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Il Watergate di Barack

La vera notizia inaudita in America sono gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione, e tentare addirittura di costruire le basi per un impeachment. Con un metodo che a parti invertite verrebbe definito maccartista...

Trump ObamaUna premessa di contesto è d’obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l’ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell’ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L’ultimo caso, che ha coinvolto l’Attorney Generale appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l’amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l’ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti…

Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l’allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l’indagine sui legami Trump-Russia nel caso l’Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le “comunicazioni personali intercettate” con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell’amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.

Ed è sempre il NYT, il giorno prima dell’insediamento di Trump, a riportare che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando “comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell’ambito di un’ampia indagine sui possibili legami” tra il team Trump e la Russia, pur “non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti”. E attenzione, aggiungendo “un funzionario riferisce che i report dell’intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca”. Boom! E’ il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno riportato bufale al solo scopo di infangare l’amministrazione Trump, oppure l’amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi uomini, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.

Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l’uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all’ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l’amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.

Un’accusa “semplicemente falsa”, ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: “Una regola ferrea dell’amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano”. Una smentita del coinvolgimento diretto dell’ex presidente e del suo staff, ma non che l’amministrazione Obama, nell’ambito di un’indagine del Dipartimento di giustizia, abbia intercettato Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale, come d’altra parte ampiamente riportato sui principali organi di stampa.

A questo punto, come è stato fatto per l’emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l’FBI thenewyorktimesdovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l’esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un’amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell’azzardato sospetto dell’esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l’aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l’hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l’altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: “No evidence”), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l’ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.

Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all’orecchio dell’allora presidente russo Medvedev “tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I’ll have more flexibility”. E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l’ambasciatore russo Kislyak prima dell’insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.

Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell’esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi quotidiani che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. L’amministrazione Obama avrebbe chiesto a giugno scorso una prima autorizzazione, negata, a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi uomini ad una corte speciale in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978. A ottobre il governo avrebbe presentato una nuova richiesta, sempre alla corte del FISA, stavolta accolta, basata sul sospetto che un server situato nella Trump Tower avesse collegamenti sospetti con una banca russa, secondo quanto riportato all’epoca anche da NYT e Guardian. E anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso, le intercettazioni sarebbero proseguite per ragioni di sicurezza nazionale. Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un’intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l’oggetto dell’intercettazione sia un agente di una potenza straniera (un altro Paese o anche un’organizzazione terroristica). Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando “più remota”. In linea teorica, sarebbe più facile “fabbricare” la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.

Non essendoci prove per un’indagine penale contro Trump per la violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l’FBI potrebbero aver deciso di continuare a indagare, e chiedere di intercettare, per motivi di sicurezza nazionale. Una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump sarebbe stata respinta, mentre una seconda, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump, sarebbe stata accolta a ottobre. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e del suo team, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. Ma l’esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un’indagine.

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di on 9 marzo 2017. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Il Watergate di Barack

  1. Luca Rispondi

    7 marzo 2017 at 20:45

    Eh sì il naso di Obama e di sinistri a supporto si allunga ogni giorno e comunque non basterà ,Trum da imprenditore di livello e’ anituato alla guerra ,sarà difficile ma nel tempo la gente capirà .

    • Franco C Rispondi

      8 marzo 2017 at 09:40

      Molta gente non capirà mai. Chi vuole capire, già oggi dispone in rete di informazioni sufficienti per capire, ma accecato da una ideologia perversa non vedrà mai la luce.

  2. Sergio Andreani Rispondi

    8 marzo 2017 at 06:12

    A proposito, mi mancano molto i vostri articoli, specie quelli di Sallusti quando ci spiegava mesi e mesi orsono che l’Esercito di Assad in Siria non combatteva a sufficienza l’ISIS: http://palaestinafelix.blogspot.it/2017/03/ecco-leccezionale-mappa-completa-delle.html

    Come mai tacete ?

    Eh ! Eh !

  3. lombardi-cerri Rispondi

    8 marzo 2017 at 06:52

    E’ proprio una scuola internazionale i radical chic non accettano di perdere in nome della democrazia.

  4. Francesco_P Rispondi

    8 marzo 2017 at 12:27

    La reazione stizzita della sinistra alla sconfitta elettorale subita su tutti i fronti (Presidente, Senato, Camera, Governatori) è quanto di più anti americano si possa pensare: manipolazione della stampa, false accuse, violazione dei diritti fondamentali, uso politico della giustizia che, per fortuna, non è monolitica come quella italiana, uso delle strutture di sicurezza nazionale a fini non istituzionali ( intercettare gli avversari politici anziché terroristi e organizzazioni criminali internazionali ), ecc.
    ( la reazione dei DEM http://www.americanthinker.com/cartoons/2017/03/2_18_2017_4_43.html).
    E’ una tattica rischiosa perché, se il giochino viene percepito dalla popolazione che non si occupa di politica se non in rare occasioni, può determinare il crollo elettorale dei DEM alle prossime elezioni di midterm fino alla scissione del partito.
    E’ una tattica profondamente contraria agli interessi degli Stati Uniti perché ritarda l’azione riformatrice del Governo e semina sfiducia a livello internazionale e favorisce l’arroganza dei nemici dell’America (Iran, Cina, Nord Corea).

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