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Ma a un liberale non piace la morte di Stato

Questioni come quella del fine vita andrebbero affrontate con l'esercizio della più laica delle virtù, il dubbio. Invece in casi come quello di Dj Fabo chiunque devi dal bigino del "buon progressista" viene scomunicato. Ci proviamo lo stesso: lo Stato che tronca la vita a richiesta come una balia iperprotettiva dovrebbe fare un passo indietro...

EutanasiaSu certi argomenti in Italia è difficile parlare, discutere con pacatezza, confrontare opposte ragioni. Ma è ancor più difficile opporre qualche dubbio o obiezione al pensiero culturale dominante, che è quello di sinistra, ultimamente in versione liberal, senza essere automaticamente etichettati fra i reazionari o i “fascisti”. O fra quei tradizionalisti cattolici che, si dice, anche il Papa prova a mettere finalmente fuori dal perimetro ecclesiale che conta. Le tematiche bioetiche, quelle concernenti l’inizio e la fine della vita, e anche altre, ad esempio quella relative alla legalizzazione delle droghe leggere, sono fra questi argomenti tabù, la cui soluzione è preimpostata dal “pensiero unico” e che trovano sempre il Saviano di turno pronto a intervenire con la propria retorica tronitruante. È come se queste soluzioni appartenessero per natura di cose alla “cassetta degli attrezzi” del “buon progressista“, fatta di granitiche certezze, e, come tali, assolutamente da non mettere in questione, nemmeno per poi accettarle, in tutto o in parte. E invece proprio certe materie generano dubbi, non hanno facili soluzioni, andrebbero affrontate con umiltà e responsabilità umana, con l’esercizio della più laica della virtù, cioè il dubbio. Andrebbero deideologizzate.

Mettiamo il caso dell’eutanasia, clamorosamente ripropostosi all’attenzione in questi giorni con la tragica vicenda di dj Fabo. Se uno pone un minimo distinguo, ecco che subito, quasi come un retaggio della vecchia mentalità stalinista, si viene zittiti e isolati. In prima istanza, andrebbero distinte, ovviamente, l’eutanasia passiva da quella attiva. Poi, il che quasi mai si fa, la libertà dal diritto. Come da sempre insiste uno dei più conseguenti studiosi italiani, Dino Cofrancesco, il liberalismo è una teoria delle libertà, non dei diritti. E la logica dei diritti, propria di una sinistra orfana del marxismo e di libertari e radicali vari, ha un fondo di sottile giacobinismo e totalitarismo che, nei casi più eclatanti, può venire alla luce e dispiegarsi. La libertà, che è sempre individuale, di andare, ad esempio, a farsi un bel viaggio a Bora Bora non si converte, non può convertirsi, nel diritto di ognuno a farsi questo viaggio. E, qualora non abbia i soldi sufficienti, a farselo pagare dallo Stato, cioè dai contribuenti.

Il sucidio assistito? Depenalizziamo pure, con le dovute garanzie (ad esempio accertandosi che la scelta del singolo di suicidarsi sia effettivamente spontanea e non “forzata”), ma non pretendiamo che il medico debba eseguire quello che resta a tutti gli effetti un omicidio perché così richiede lo Stato. Lo Stato deve ritrarsi quanto più possibile, e il più possibile delegificare, in queste materie: l’etica è il campo in cui si incontrano e interagiscono le libere coscienze individuali, che dovrebbero affrontare con piena libertà e responsabilità i casi particolari. Che sono ognuno diverso dall’altro, e che già solo per questo non possono essere ricondotte a una norma unica. La libertà e la responsabilità sono fardelli pesanti, soprattutto in casi come questi ove c’è una vasta “zona grigia” come intercapedine fra il bene e il male. Ma la vita e la libertà sono questo, e se così non fosse saremmo degli automi, i quali, casomai per un minimo di benessere deresponsabilizzante, venderebbero la coscienza allo Stato o alle Chiese (la Chiesa è, in questo senso, in dialettica, e anche proficua, tensione, da sempre, con lo spirito cristiano o liberale). Depoliticizzare e delegificare quanto più possibile sarebbe l’atteggiamento corretto. Ma c’è chi non lo capisce, soggiogato dal “pensiero facile” dei nostri tempi e dagli idòla fori. O chi, in malafede, costruisce la propria carriera politica o intellettuale sulle disgrazie umane. È costui che, con arrogante sicumera, chiede allo Stato, visto come una sorta di balia iperprotettiva, di farsi addirittura dispensatore di morte per conto terzi.

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di on 1 marzo 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

9 commenti a Ma a un liberale non piace la morte di Stato

  1. Luca Rispondi

    1 marzo 2017 at 10:00

    Questo Stato da un lato ci costringe a pagare la Sanità pubblica per curarci e dall’altro, quando un uomo le cui condizioni lo costringono a una vita non più sopportabile, volta lo sguardo quando dovrebbe occuparsi di dargli una morte dignitosa.
    Allora se lo Stato non vuole riconoscere l’eutanasia passiva mi restituisca quanto ho pagato in tasse e contributi per la Sanità e mi lasci libero di scegliere dove mettere termine a una vita di sofferenza inutile senza costringermi pure a pagare per morire con dignità

  2. ultima spiaggia Rispondi

    1 marzo 2017 at 10:02

    Mi soffermo brevemente su un punto… anzi due:

    «… Mettiamo il caso dell’eutanasia, clamorosamente ripropostosi all’attenzione in questi giorni con la tragica vicenda di dj Fabo…»; e «… non pretendiamo che il medico debba eseguire quello che resta a tutti gli effetti un omicidio perché così richiede lo Stato. Lo Stato deve ritrarsi quanto più possibile, e il più possibile delegificare, in queste materie: l’etica è il campo in cui si incontrano e interagiscono le libere coscienze individuali, che dovrebbero affrontare con piena libertà e responsabilità i casi particolari…»

    Primo punto. Fin quando non sarà affrontato e risolto il problema dell’eutanasia, ogni caso finirà inevitabilmente sui rotocalchi e in tivvù.
    Secondo punto. Lo Stato non è così discreto come vorrebbe far credere. Decide già per la vita dei suoi sudditi: li tartassa, li umilia, non permette loro di nutrirsi e curarsi adeguatamente. Nessuno ne parla e nessuno si scandalizza, ma sono calate le aspettative di vita degli italiani e negli ultimi tre anni si sono suicidate quasi 500 persone. Non mi risulta che tra questi disperati ci siano uomini di Stato o di Chiesa.

  3. Luca Rispondi

    1 marzo 2017 at 10:33

    È’ così ahime’,e’ così .Demandiamo da incapaci decisori anche delle nostre piccole quotidianità ad uno stato fatto dai capaci e burocrati magari allo statale vuono o conoscente di turno,in ogni famiglia ormai ne possiamo trovare più d’uno.Anche le ragione della nostra fine e le scelte conseguenti passano per strani pensieri che la vita ce l’ha donata qualcuno,e non là si tocca anche se l’allontanamento da sofferenze diventa l’unica via .Si un giacobinismo da scuola o siamo ogni giorno più scemi.

  4. orsonero Rispondi

    1 marzo 2017 at 13:42

    concordo con l’articolo.
    Patetica e’ la figura del radicale Cappato,
    che con il pretesto di stimolare un’azione
    del governo,si fa un sacco di
    pubblicita’ sulla pelle del povero Fabo.
    I nostri pilitici non si mettono daccordo
    su uno straccio di legge elettorale,
    figuriamo se sono in grado di
    legiferare su questa delicatissima materia.

  5. Spago Rispondi

    1 marzo 2017 at 18:03

    Infatti lo Stato non deve garantire il diritto, ma permettere la libertà, cioè non intervenire e non punire. Ma non mi pare che sia questo il caso oggi.. in teoria posso essere denunciatoe pereseguito se aiuto qualcuno a morire (poi spesso accade e bon). Perciò la battaglia radicale ha senso. Particolarmente odiosi poi i commenti di chi accusa Cappato di aver strumentalizzato Fabo, che era persona in grado di intendere e di volere, cieco e paralizzato, ma non rincoglionito, e che dunque ha volontariamente collaborato con Cappato, come tanti altri, Luca Coscioni in primis. Ciascuno ha diritto di sostenere le sue idee e convinzioni anche in pubblico, e di cercare di convincere gli altri dela loro bontà. Non c’è nulla di sbagliato e non c’è un motivo valido al mondo per dire che ci sia qualcosa di male nel sostenere pubblicamente le proprie convinzioni sull’eutanasia e il testamento biologico, pro o contro. Tutti quelli che in queste ore sono lì a biascicare che deve restare tutto nascosto e non se ne può parlare, sono i più penosi.

    • step Rispondi

      3 marzo 2017 at 20:09

      Fai come vuoi ma non richiedere “collaborazioni”. Vai su un monte e buttati. Non si ha paura della morte e poi si ha paura di pochi istanti in più di dolore? Tra l’altro queste sfortunate persone conoscono già bene il dolore: perché farsi dare della droga da altri proprio negli ultimi istanti di vita? Naturalmente tutto questo se si è in grado di uccidersi da soli, se non si è in grado la cosa cambia, ma in questo caso nasce una costrizione a uccidere un altro: e se nessuno volesse farlo? Il dilemma resta.

      La vita è tua, e per me puoi ucciderti anche perché sei infastidito dai foruncoli, ma non esiste un obbligo (gravante su altri) di ucciderti, e soprattutto non esiste un diritto a una morte “dolce”. La verità è che l’uomo contemporaneo è un rammollito, ha terrore del dolore e cerca il benessere fino all’ultimo, io compreso ovviamente.

  6. Milton Rispondi

    1 marzo 2017 at 19:05

    Ottimo articolo del sempre ottimo Prof. Ocone.
    Mi complimento con lui per la sua capacità di esprimere con tanta semplicità e tatto pensieri così importanti e profondi.

    Grazie.

  7. adriano Rispondi

    2 marzo 2017 at 13:24

    Prima di complicare occorre stabilire se posso decidere sulla mia vita o se devono farlo le gerarchie.Poi si può procedere con la filosofia.

  8. lombardi-cerri Rispondi

    8 marzo 2017 at 06:59

    Con lo Stato che ci ritroviamo tra i piedi e la capacità di propaganda tanto semplici quanto insistenti, non mi meraviglierei che ci si avviasse sulla strada di sopprimere i vecchi sofferenti di Alzeimer o di demenza senile convincendoli che “è per il loro bene”.
    Il problema INPS sarebbe così “brillantemente” risolto.
    Non dimentichiamo che la “dolce morte” è stata collaudata e estensivamente applicata dal buon zio Adolfo e dai suoi seguaci.

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