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L'intraperdente (in amore)

di Gianluca Veneziani

Io le dissi “Ti amo”. E lei mi presentò il suo ragazzo…

triangolo

Mi ero messo in testa che, per conquistare una ragazza, bisognasse dedicarle dei sonetti. Alla base c’era la convinzione che, in tempo di volgarità erotica imperante, corteggiare una donna fosse la vera trasgressione, e la poesia il miglior antidoto alla pornografia. Ma all’origine c’era anche l’abitudine a scrivere messaggi e bigliettini di auguri in forma lirica, ogniqualvolta un parente o conoscente festeggiava una ricorrenza; compito forzosamente assegnatomi da mia madre sin dall’infanzia, considerate le mie discrete qualità da scribacchino.

E così iniziavo il corteggiamento a mo’ dei trobadori al tempo dell’amor cortese: componimenti in versi nella speranza di far breccia nel cuore dell’amata. Ma non avevo capito che le poesie dedicate a una donna si scrivono semmai per sublimare un amore non consumato e non nelle speranza di consumare un amore. E poi: non mi ero reso conto, nella mia ingenuità, che le parole sono superflue nell’amore, che i veri gesti d’amore si compiono in silenzio, sono semmai gemiti e fruscii, voci sussurrate e fremiti, sguardi d’intesa e parole non dette, ché l’amore è afono, parla coi corpi, è Carne prima che Verbo, e se è Anima, è muta. In modo molto più prosaico gli amici mi richiamavano alla realtà e mi avvertivano che tutti i grandi trobadori non erano mai stati grandi trombadori…

Nondimeno io mi cimentai con l’ennesimo sonetto per conquistare Anna, la mia musa di allora: mi riuscii una poesia tutta piena di svolazzi e enjambement, come ci avevano insegnato a scuola, di tropi e metafore, di versi in endecasillabo e rime baciate (non potendo baciarla, mi accontentavo delle rime). Al ricevere quel componimento rigorosamente in doppia quartina e doppia terzina, lei rispose al suo solito ermetica, tanto per restare in tema di poesia. No, non disse “M’illumino d’immenso” o “Ed è subito sera”, sarebbe stato troppo, ma replicò con un “Sei assurdo”, il che mi fece pensare che a suo giudizio appartenessi alla scuola poetica degli Assurdi, neo-avanguardia letteraria o forse fase crepuscolare del Teatro dell’Assurdo. Non paga, alla mia domanda esplicita se il sonetto fosse stato gradito, Anna si scatenò con una serie di litoti, forse per cavalcare l’onda lunga delle figure retoriche: “Non posso dire che non mi è piaciuto”, e poi il colpo di classe: “Non so come una donna non possa non innamorarsi di te, leggendo o non leggendo questa poesia, non credi?”. Mah!

Disperato, incapace di capire se il suo fosse un due di picche o un modo alternativo per dire che ci stava, mi presentai sotto casa sua per avere una risposta un po’ meno vaga. Mi aprì la porta Anna che subito mi introdusse un baldo e simpatico giovane, che mi disse essere il suo fidanzato. Mi crollò il mondo addosso. Per aggiungere danno alla beffa, mi aspettai di lì a poco una sberla dall’uomo che mi si era palesato davanti e invece il tipo, molto gentilmente, mi fece accomodare e mi disse che aveva molto gradito quella poesia.

Mi convinsi allora che si trattasse del tipico caso di “cornuto e contento”, come si dice al Sud, cioè di maschio che accetta o addirittura apprezza che un altro uomo corteggi o ami la sua donna. Mi sbagliavo. Davanti a lei, lui mi prese la mano e mi espresse il desiderio di ricevere anche lui una poesia così, scritta da me. Ritraendo la mano e dandomela a gambe levate capii: il tipo non voleva solo la terzina, voleva anche il triangolo

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di on 3 aprile 2017. Filed under L'intraperdente (in amore). You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Io le dissi “Ti amo”. E lei mi presentò il suo ragazzo…

  1. Padano Rispondi

    9 dicembre 2016 at 14:51

    Infatti erano trobadori, non trombadori.

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