gerarchie militari a garantire la sopravvivenza di un sistema di cui beneficiano ampiamente. Sono le Forze armate a usare doppi regimi di cambio, a profittare della distribuzione alimentare e dei medicinali. La disaffezione che serpeggia tra la truppa, e l’irritazione per i privilegi degli ufficiali, viene mitigata da vantaggi evidenti rispetto alla povertà della popolazione: soprattutto per gli alloggi, i proventi del contrabbando e della corruzione di cui comunque beneficiano anche i soldati. Ciononostante, vi sono voci di denuncia che si sono coraggiosamente levate. Raul Baudel, ex Ministro della Difesa incarcerato dal regime, è diventato un’icona del dissenso, quando è riuscito a diffondere un breve video con cui condanna “profittatori e criminali che danno a voi militari gli ordini”. Per il momento, il malcontento diffuso tra la truppa non ha ancora generato sedizioni. Anzi, Maduro ha detto di voler rafforzare e ampliare una “milizia nazionale” di mezzo milione di uomini. Il che dà anche la misura della militarizzazione verso la quale il regime sta indirizzando il Paese. In questo quadro, è da tener presente che il Chavismo ha, sin dall’inizio, e in modo sistematico, smantellato quella che un tempo era l’informazione indipendente in Venezuela, revocando licenze e obbligando gli editori non favorevoli al regime a vendere. Il “Chavismo” non costituisce certo un caso isolato nell’involuzione dello Stato di Diritto, e dei disastri che ciò comporta, in America Latina e altrove. Ne è tuttavia la manifestazione estremamente attuale, drammatica per il popolo venezuelano, pericolosa per il suo “ spill – over” sui Paesi vicini e sulla stabilità regionale.

Il caso Venezuela, con i suoi effetti estremamente negativi sul piano regionale sottolineati dall’ Organizzazione degli Stati americani – OSA- merita di essere ben compreso, perché le politiche poste in essere dall’Unione Europea, e dal nostro Paese, appaiono deboli e insufficienti. E’ invece un preciso dovere della comunità internazionale, e di Paesi, come l’Italia, che hanno con il Venezuela e l’America Latina legami e interessi nazionali irrinunciabili, in primis la tutela dei nostri concittadini, di sostenere attivamente lo Stato di Diritto nel Paese, con un deciso appoggio alle forze dell’opposizione democratica. Nelle statistiche internazionali il Venezuela non è più considerato un Paese parzialmente libero, ma un “Paese non libero”. Il rispetto dei diritti politici è ulteriormente precipitato nel corso dell’ultimo anno. Il Governo Maduro ha fatto di tutto per politicizzare ulteriormente l’ordinamento giudiziario, svuotare le prerogative di un Parlamento controllato dall’opposizione, ha contrastato l’attività legislativa in ogni possibile modo, attraverso una giustizia teleguidata dal potere esecutivo, ha usurpato le competenze del Parlamento nell’approvare il Bilancio dello stato, ha bloccato ogni tentativo parlamentare di affrontare la crisi economica e umanitaria del Paese. Se dal 1999 il movimento lanciato da Hugo Chavez aveva contribuito al deterioramento delle istituzioni democratiche, la crisi della democrazia venezuelana si è fortemente accelerata negli ultimi anni, a causa della concentrazione dei poteri in capo al Presidente Maduro e ai suoi, e della sempre più dura repressione contro l’opposizione.

La corruzione nel Governo è sempre più pervasiva, mentre criminalità e omicidi sono in forte aumento. Nelle statistiche dell’ “orruption perception index”, la lista della corruzione percepita a livello mondiale, il Venezuela si trova al 166° posto su un totale di 176 Paesi, di gran lunga il peggior dato in tutta l’America Latina, e decine di posizioni al disotto di Paesi come Nicaragua, Bolivia, Ecuador che pure condividono il non ambito primato del gruppo antioccidentale “Alba” nel non – rispetto dello Stato di Diritto e nella lotta alla corruzione. In tale quadro, le Autorità hanno continuato a comprimere le libertà civili e a far processare gli oppositori. Una grave, ulteriore spiralizzazione è avvenuta con la militarizzazione dell’ordine pubblico, la repressione ad opera delle Forze armate, e l’utilizzo delle corti militari per processare i manifestanti.

Per quanto riguarda il nostro governo, di positivo c’è l’attenzione della Farnesina, la piena consapevolezza dell’ampiezza, pericolosità, e natura della crisi in atto, e delle conseguenze che essa determina per i nostri connazionali, in primo luogo, oltre che per gli effetti negativi sulla stabilità continentale. Le nostre Comunità dispongono di organismi rappresentativi, associazioni, consuetudini aggregative per “lavorare insieme” alla rete diplomatico consolare. In momenti difficili come questo si tratta di una grande risorsa, come sono sempre una grandissima risorsa le Comunità italiane all’estero, per loro stesse, e per l’Italia. Di meno positivo, anzi di preoccupante nelle dichiarazioni del governo, è l’assenza di una necessaria strategia politico-diplomatica per portare il Venezuela fuori da questa pericolosissima crisi. Sorprende che dopo una corretta analisi delle cause, fatta dal Governo, sia poi completamente assente nelle dichiarazioni al Parlamento la “visione politica” di un Paese come il nostro, che ha sempre potuto esercitare un’influenza positiva, amichevole e apprezzata in molte altre crisi che hanno toccato negli ultimi quarant’anni l’America Latina. Senza una nostra incisiva azione regionale- in ambito OSA- ,bilaterale tra l’UE, gli Stati del Gruppo Alba, e del Caricom, l’emergenza umanitaria continuerà ad aggravarsi e il regime chavista a trincerarsi nella difesa a oltranza del proprio potere, militare e economico, dopo aver dichiarato “guerra” a tutte le opposizioni, e aver dimostrato di voler “fare la guerra” con tutti i mezzi. Se teniamo veramente alla condizione dei nostri connazionali dobbiamo essere attivi nel determinare una soluzione politica, sostenuta e guidata – come avvenuto in altre drammatiche esperienze Latinoamericane – dai Paesi della regione, dalle sue istituzioni e organizzazioni che vantano una esperienza straordinaria di “gestione delle crisi”, di promozione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Ci deve essere un’azione italiana incisiva, per smuovere, sulla questione venezuelana, il torpore della Commissione, del SEAE (Servizio Europeo per l’Azione Esterna), del Parlamento Europeo.

L’ambito nel quale l’Italia deve agire – contribuendo a un vero e proprio “action plan europeo”- è quello delineato, ma ancora non tradotto in azioni incisive, dal Consiglio Europeo: L’Unione Europea è pienamente impegnata ad aiutare il popolo venezuelano a trovare soluzioni pacifiche e democratiche ed è pronta a utilizzare tutti gli strumenti possibili a sua disposizione per sostenere gli sforzi regionali e internazionali a tal fine. Queste buone intenzioni devono tradursi con massima urgenza in fatti concreti. Il principale terreno d’azione deve essere regionale. Il 3 Aprile scorso l’Organizzazione degli Stati Americani – OSA – ha approvato a maggioranza una dichiarazione che condanna “la seria alterazione costituzionale dell’ordine democratico in Venezuela”, e chiede al Presidente Maduro di “ripristinare la piena autorità dell’Assemblea Nazionale”. Si tratta della posizione più determinata espressa sinora dall’OSA nei confronti del Governo Maduro. Essa prevede di intraprendere tutte le necessarie azioni diplomatiche che dovessero rendersi necessarie a normalizzare e ripristinare pienamente le istituzioni democratiche venezuelane. A Caracas si chiede di agire entro i prossimi giorni per garantire la separazione e l’indipendenza dei poteri costituzionali, e ripristinare la piena autorità dell’Assemblea Nazionale. Com’era da attendersi, la risoluzione è stata contestata da Venezuela, Bolivia e Nicaragua, che hanno lasciato la sala , mentre altri quattro Paesi si sono astenuti. La risoluzione ha ottenuto 17 voti su 21 presenti e votanti, dimostrando l’esistenza di un’assai ampia maggioranza continentale decisa a far rispettare i principi fondamentali dello Stato di Diritto, e i diritti politici nella questione venezuelana. La preoccupazione diffusa tra i governi e le opinioni pubbliche latinoamericane è che Maduro voglia compiere altri passi verso la riedizione in Venezuela di un regime dittatoriale e autocratico ispirato al castrismo cubano, di cui peraltro Hugo Chavez era fervente ammiratore. Ma il Venezuela, diversamente da Cuba ha una radicata cultura democratica, e non ne ha certo le caratteristiche insulari .

La crisi ha assunto, inoltre, le proporzioni di una crisi regionale, con flussi di rifugiati verso la Colombia e il Brasile, riattivazione della tensione alla frontiera tra Venezuela e Colombia dove le operazioni dei narcoterroristi delle FARC, favorite da ambienti chavisti, causano da anni frizioni , scontri, e crescente instabilità. Inoltre, l’America Latina non può accettare facilmente il risorgere di un’altra brutale dittatura nel continente. Un raggruppamento importante di quattordici Paesi, che riunisce le tre maggiori “potenze regionali” – Brasile, Argentina, Messico – ha formalmente richiesto al regime venezuelano tre passi: un calendario impegnativo per nuove elezioni; il riconoscimento del Parlamento e delle sue prerogative; la liberazione di tutti i prigionieri politici. L’attività diplomatica vede l’Argentina in posizione privilegiata, avendo appena assunto la presidenza dell’Unasur, l’organizzazione regionale di dodici Paesi legati da comuni obiettivi di cooperazione politica e di sviluppo. Si cerca di creare un Gruppo ad hoc di paesi “like minded”, come avvenuto nei negoziati che hanno concluso le guerre civili in Centro America negli anni ’80, con il coinvolgimento delle Nazioni Unite.

L’Italia può fare tutto tranne che stare a guardare. Siamo sino alla fine di quest’anno membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove esistono tutte le premesse per sostenere, con i nostri partners europei e latino americani in Consiglio di Sicurezza, un’azione di sostegno alle iniziative che si stanno rapidamente sviluppando sia all’OSA che in altri contesti regionali. La nostra Presidenza del G7 di Taormina rappresenta un’altra occasione unica per portare il caso venezuelano, così grave per lo sviluppo e la stabilità di un’intera regione latinoamericana, alla ribalta del G7. I nostri interessi nazionali nella questione, in primis la tutela e il benessere dei nostri concittadini, impongono al governo Gentiloni di avere una visione strategica sulla questione venezuelana, e di agire per attuarla.

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di on 22 maggio 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Venezuela, l’ultimo incubo socialista

  1. Ernesto Rispondi

    22 maggio 2017 at 18:13

    “IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    La Stampa
    24 ottobre 2016

    Il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, è volato a Roma, senza preannunciarlo, per incontrare questa sera, in forma privata, il Papa in Vaticano. A renderlo noto la sala stampa della Santa Sede che ha evidenziato come «nel quadro della preoccupante situazione di crisi politica, sociale ed economica» del paese latino-americano, il Pontefice argentino abbia sottolineato la necessità di un dialogo «sincero e costruttivo» tra i principali attori del paese latino americano per alleviare le sofferenze della gente e promuovere una «rinnovata coesione sociale»”

    A eterna memoria. Eccolo, il papa della gente… Mi chiedo con che faccia la chiesa cattolica chieda l’8 per mille, deliri di accoglienza diffusa, dia patenti di cristianità e bontà, mentre il papa riceve uno dei più sanguinari dittatori comunisti della storia, suo amico personale.
    C’è un limite alla vergogna?

  2. ultima spiaggia Rispondi

    22 maggio 2017 at 20:46

    E sarà sempre peggio. In un mondo sul baratro del collasso demografico (il limite è stato stimato in circa 10 miliardi di persone), qualcuno deve pur sacrificarsi.
    “In Venezuela c’è un regime dittatoriale”.
    Perché in Italia decide il popolo?
    “In Venezuela c’é lo sfascio economico”.
    L’Italia non sta forse affogando nell’oceano del debito pubblico?
    Quanto al “culto della personalità, il controllo dell’informazione, dell’economia, il clientelismo e la corruzione”, i governi all’italiana non hanno nulla da imparare.

  3. Liz Gocha Rispondi

    22 maggio 2017 at 21:52

    Signor Giulio Sant’Agata, lei ha descritto la gravissima e profonda crisi social,politica,economica, di sicurezza,sanitaria del Venezuela.Il massacro del narco governo terrorista de Nicolas è più violento ogni giorno. E da anni che siami la voce del popolo italo venezuelano denunciando la violazione dei diritti umani, la ingerenza politica e militar castrista nel Venezuela. Da 52 giorni il popolo è per strada per chiedere la dimissione del Presidente…ma..Nicolas Maduro assieme agli collettivi,forza militare,polizia , terroristi cubani e colombiani stanno massacrando al popolo pur di non lasciare il potere.
    In nome del popolo italo venezuelano ringrazio il suo articolo così tanta gente può capire cosa succede nel Venezuela e perché. Le sue parole sono sacre Come ha detto “l’ Italia può fare di tutto tranne che stare a guardare”
    Siamo in dittatura.
    Grazie mille.

  4. Francesco_P Rispondi

    23 maggio 2017 at 06:03

    Purtroppo sono pessimista.
    Solo la rivoluzione può cacciare una dittatura che ogni giorno impoverisce sempre più il suo popolo per riempire le tasche dei peggiori trafficanti e per mantenere una pletora di burocrati e di soldataglia che hanno come unico scopo quello di sorreggere il regime. Ogni dittatura si fonda su un sistema di privilegi che è duro a morire. Le cerchie concentriche dei privilegiati dal sistema di potere non sanno fare altro nella vita.
    Hanno distrutto completamente l’economia di una nazione potenzialmente ricchissima, uccidendo anche il settore petrolifero, tant’è che il Venezuela dall’inizio di quest’anno non può più rifornire gratuitamente Cuba ed è stato rimpiazzato da Putin ( ad esempio, vedere https://www.investireoggi.it/economia/cuba-torna-ai-tempi-dellurss-putin-rimpiazza-venezuela-sul-petrolio/ ).
    Il primo passo è cacciare il regime. Poi bisognerà creare da zero un’economia che non può essere basata solo sul petrolio il cui prezzo è destinato a mantenersi piuttosto stabile nei prossimi anni.
    Il Chavismo è stato esaltato per anni dalla sinistra come modello anti-americano; oggi constatiamo che l’anti-americanismo è solo miseria e vergognosa repressione.

  5. Luca Rispondi

    23 maggio 2017 at 22:25

    Ma queste geografie possono ancora sperare in una democrazia o a spiragli di libertà o se pur fuori tempo andrebbero colonizzate o ricolonizzate?

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