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Né tecnocrati né sovranisti. Per un’Europa liberale

Il sogno (o meglio l'incubo) dei Delors e dei Prodi, quello di un potere centrale burocratico che da Bruxelles determinasse la vita di un continente è per fortuna in crisi irreversibile. L'alternativa però non sono i nuovi nazionalismi, con le loro vecchie logiche stataliste e interventiste, ma una parola d'ordine: più libertà...

bandiera-europa-500Negli anni scorsi l’establishment politico europeo sembrava godere di ottima saluta e la traiettoria di marcia appariva segnata. Vi era in effetti un ampio consenso, tutto sommato bipartisan, in merito all’idea che i vari Paesi d’Europa dovevano dirigersi verso un’unione sempre più stretta: riducendo la concorrenza tra Stati e costruendo un potere centrale, a Bruxelles, sempre più ampio e chiamato a governare estesi settori della vita economica e sociale. Quel tipo di Europa, essenzialmente tecnocratica, piaceva nel centro-destra come nel centro-sinistra, dato che trasferire al centro una serie di competenze poteva ridurre la capacità di controllo esercitata dai cittadini sui loro rappresentanti. È assai razionale che la classe politica sostenga i processi di unificazione, dato che in entità politiche di vaste dimensioni è assai facile – per molti – riuscire a ritagliarsi posizioni di potere e trovare magnifiche opportunità di affari.

L’Europa dei Jacques Delors e dei Romano Prodi, però, è ormai in crisi. Non soltanto oggi è chiaro a tutti come l’unificazione tedesca abbia modificato l’assetto tradizionale (basato su quattro Paesi che avevano grosso modo il medesimo “peso”: Germania federale, Francia, Regno Unito e Italia), ma soprattutto è sempre più in difficoltà un modello sociale ad alto intervento statale che non favorisce la crescita e moltiplica i disagi sociali. L’Europa delle tecnocrazie di Bruxelles, quindi, si trova oggi sotto assedio, ma è triste constatare come l’alternativa proposta sia in primo luogo quella di un’Europa dominata da nuovi nazionalismi determinati a riaffermare logiche stataliste, interventiste, dirigiste. Il fallimento delle politiche immigratorie ha in effetti alimentato, in varie parti del Vecchio Continente, formazioni politiche nostalgiche di uno Stato autoritario e determinate a riportare in vita le carcasse degli Stati nazionali.

Non è questa, però, l’alternativa al centralismo europeista che un liberale può auspicare. Essere tassati e tiranneggiati da Roma invece che da Bruxelles può essere una consolazione solo per quanti non hanno compreso che l’Europa deve riscoprire i benefici dell’autogoverno delle città e delle regioni, riconoscere il diritto all’autodeterminazione, capire il nesso cruciale tra liberi mercati e crescita, oltre che tra liberi mercati e tutela dei diritti individuali. In questo quadro generale dominato da populismi confusi (da Podemos ai Cinquestelle, al Front National, l’Italia si trova in una situazione paradossale, dal momento che – in un certo senso – la Lega di Matteo Salvini sembra voler giocare due ruoli nella medesima commedia: da un lato, con Luca Zaia e Roberto Maroni, quello che fu il movimento secessionista del Nord sembra chiedere forme di blanda autonomia, nella prospettiva di una limitata rinascita delle autonomie locali; dall’altro lato, però, essa appare orientata a incarnare, entro lo scenario politico italiano, l’asse principale di quell’alleanza nazionalista che essa dovrebbe far nascere grazie a un accordo tra gli ex-missini di Fratelli d’Italia e con la benedizione di Marine Le Pen. Questa operazione, però, non è semplice da realizzarsi. L’elettorato tradizionalmente leghista, specie in Veneto, difficilmente accetterà una riscrittura pienamente italiana e nazionalista di quella che fu la Liga. Per questo motivo Salvini, con ogni probabilità, continuerà a cercare di giocare con più tavoli e a usare, al tempo stesso, più linguaggi. Non smetterà di parlare di Nord quando è a Milano, per parlare continuamente di italiani e Italia quando è a Roma o più giù. Per sua sfortuna, però, oggi tutto è molto più trasparente e questa divisione dei messaggi a secondo degli interlocutori non funziona molto bene.

D’altra parte, tra l’Europa degli Stati nazionali promossa dai “sovranisti” e quella incarnata dalla lotta indipendentista della Catalogna (in lotta con Madrid) vi è un’incompatibilità di fondo. Non si può stare con chi chiede il diritto di votare e con chi lo nega, con chi vuole libertà e con chi vuole più Stato. Prima o poi i nodi verranno al pettine.

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di on 9 aprile 2017. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

14 commenti a Né tecnocrati né sovranisti. Per un’Europa liberale

  1. adriano Rispondi

    3 aprile 2017 at 15:13

    Ma.A me pare il solito schematismo che non vede i problemi reali.Ed i problemi reali sono quelli che,con semplice efficacia,da tempo ripete il povero Borghi Aquilini con scarso successo.Si può parlare di grandi costruzioni o progetti ma se si è economicamente ed etnicamente morti non vedo a cosa serva.E noi con la moneta unica e con l’immigrazione incontrollata siamo in via di estinzione,senza rimedio.Il resto viene dopo e senza il prima conta niente.

    • Luca Beltrame Rispondi

      3 aprile 2017 at 18:12

      > ripete il povero Borghi Aquilini con scarso successo

      Borghi Aquilini è un fautore di quell’idea insensata che è la “svalutazione competitiva”, di fatto uno stampar moneta per mettere il problema sotto il tappeto.

      Euro o non euro, il problema è sempre lo stesso:la bestia statale mangia troppo. Io ricordo i tempi con l’inflazione al 6% o superiore, non vorrei ritornarci nel nome di un insensato “sovranismo”.

      • adriano Rispondi

        4 aprile 2017 at 12:00

        Borghi dice tante cose ma una sola interessa per partire.Un paese normale ha la moneta che rispecchia la sua realtà di sistema e oggi per noi non è così.Se si concorda su questo si può discutere il resto altrimenti è inutile.

      • Padano Rispondi

        4 aprile 2017 at 13:03

        Finalmente qualcuno che vede l’euro per quello che è: una moneta.
        Nè più, nè meno.

  2. ultima spiaggia Rispondi

    3 aprile 2017 at 16:49

    “… parola d’ordine: più libertà…”

    Recita un vecchio adagio: Se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato un carretto.
    Questo è un Paese di ladri. La storia bisogna conoscerla

    LEGGE 9 agosto 1948, n. 1102 
    Determinazioni dell’indennità spettante ai membri del Parlamento.
    (Gazzetta Ufficiale n.194 del 21-8-1948) 

    Art. 1.
    Ai membri del Parlamento e’ corrisposta una indennità mensile di L. 65.000, nonché un rimborso spese per i giorni delle sedute parlamentari alle quali essi partecipano. La misura di tale diaria sarà stabilita, dagli Uffici di presidenza delle rispettive Camere, tenendo conto della residenza o meno nella Capitale di ciascun membro del Parlamento.
    Le somme necessarie saranno iscritte nei capitoli del bilancio del Tesoro relativi alle dotazioni dei due rami del Parlamento.
    Art. 2.
    Con l’indennità parlamentare non possono cumularsi assegni o indennità, medaglie o gettoni di presenza comunque derivanti da incarichi di carattere amministrativo conferiti dallo Stato, da enti pubblici, da banche di interesse nazionale, da istituti di credito di diritto pubblico, da enti privati concessionari di pubblici servizi, da enti privati con azionariato statale e da enti privati aventi rapporti di affari con lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni.
    Restano, comunque, esclusi dal divieto di cumulo le indennità e gli assegni derivanti da incarichi accademici, da rapporti di impiego, le indennita’ per partecipazione a Commissioni giudicatrici di concorsi, a missioni, a Commissioni di studio e a Commissioni di inchiesta.
    Art. 3.
    L’indennità mensile e la diaria di cui all’art. 1 sono esenti da ogni tributo e non possono comunque essere computate agli effetti dell’accertamento del reddito imponibile e della determinazione dell’aliquota per qualsiasi tributo dovuto sia allo Stato che ad altri enti.
    Non possono formare oggetto di rinuncia o cessione, ne’ essere sequestrate o pignorate.
    Art. 4.
    Il Ministro per il tesoro e’ autorizzato ad apportare con propri decreti le variazioni di bilancio occorrenti per l’attuazione della presente legge.
    Art. 5.
    La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, ed ha effetto dall’inizio della presente legislatura.

    La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

    Data a Roma, addi’ 9 agosto 1948

    EINAUDI – DE GASPERI – VANONI – PELLA

    ===================================

    LEGGE 31 ottobre 1965, n. 1261 (abrogazione della precedente legge 9 agosto 1948, n. 1102)
    Determinazione dell’indennità spettante ai membri del Parlamento
    (Gazzetta Ufficiale 20 novembre 1965, n. 290)

    Art. 1
    L’indennità spettante ai membri del Parlamento a norma dell’art. 69 della Costituzione per garantire il libero svolgimento del mandato è regolata dalla presente legge ed è costituita da quote mensili comprensive anche del rimborso di spese di segreteria e di rappresentanza. Gli Uffici di Presidenza delle due Camere determinano l’ammontare di dette quote in misura tale che non superino il dodicesimo del trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate.
    Art. 2
    Ai membri del Parlamento è corrisposta inoltre una diaria a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma. Gli Uffici di Presidenza delle due Camere ne determinano l’ammontare sulla base di 15 giorni di presenza per ogni mese ed in misura non superiore all’indennità di missione giornaliera prevista per i magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di cassazione ed equiparate; possono altresì stabilire le modalità per le ritenute da effettuarsi per ogni assenza dalle sedute dell’Assemblea e delle Commissioni.
    Art. 3
    Con l’indennità parlamentare non possono cumularsi assegni o indennità medaglie o gettoni di presenza comunque derivanti da incarichi di carattere amministrativo, conferiti dallo Stato, da Enti pubblici, da banche di diritto pubblico, da enti privati concessionari di pubblici servizi, da enti privati con azionariato statale e da enti privati aventi rapporti di affari con lo Stato, le Regioni, le Province ed i Comuni. L’indennità di cui all’art. 1, fino alla concorrenza dei quattro decimi del suo ammontare, detratti i contributi per la Cassa di previdenza dei parlamentari della Repubblica, non è cumulabile con stipendi, assegni o indennità derivanti da rapporti di pubblico impiego, secondo quanto disposto dal successivo art. 4. Le disposizioni di cui al comma precedente si applicano anche alle indennità e agli assegni derivanti da incarichi accademici, quando i rispettivi titolari siano stati posti in aspettativa. Restano in ogni caso escluse dal divieto di cumulo le indennità per partecipazione a Commissioni giudicatrici di concorso, a missioni a Commissioni di studio e a Commissioni d’inchiesta.
    Art. 4 (1)
    I commi primo e secondo dell’art. 88 del testo unico delle leggi per l’elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, sono sostituiti dai seguenti: I dipendenti dello Stato e di altre pubbliche Amministrazioni nonché i dipendenti degli Enti ed Istituti di diritto pubblico sottoposti alla vigilanza dello Stato, che siano eletti deputati o senatori, sono collocati d’ufficio in aspettativa per tutta la durata del mandato parlamentare.
    Qualora il loro trattamento netto di attività, escluse le quote di aggiunta di famiglia, risulti superiore ai quattro decimi dell’ammontare dell’indennità parlamentare, detratti i contributi per la Cassa di previdenza per i parlamentari della Repubblica e detratte altresì l’imposta unica sostitutiva di quelle di ricchezza mobile, complementare e relative addizionali e l’imposta sostitutiva dell’imposta di famiglia, è loro corrisposta, a carico dell’Amministrazione presso cui erano in servizio al momento del collocamento in aspettativa, la parte eccedente.
    Sono comunque sempre corrisposte dall’Amministrazione le quote di aggiunta di famiglia.
    Il dipendente collocato in aspettativa per mandato parlamentare non può, per tutta la durata del mandato stesso, conseguire promozioni se non per anzianità.
    Allo stesso sono regolarmente attribuiti, alla scadenza normale, gli aumenti periodici di stipendio.
    Nei confronti del parlamentare dipendente o pensionato che non ha potuto conseguire promozioni di merito a causa del divieto di cui al comma precedente, è adottato, all’atto della cessazione, per qualsiasi motivo, dal mandato parlamentare, provvedimento di ricostruzione di carriera con inquadramento anche in soprannumero.
    Il periodo trascorso in aspettativa per mandato parlamentare è considerato a tutti gli effetti periodo di attività di servizio ed e computato per intero ai fini della progressione in carriera, dell’attribuzione degli aumenti periodici di stipendio e del trattamento di quiescenza e di previdenza.
    Durante tale periodo il dipendente conserva inoltre, per sé e per i propri familiari a carico, il diritto all’assistenza sanitaria e alle altre forme di assicurazione previdenziale di cui avrebbe fruito se avesse effettivamente prestato servizio.
    Art. 5
    L’indennità mensile prevista dall’art. 1 della presente legge, limitatamente ai quattro decimi del suo ammontare e detratti i contributi per la Cassa di previdenza dei parlamentari della Repubblica, è soggetta ad una imposta unica, sostitutiva di quelle di ricchezza mobile, complementare e relative addizionali, con aliquota globale pari al 16 per cento alla cui riscossione si provvede mediante ritenuta diretta.
    L’indennità mensile è altresì assoggettata, nei limiti e con le detrazioni di cui al comma precedente, ad una imposta sostitutiva dell’imposta di famiglia per la quota di reddito imponibile corrispondente al suo ammontare netto, alla cui riscossione si provvede mediante ritenuta diretta, con aliquota forfettaria pari all’8 per cento; l’importo corrispondente è devoluto ai Comuni presso i quali ciascun membro del Parlamento ha la residenza. L’indennità mensile e la diaria per il rimborso delle spese di soggiorno prevista dall’art. 2 sono esenti da ogni tributo e non possono comunque essere computate agli effetti dell’accertamento del reddito imponibile e della determinazione dell’aliquota per qualsiasi imposta o tributo dovuti sia allo Stato che ad altri Enti, o a qualsiasi altro effetto. L’indennità mensile e la diaria non possono essere sequestrate o pignorate.
    Art. 6
    Il trattamento tributario previsto dall’art. 5 della presente legge si applica, per quanto compatibile, alle indennità ed agli assegni spettanti ai consiglieri delle Regioni a statuto speciale.
    Art. 7
    La legge 9 agosto 1948, n. 1102, è abrogata.
    Art. 8
    Le somme necessarie all’esecuzione della presente legge a decorrere dal 1luglio 1965 sono iscritte nei capitoli dello stato di previsione della spesa del Ministero del tesoro relativi alla dotazione dei due rami del Parlamento per l’anno 1965.
    All’eventuale onere derivante dall’applicazione della presente legge per l’anno 1965 si farà fronte con riduzione del capitolo 3522 dello stato di previsione della spesa del Ministero del tesoro per l’anno medesimo, concernente il fondo di riserva per le spese impreviste. Il Ministro per il tesoro è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
    Art. 9
    La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

    Rapina compiuta… a norma di legge.

    • Marco Beltrame Rispondi

      3 aprile 2017 at 18:33

      Si ricordi che le prebende di Stato che danneggiano di più il debito pubblico non sono i politici che Lei tanto odia, ma cose come (dispiace dirlo, ma è così) le pensioni minime date a gente che non ha versato manco una lira, nel nome dell’equità.

      I problemi dello Stato italiano non si riducono a privilegi dell’elite, per quanto esecrabili. I tentacoli sono ovunque, solo che adesso fa comodo guardare solo la “pagliuzza” nell’occhio del politico, dimenticando la “trave” fatta di leggi e leggine per impedire la conocorrenza o fare favori “al popolo” (e non ai politici), come per esempio la norma che limita gli sconti dei libri venduti online.

      • ultima spiaggia Rispondi

        3 aprile 2017 at 19:55

        Qui non si tratta di “odio” né di “amore”, ma di “conflitto di interessi”, di “diritti acquisiti”, di “appropriazione indebita”, che i padri costituenti avevano cercato di scongiurare con la legge del 9 agosto 1948, n. 1102.
        L’abrogazione di detta legge è stata la madre di tutte le disgrazie economiche e politiche del Belpaese.
        Se non si capisce questo, è inutile che stiamo qui a discutere.

  3. geometra 67 Rispondi

    3 aprile 2017 at 18:21

    L’on. Andreotti,a cui certo l’esperienza politica non mancava,diceva che amava tanto la Germania che preferiva fossero due!L’euro ci sta lentamente uccidendo quindi bisogna uscirne ,magari con una doppia moneta,nel modo meno traumatico possibile.Però con questa spesa pubblica,specie al sud,non si andrebbe comunque da nessuna parte!Forse una confederazione di maxiregioni ,tipo Stati Uniti,dove stati come la California emettono i loro BOT per pagare il loro stato sociale e stati come il Texas dove non si paga l’irpef ma solo le tasse federali,e in caso di fallimento statale nessuno interviene ed il giorno successivo tutti i dipendenti statali,salvo polizia e sanità,sono senza lavoro!Ma in Italia chi potrebbe farlo? Mussolini,Stalin ?Forse nemmeno loro!

  4. ultima spiaggia Rispondi

    3 aprile 2017 at 18:22

    Storie di nomale follia… italica.

    – I rom gli occupano la masseria. E Luigi viene abbandonato dallo Stato
    “Quella è casa mia, io ci pago le tasse, ma da mesi i rom l’hanno occupata”. La masseria di 13 ettari del signor Luigi Marzo, 74enne di San Pietro in Lama, è stata occupata da tre famiglie di nomadi
    “Ho sporto denuncia in questura. Ho scritto all’amministrazione comunale di Lecce, alla polizia municipale, alla prefettura, ma nessuno ha risposto”, ha raccontato alla Iena Veronica Ruggeri. Che ha provato a parlare con gli occupanti ma, oltre a rischiare di essere linciata, ha ricevuto delle risposte incredibili. “Se il Comune ci trova un’altra sistemazione, ce ne andiamo”. Oppure: “Se Luigi ci dà dei soldi, gli ridiamo la casa”.–http://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-rom-occupano-masseria-e-luigi-abbandonato-dallo-stato-1382152.html

    In queste poche righe si possono ravvisare diversi delitti: furto con scasso, appropriazione indebita, intimidazione, minacce, ricatto. Tutto con il beneplacito dello Stato.

    Vogliamo parlare ancora di “libertà”?

  5. lombardi-cerri Rispondi

    4 aprile 2017 at 07:14

    Non ho ancora capito che cosa significhi “far politica”.
    -significa scegliere fra alternative VALIDE economicamente
    o
    -trovare la via per “fregare ” i cittadini?

  6. Luca Rispondi

    4 aprile 2017 at 09:06

    Il parassitismo da denaro pubblico si accresce ogni giorno fino ad essere strutturale e portante in questo paese illiberale e malgovernato.Distribuiamo smodate quantità di tasse di lavoratori veri da Lombardia ,Veneto ed Emilia a regioni che lo donano ad aree che mai potranno rigenerarsi a lavoro vero ed a produzione di ricchezza.L’Europa ha un’unica grande potenzialità quella di accogliere i nostri ragazzi che devono e spero vogliano andar vie da aree impossibili ad intelligenze e capacità .Il resto ,ha ben ragione Lottieri,e’ fuffa.

  7. aquilone Rispondi

    4 aprile 2017 at 09:25

    A proposito di Europa, mi è capitato di leggere l’articolo che riporto più giù, la cui notizia non ho letto altrove.Mi piacerebbe avere conferma da “L’INTRAPRENDENTE” se si tratta di notizia vera o falsa:

    “Il Parlamento europeo ha introdotto una nuova norma procedurale, che consente a un presidente di seduta di interrompere la trasmissione in diretta dell’intervento di un parlamentare “in caso di linguaggio o comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo da parte di un deputato”. Inoltre, il presidente dell’Europarlamento può anche “decidere di eliminare dalla registrazione audiovisiva delle discussioni le parti di un intervento di un deputato che contengono un linguaggio diffamatorio, razzista o xenofobo”.

    Nessuno, però, si è preoccupato di definire ciò che costituisce un “linguaggio o comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo”. Questa omissione implica che il presidente di seduta è libero di decidere, senza linee guida o criteri oggettivi, se gli interventi degli eurodeputati siano “diffamatori, razzisti o xenofobi”. La sanzione per i trasgressori potrebbe arrivare a circa 9.000 euro.

    “Si è registrato un aumento dei casi di politici che dicono cose che oltrepassano ogni limite di una normale discussione o dibattito parlamentare”, ha dichiarato l’europarlamentare britannico Richard Corbett che difende il regolamento. Corbert, tuttavia, non specifica che cosa “oltrepassa ogni limite”.

    Nel giugno 2016, Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, ha pronunciato un discorso al Parlamento europeo, attingendo alle vecchie calunnie del sangue antisemite, come accusare ingiustamente i rabbini israeliani di chiedere al governo israeliano di avvelenare l’acqua utilizzata dagli arabi palestinesi. Questo discorso chiaramente incendiario e antisemita non solo è stato consentito dagli eurodeputati sensibili e “anti-razzisti”, ma è anche stato salutato da una standing ovation. Evidentemente, le feroci e antisemite calunnie del sangue pronunciate dagli arabi non sono “cose che oltrepassano ogni limite di una normale discussione o dibattito parlamentare”.
    L’Europarlamento a quanto pare non ha nemmeno pubblicizzato il nuovo regolamento. Ne ha parlato solo il quotidiano spagnolo La Vanguardia. Sembrerebbe che gli elettori non siano tenuti a sapere che gli si potrebbe precludere la possibilità di ascoltare le dirette degli interventi dei parlamentari da loro eletti per rappresentarli nell’UE, se qualche presidente di seduta decide arbitrariamente che il contenuto di un intervento è “razzista, diffamatorio o xenofobo”.

    Il Parlamento europeo è l’unica istituzione dell’UE ad essere eletta direttamente dal popolo. Secondo Helmut Scholz, del partito tedesco di sinistra Die Linke, i legislatori dell’Unione Europea devono essere in grado di esprimere le loro opinioni su come l’Europa dovrebbe lavorare: “Non si può limitare o negare questo diritto”. Beh, si può esprimerle (ma fino a quando?), peccato che nessuno fuori dal Parlamento le sentirà.

    Il regolamento colpisce il cuore stesso della libertà di parola, vale a dire i politici eletti, ai quali la Corte europea dei diritti dell’uomo riconosce una speciale protezione. I membri dell’Europarlamento sono stati eletti per far sentire la voce dei loro elettori in seno alle istituzioni dell’Unione Europea. Limitare la loro libertà di parola è antidemocratico, preoccupante e sinistramente orwelliano.

    Il regolamento può avere solo un effetto raggelante sulla libertà di parola nel Parlamento europeo e forse si rivelerà un valido strumento nel tentativo di chiudere la bocca a quei deputati che non rispettano la narrazione politicamente corretta dell’Unione Europea.

    Ultimamente l’Europarlamento sembra aver dichiarato guerra alla libertà di espressione. All’inizio di marzo, esso ha revocato l’immunità parlamentare alla candidata alle elezioni presidenziali francesi Marine Le Pen. Il suo crimine? Aver twittato nel 2015 tre immagini di esecuzioni dell’Isis. In Francia, “la pubblicazione di immagini violente” costituisce un reato, che può comportare una pena di tre anni di carcere e una multa di 75.000 euro. Revocando l’immunità di Marine Le Pen, mentre quest’ultima corre per l’Eliseo, il Parlamento europeo invia il chiaro segnale che divulgare la lampante e orribile verità dei crimini commessi dall’Isis, anziché considerarlo un avvertimento su ciò che potrebbe presto accadere all’Europa, dovrebbe invece essere punito.

    Questo è un bizzarro segnale da inviare, soprattutto alle vittime cristiane e yazide dell’Isis, che continuano a essere ampiamente ignorate dall’Unione Europea. Gli eurodeputati, evidentemente sono troppo sensibili per affrontare i crudi omicidi di persone indifese in Medio Oriente e sono più interessati a garantire la persecuzione di messaggeri, come Marine Le Pen.

    Così, la correttezza politica, che è a tutti gli effetti la “polizia religiosa” del discorso politico, non ha solo conquistato i media e il mondo accademico, ma ora anche gli eurodeputati dovrebbero sostenere il politicamente corretto oppure saranno letteralmente stroncati. Nessuno ha impedito al Parlamento europeo di approvare questo regolamento antidemocratico che disciplina la libertà di parola. Perché nessuno dei 751 eurodeputati ha lanciato a tempo debito un grido d’allarme? E cosa ancora più importante, quando avrà fine questo impulso chiaramente totalitario e chi lo fermerà?”

    Judith Bergman è avvocato, scrittrice, editorialista e analista politica.

  8. step Rispondi

    4 aprile 2017 at 14:32

    Stimo molto Lottieri, e ho praticamente le sue idee, solitamente condivido con Lottieri sia lo sfondo culturale e sia le soluzioni concrete. Forse ho capito male io, ma mi sembra che l’articolo pecchi di due cose: 1 – si continua ad usare categorie generiche (tecnocrati, sovranisti, liberali); 2 – non si tiene conto dell’eccezionalità della situazione. Non dico che bisogna fidarsi di singoli attori politici, nella fattispecie Salvini o Meloni, ma la straordinarietà della situazione immigratoria deve spingere ad usare gli strumenti che abbiamo, e se in questo momento storico abbiamo a disposizione lo strumento dello Stato Italiano, quello dobbiamo usare.

    Non è il momento di parlare della dicotomia statalismo-libertarismo, ora bisogna pensare a come fermare gli esodi selvaggi, occorre parlare di blocchi navali e di re-migrazione, altro che liberalismo o nazionalismo… Dobbiamo fare con quello che abbiamo a disposizione, con buona pace della teoria, tanto la “diminuzione dello Stato” noi italiani non siamo mai stati capaci di farla, non vedo perché preoccuparci proprio ora di questo. La Catalogna pensi a se stessa che noi pensiamo a noi. Non esiste un approccio “sovranista” o un approccio “catalano” o altro, la realtà è sfaccettata e bisogna essere pragmatici, ogni situazione è peculiare ed è fuori luogo prefigurare soluzioni adottate in altri contesti, non ha senso invocare un modus operandi più liberale di quello lepenista: in cosa consisterebbe?

    Ora basta, dobbiamo agire e stop. Il liberalismo, ammesso che qualcuno sappia con precisione cosa sia, lasciamolo alle situazioni ordinarie, ora c’è il caos e non si può presidiare il caos, anche giuridicamente, prima serve ristabilire una situazione di normalità, altrimenti si va al collasso non solo etnico ma anche finanziario.

  9. casalvento Rispondi

    10 aprile 2017 at 10:01

    Non capisco perché chi considera l’immigrazione incontrollata il problema centrale, non si adoperi per stabilire contatti con quella parte di Europa che condivide tale preoccupazione. Mi riferisco ai paesi orientali, già uniti tra loro nella intesa di Visegrad. Perché non tentare di riprenderci l’Europa, una Europa diversa, più democratica e federale, prima di correre a occhi chiusi verso un isolamento nazionale che avrebbe vita difficile nell’attuale contesto geopolitico, con giganti in competizione.

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