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Non lo dicono, ma quello di Trump è un grande inizio

Wall Street vola, i posti di lavoro aumentano, tornano la "relazione speciale" con la Gran Bretagna contro l'Eurocrazia e gli "stivali sul terreno" in Medio Oriente contro l'Isis. Sono i primi mesi di Trump, e sono ottimi, per quanto i giornaloni lo occultino

Trump ClevelandMettiamo in fila un po’ di notizie, torniamo all’attività basilare del riferire e del contare, visto che la colleganza presunta “oggettiva” a proposito dell’amministrazione Trump ha reciso del tutto il cordone con la realtà, indispettita assai perché questa non ha seguito le indicazioni dei suoi editoriali.

L’economia anzitutto, certo, it’s economy stupid, diceva Bill Clinton, e la moglie non deve mai averlo ascoltato più di tanto, visto che ha fatto una campagna tutta moine liberal e demonizzazione dell’avversario, conclusa nell’unico modo possibile, col benservito degli elettori americani. L’economia, dicevamo. Dopo il mese degli undici record di fila (un evento immane, roba che successa sotto Obama avrebbe comportato un peana a reti unificate, e che invece è stata archiviata tra le “brevi” di Economia), Wall Street non solo tiene, ma i suoi indici chiave continuano a navigare attorno ai massimi. La fiducia degli investitori e degli operatori del mercato è aumentata sensibilmente dopo parecchio tempo, e gli analisti concordano (o sono costretti a concordare) sulla causa: l’agenda “reaganiana” di Trump su tasse ed economia, sburocratizzazione radicale e choc fiscale, aliquota unica al 15% per le imprese a fronte di picchi “europei” del 35%, inopinatamente introdotti da otto anni di obamismo nel Paese che sulla questione fiscale ha fondato la propria ribellione alla Corona, figuratevi se si fermavano davanti a Hillary. Non solo: 235mila posti di lavoro in più nel solo mese di febbraio, triplicato il numero di impieghi nel manifatturiero (una delle issue su cui Trump ha vinto le elezioni, sfondando negli Stati “blu” dell’industria pesante traditi dai loro rappresentanti dem), debito diminuito di 60 miliardi di dollari in un mese e mezzo. È troppo presto per certificare una tendenza sistemica, è più che abbastanza per gettare al macero analisi e previsioni “oggettive” dei nostrani americanologi inviati dal proprio salotto sull’apocalisse che sarebbe seguita a una (“oggettivamente” impossibile) vittoria del Barbaro. L’America va conosciuta, signori, la mannaia su tasse, burocrazia e lacci welfaristi impressi al libero corpo della più grande economia del mondo piace alla fattoria del Michigan come all’ultimo piano di Wall Street, si tratta sempre della possibilità di creare ricchezza, e ad oggi Trump ha ragione con quell’evidenza apodittica che sta solo nei portafogli degli americani.

A proposito di libertà economica, a qualcuno sta sfuggendo (scientemente?) un passaggio decisivo, che poi è un ritorno, benedetto per chiunque voglia vivere, scambiare, prosperare, in un mondo libero. Signori, sta tornando l’anglosfera. È già tornata, basta avere occhi per vedere e menti non intossicate dall’Europeisticamente Corretto. La prima leader straniera ad essere accolta alla Casa Bianca è stata lei, Theresa May, un’atipica conservatrice libertaria che sta fieramente traghettando il Regno Unito fuori dal Leviatano continentale controllato da Berlino (reazione che peraltro è una costante nella storia del popolo britannico, ed è anche l’unico vero motivo per cui oggi non parliamo tutti tedesco). La “relazione speciale” tra i due grandi Paesi anglosassoni (per quanto non piaccia al mainstream multiculti, l’America è così come la conosciamo perché fondata da coloni inglesi, protestanti, Wasp) è reiterata, ribadita, amplificata, sarà eccessivo parlare dei “nuovi Reagan-Thatcher”, al momento senz’altro lo è, ma di nuovo non possiamo distogliere gli occhi dalla notizia. L’ordine mondiale di questi ultimi anni bislacchi, definiti dal ritiro obamiano dallo scenario del mondo, imperniato sulla relazione tra Washington e un’Unione Europea caricaturizzata in un Moloch granitico a due teste, il governo della Germania e la burocrazia di Bruxelles, salta per aria, è già saltato. Lo si è percepito al di là di ogni ragionevole dubbio nei giorni scorsi, quando ad essere ricevuta alla Casa Bianca è stata Fräu Merkel, e il livello di empatia inversamente proporzionale a quello del gran ballo con Theresa. Iniziate a pagare il dovuto alla Nato, a saldare il debito esistenziale col contribuente americano che poi è il debito col combattente americano, e nessuno dovrebbe saperlo meglio di voi tedeschi, quindi smettete di provare a fregarci con regole sul commercio che spacciate per questioni di libertà, e potremo guardarci da pari, ha detto nell’evidenza del sottotesto Trump. La Gran Bretagna no, la Gran Bretagna paga la sua quota Nato, la Gran Bretagna è sempre al fianco dei nostri soldati lì, sul terreno, non nelle conferenze stampa, l’Unione Europea nella migliore delle ipotesi è una sovrastruttura inutile, a me interessa la relazione speciale con l’Isola e poi i rapporti bilaterali coi singoli Stati continentali. Questo, è il riassetto trumpiano di interlocutori, e quindi di valori, all’interno del mondo occidentale, il cui baricentro torna a stazionare nel rimpallo atlantico tra Washington e Londra, e per chiunque ami la libertà si tratta di good news.

Un’altra, liberatoria, good news, e un altro luogo comune incenerito. Due mesi di nuova amministrazione, e tornano gli stivali sul terreno in Medio Oriente. Il grande tabù dell’era Obama, la presenza militare americana là dove c’è la testa del serpente. Eccoli: Marines, in Siria, contro l’Isis. Parteciperanno all’offensiva contro Raqqa, la capitale del delirante Califfato nazi-islamico, affiancheranno gli eroici curdi con l’artiglieria pesante e tutto il repertorio dei Marines, per ora ne sono previsti mille, ma potranno crescere, è un’altra rottura dichiarata col recente passato, è una riaffermazione, America first vuol dire anche America prima nel mondo, e nelle crisi del mondo (altro che le tirate salottiere su un inesistente isolazionismo) e quindi America che non si vergogna più del primato della forza e della tecnica che le compete. Un primato che è un patrimonio di libertà, è il vero motivo dei settant’anni di pace in Occidente, la superiorità militare americana, mica le petizioni di principio delle cancellerie europee, e quindi capite quanto può essere buona un’altra notizia, l’incremento del 10% delle spese per la Difesa annunciato da Trump. È una cifra dirompente, 54 miliardi di dollari, più del budget militare di molti Paesi avanzati, un messaggio in chiaro a tutti i competitor dell’America: non rinunciamo al primato. En passant, una notizia pessima per Mosca, altro che amico di Putin, Trump con lo Zar ci parla gentilmente ma si porta sempre dietro un grosso bastone, come insegnava Teddy Roosevelt, ed è certo strategia migliore del nullismo obamiano.

Ultimo ma non ultimo, il monito alla Corea del Nord. Lo ha scandito Rex Tillerson, segretario di Stato: la “pazienza strategica” con le bizze paranucleari dell’ultimo regime stalinista sulla Terra sta finendo. “Stiamo esplorando una nuova gamma di misure, tutte le opzioni sono sul tavolo”. Tutte. Sì, l’America è tornata, e non ha paura di dirlo.

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di on 20 marzo 2017. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

12 commenti a Non lo dicono, ma quello di Trump è un grande inizio

  1. geometra67 Rispondi

    20 marzo 2017 at 11:43

    Caro Sallusti,ho letto il suo articolo e la mia giornata,come il mio umore è migliorata sensibilmente!Quanta pena mi fanno i grandi giornalisti-rosiconi che sulle televisioni e sui giornaloni non si danno pace del fatto che un’epoca è finita e speriamo anche in Italia!.

  2. adriano Rispondi

    20 marzo 2017 at 13:34

    “..e l’agenda..”Appunto .Aspettiamo.Che agisca.Sulle tasse.Sulle alleanze va bene la Gran Bretagna e spero sia vero quello che lei dice sul resto.A me basta l’affermazione,se vera,”l’immigrazione non è un diritto”.Va bene anche l’aumento delle spese militari,per cercare di rimanere efficaci sui pazzi di turno.Con la Corea andrei più cauto perché la pace alternativa a quella dei cimiteri è stata possibile,fra le grandi potenze,grazie alla mutua distruzione assicurata.La strada di un confronto che rischia di diventare nucleare non si può imboccare sulle sole provocazioni,a meno di scendere al livello dei folli.

  3. Menordo Rispondi

    20 marzo 2017 at 14:06

    Un bell’articolo perchè è una sintesi chiara del nuovo corso dell’Anglosfera. Sì, sono governi (e possiamo anche dire “gente”) che possono fidarsi l’uno dell’altro. Quello che ancora non si capisce è se Australia e Nuova Zelanda, anch’essi Anglosassoni e importantissime presenze nel Pacifico, hanno un ruolo (come sempre hanno avuto) nell’Anglosfera. Il Canada pare di no.

  4. Sergio Andreani Rispondi

    20 marzo 2017 at 15:35

    Signor Sallusti,

    sono ormai parecchi mesi che non leggo suoi articoli inerenti alla Russia che non bombarda a sufficienza l’ISIS in Siria.

    Gli Stati Uniti invece, sono stati eccellenti nel bombardamento di Deir Ezzour ( per sbaglio, si intende ) che hanno ucciso almeno 60 soldati siriani assediati.

    Eh ! Eh !

    • sergio Rispondi

      20 marzo 2017 at 16:52

      speriamo in un remake di ‘ Ombre Russe ‘
      di John Ford (con John Wayne )
      https://youtu.be/oJ6NG4s0GyY

      • sergio Rispondi

        20 marzo 2017 at 16:58

        ( e se ci pensate, è sempre stato il tipo di guerra che è piaciuta a loro )

  5. barbablu Rispondi

    20 marzo 2017 at 19:47

    Finalmente una persona importante che ha capito piu cose.
    La prima Dare importanza al manifatturiero, la gente per vivere deve consumare, ed è meglio che consumi prodotti dallo stato stesso.
    la seconda , meglio una nazione forte come gli USA che garantisce il libero vivere, senza imposizioni.
    la terza, non fidarsi dei popoli musulmani che usano i nostri diritti , le nostre regole civili interpretandole come debolezza.
    la quarta, meglio un Trump oggi, piuttosto che un ridicolo buonista casinista come Obama di ieri.

  6. Luca Rispondi

    20 marzo 2017 at 20:50

    Detrattori ,invidiosi,sinistri rosicano e altro non possono fare se non scaricare tutta la stampa che possono contro.Trump fa e farà la sua strada ed il mondo sembra già più sicuro da canaglie e Stati canaglia.Per l’economia quello che Sallusti scrive e’ già abbastanza.

  7. Natale Rispondi

    21 marzo 2017 at 10:54

    Mi perdoni, direttore, ma Trump non era l’uomo del disingaggio della NATO e l’uomo che voleva trattare in Medio Oriente, contro le politiche guerrafondaie di Obama e della guerrafondaia Clinton?
    Stiamo andando sempre di più a perdifiato verso un conflitto in Siria sempre più acre e sanguinoso e si profila all’orizzonte una minaccia nelle relazioni commerciali e negli equilibri geopolitici knel sud – est asiatico e per lei queste sarebbero liberatorie “good news”?

  8. Mauro Ramoni Rispondi

    21 marzo 2017 at 10:58

    Un inizio interessante !

  9. Andrea Rispondi

    21 marzo 2017 at 13:49

    Sinceramente non condivido tutto questo entusiasmo. L’America e’ grande indipendentemente da Trump che sta ancora costruendo la propria squadra e che per il momento, tranne il muro col Messico e il decreto blocca immigrati, non ha fatto granche’. Diamogli tempo. Comunque il mondo e’ cambiato. Ai tempi di Reagan c’era una situazione diversa, lo stesso Reagan era un personaggio di altra pasta rispetto a Donald. Trump e molti del suo team mi pare abbiano avuto legami pericolosi con la cricca che comanda in Russia, sempre che sia vero cio’ che si legge. Quindi per il momento osserviamo con molta prudenza quanto sta succedendo negli USA. E ci riserviamo di commentare piu’ avanti.

  10. Arch Stanton Rispondi

    29 marzo 2017 at 22:32

    Ma Giovanni Sallusti non potrebbe fare il direttore del TG5 ?
    Non parlo della rai perché è una causa persa con i suoi fake-telegiornali, ma perché il TG5 ha questa linea editoriale così filo-governativa in italia, eurofolle, fortemente anti-trumpiana, continuamente animalista e ecologista ?
    Non se ne può più del TG5, un tempo l’ammiraglia di una informazione libera e diversa. Anche il sito TGCOM24 è diventato un covo di anti-trumpiani che confezionano solo notizie negative, alcune false o esagerate come se fosse il TG1.

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