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Dove va l’Europa nel giorno della Brexit

Da un lato c'è il fronte sovranista, coeso nell'individuare i mali: eccessivo dirigismo dell'Unione, stagnazione economica, egemonia tedesca. Dall'altro, chi lavora per tenere in vita la Ue non può non porsi il problema dei problemi, quello della Difesa...

europaTra venerdì e sabato 18 marzo tre incontri Trump/Merkel, G20 a Baden Baden, Tillerson/ Xi Jinping a Pechino –hanno impegnato Americani, Europei e Cinesi. Le immagini e le dichiarazioni di quelle tre giornate sono apparse talmente eloquenti da bastare forse da sole a spazzare via molte illusioni su “formule magiche” che diversi allenatori in panchina propongono affinché gli Stati membri dell’Ue risolvano in un colpo solo i problemi politici, economici, sociali e di sicurezza aggravatisi nel decennio post Lehman Brothers.

Da un lato c’è il “fronte sovranista” , un’area con diverse “sfumature di grigio” ma abbastanza coesa nell’individuare i mali da estirpare: eccessiva “sovranazionalità” dell’Unione; stagnazione economica determinata dall’Euro; strapotere della finanza globale con una concentrazione di ricchezza e influenza politica che svuota la sovranità popolare; asservimento alle politiche imposte dalla Germania. Le soluzioni proposte vanno dall’uscita dall’Euro, attraverso negoziati e gradualità condivise , con decisioni se necessario unilaterali e sorrette dai referendum, sino alla sostituzione dell’attuale Unione con una Confederazione di “nazioni “o di “Stati nazionali”. Alcuni di questi orientamenti , che sono culturali prima ancora che politici, incoraggerebbero la creazione di Confederazioni tra “nazioni” anziché tra “Stati”. Il che si tradurrebbe nella frammentazione di non pochi Stati europei secondo pulsioni autonomiste e separatiste in atto da tempo . Si tratta di un’impostazione che collide con quella vigorosa affermazione dell’identità e della sovranità dello Stato nazionale francese, portata avanti da chi- come Marine Le Pen– insiste per una Confederazione europea , un ritorno al Franco, l’uscita della Francia dall’Ue , dall’Eurozona e dalla Alleanza Atlantica. All’interno del fronte sovranista convivono quindi obiettivi politicamente e culturalmente differenziati , tra chi vede all’orizzonte una Confederazione europea di Stati nazionali, e chi trova invece nella dimensione “regionale” – e nei principi dell’autodeterminazione delle minoranze nazionali – la chiave per un nuovo modello di Confederazione europea.

Sul versante opposto, anche qui con diversi “distinguo”, vi è l’area delle “ sfumature di azzurro” , riassunta nei giorni scorsi a un colloquio Jean Monnet a Lisbona dalla Professoressa Maria Grazia Melchionni. Partendo da una analisi delle sfide con le quali l’Europa dovrà sempre più cimentarsi sia per la sua sicurezza sia in ragione di esigenze vitali per la sua economia, l’Unione deve rapidamente riorganizzarsi – in profondità-per andare ben oltre a quanto avvenuto sinora nel processo di integrazione e di allargamento. Questo approccio suggerisce a sua volta un doppio percorso di possibile integrazione: da un lato, quello delle geometrie variabili imperniate su “cooperazioni strutturate e permanenti”; dall’altro, un’integrazione costruita attorno a un nucleo di Paesi interessati a rafforzare, come nel caso dell’Euro gli strumenti comuni: fiscali, di bilancio, di verifica e controllo sulle banche, di mutualizzazione del debito pubblico.

Il ruolo globale di un’Unione basata essenzialmente sul “soft power”, deve assolutamente riqualificarsi attraverso il decisivo rilancio delle sue capacità di difesa , quale “provider” di sicurezza anche e soprattutto sul terreno dell’”hard power”. Dobbiamo uscire dalla gabbia mentale di continuare ad essere “Venere” , lasciando agli Stati Uniti il ruolo di “Marte”. Comunque evolva il dibattito sulle nuove architetture europee, dobbiamo tutti riconoscere che una Difesa credibile rappresenta per un’Unione integrata politicamente così come per un’Europa “Confederale” lo strumento indispensabile di una politica estera e di sicurezza degna di tale nome: per l’Europa nel suo insieme così come per i singoli Stati che la compongono. Non ci sono altre “formule magiche” per coesistere sulla scena mondiale con i protagonisti: amici e alleati come gli Usa; o antagonisti e ostili nell’anteporre l’uso della forza alla forza del diritto, come avvenuto in Russia e Cina -potenze globali con le quali dobbiamo ricostruire le giuste regole della sicurezza cooperativa – e Iran, Nord-Corea: potenze regionali con ambizioni globali che contrastano gli interessi di sicurezza degli Europei.may trump

La priorità massima riguarda quindi il ripensamento dell’Unione in termini di Difesa e di sicurezza. Siccome le decisioni che riguardano la vita dei cittadini, la protezione del territorio, le frontiere sono eminentemente politiche, non è immaginabile che una democrazia liberale elabori uno strumento di Difesa comune – con comandi e capacità convenzionali e nucleari integrate- senza una comune politica estera e di sicurezza. Si tratta di un’esigenza che supera persino le contingenze della Brexit. Subito dopo l’incontro Merkel- Trump il Ministro della Difesa britannico ha annunciato che insieme al collega tedesco, sta lavorando a una documento di “visione congiunta ” per future cooperazioni Nato e bilaterali. Lo scarso calore dell’Amministrazione Trump nei confronti della Nato e dell’Unione Europea emerso nell’incontro con Angela Merkel e purtroppo confermato dalla notizia che Tillerson non parteciperebbe alla sua prima sessione ministeriale Nato a Bruxelles per concomitanti impegni con Russi e Cinesi, crea i primi effetti aggregativi .Il rilancio della Difesa Europea sembra ora più sincero; più concreto rispetto all’incuria per impegni assunti da ben cinque anni , di portare il contributo nazionale alla Nato ad almeno il 2% del Pil. La posta in gioco non è solo- e già questa è una responsabilità precisa del governo Gentiloni che non sta aumentando in nessun modo significativo il bilancio militare – quella di assicurare una Difesa credibile per il Paese. Si tratta ugualmente di garantire che le imprese italiane possano prendere posto da protagonisti, anziché da paria, ai tavoli europei ai quali si elaborano progetti di armamento, ricerche e innovazioni. Germania, Regno Unito e Francia hanno iniziato a aumentare i loro stanziamenti, dal triplo al quadruplo dei nostri. Le tiepidezze americane verso l’Alleanza Atlantica sono superabili, come sottolinea il Presidente Trump ogni volta che pronuncia la parola “Nato”, solo a condizione che tutti facciano ciò che stanno facendo i nostri principali partner. Ma l’Italia non lo sta facendo.

Gli incontri del fine settimana negli Usa, in Germania e in Cina hanno chiarito la rotta che la Casa Bianca intende mantenere, sia pure con i sensazionalismi e le contradditorietà di questa stagione politica. In parallelo, la decisione finalmente ratificata dal Parlamento britannico di attivare l’Articolo 50 per la Brexit, e le vicende che in questi sei mesi l’anno preceduta, meritano di essere studiate assai attentamente da quanti prefigurano un effetto marcatamente positivo sull’economia italiana nel caso di un’uscita dall’Euro.

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di on 29 marzo 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

10 commenti a Dove va l’Europa nel giorno della Brexit

  1. Francesco_P Rispondi

    29 marzo 2017 at 19:26

    La difesa dell’Europa in mano ai burocrati di Bruxelles è pura follia. Meno male che c’è la NATO e che alle sue riunioni partecipa il generale “Mad Dog” Mattis!
    L’Europa pecca di narcisismo e di separazione dal mondo reale e non si accorge che il pericolo non viene più da est come ai tempi dell’URSS, ma viene da Sud (es. revanscismo ottomano, ecc.) e dal suo stesso interno grazie all’immigrazione musulmana.

  2. ultima spiaggia Rispondi

    30 marzo 2017 at 10:19

    Quando i calcoli strutturali d’un progetto sono sbagliati, l’edificio è destinato a crollare.
    L’U.E. è nata su un progetto sbagliato, ambizioso e demenziale, e sta crollando. Ha già prodotto più danni economici della seconda guerra mondiale.
    Gli inglesi lo hanno capito, noi no.

    • Macx Rispondi

      31 marzo 2017 at 20:45

      Sintesi perfetta!
      Buona Serata

  3. adriano Rispondi

    30 marzo 2017 at 10:24

    L’Europa andrà dove vuole chi vota,fino a quando si potrà fare.Il disastro dell’euro,nato per forzare i popoli a decisioni che non sarebbero passate con metodi democratici,si corregge solo con il consenso maggioritario ad un partito che ponga l’uscita dai vincoli al primo posto nel programma.Purtroppo la paura e la convenienza assicurano alla conservazione ,oggi, ampi margini.Domani,forse,non sarà così.Al di là di catastrofi finanziarie imprevedibili che potrebbero accelerare il processo,occorre che oltre a rovinare presente e futuro della nuova generazione attuale,venga rovinato presente e futuro della prossima.Oggi i pensionati votano per l’euro.Quando la natura avrà fatto il suo corso e saranno sostituiti da quelli che oggi non avranno la pensione,la maggioranza dei senza futuro prevarrà.L’Europa sognata da quelli che “ce ne vuole di più”,si potrà fare ,senza rigetto,quando si parlerà una sola lingua e cioè mai.L’unica cosa che si può fare è una unione finalizzata agli interessi comuni,decisi però dai singoli stati non da non si sa chi.Per la difesa quella convenzionale può essere gestita come si vuole ma quella importante è la deterrenza nucleare.La Francia ha la propria,per quello che vale.A noi penso convenga “comprare” la copertura dagli americani.Conviene in tutti i sensi.

  4. aquilone Rispondi

    30 marzo 2017 at 11:23

    L’Europa, come mi sembra di capire sia immaginata da Terzi, non può esistere, per semplicissimi motivi. Facciamo un paragone con gli USA. Gli USA, fino ad oggi, hanno funzionato perchè laggiù si parla un’unica lingua, da noi, credo 24/25. (Certo, continuando ad entrare clandestini di lingua ispanica, questo sarà un elemento disgregante per gli USA. Già in alcuni Stati è quasi prevalente lo spagnolo rispetto all’inglese).
    Il secondo motivo per cui gli USA funzionano è perchè la marea di immigrati che sono entrati negli USA, dalla loro costituzione e almeno fino agli anni 70/80 del secolo scorso, erano orgogliosi di diventare cittadini staunitensi, non vedevono l’ora di cominciare a lavorare ed intraprendere, erano pronti anche a morire per quella loro nuova patria. I ns. immigrati se ne guardano bene. Chiedono solo pane, wifi e moschee, non possono chiedere la cittadinanza europea, ma quella italiana francese, norvegese ec. ecc.. Noi stessi non siamo cittadini europei,ma italiani, tedeschi ecc. ecc.
    Gli USA quando sono nati, erano uno stato “vergine”. Fate un viaggio laggiù. Ogni città, ogni stato, è stato costruito e impostato in modo simile. Da Stato a Stato cambia solo la morfologia territoriale ed il clima, tutto il resto è quasi fotocopia. Persino nel modo di mangiare. Poi, certo, la vita si svolge bianchi con bianchi, cinesi con cinesi, neri con neri, latini con latini, ciacuno, per lo più, in un quartiere apposito, più o meno ricco o povero.
    In europa ogni stato ha una storia a se, un’architettura diversa, una tradizione culinaria diversa e, sopratutto, una lingua diversa che rende difficilissimo qualsiasi amalgama tra le varie popolazioni. Ogni volta che un parlamentare europeo si alza per pronunciare il proprio pistolotto, dietro ci vogliono 25 traduttori simultanei che trasferiscono in cuffia agli altri cosa stia dicendo chi parla. Vi sembra possibile? Fate un viaggio per l’europa. Ovunque vi sentirete dei perfetti turisti stranieri, non vi sentirete “a casa” come quando andate in gita a Pisa o ad Amalfi. Vi siederete al ristorante non sapendo cosa ordinare o bere. Vi consegneranno un menù di cui non capirete nulla. Sarà una bella avventura ed esperienza certo, ma vi renderete conto di quante differenze ci sono tra vivere in una città polacca, francese, portoghese o austriaca. Negli USA, vivere a Dallas o a Filadelfia non cambia quasi niente. Per noi, se di colpo ci trasferissimo a Cracovia sarebbe una cosa che ci cambierebbe totalmente la vita. Meglio trasferirsi da Roma a Milano o viceversa. Molto più facile da digerire.
    Stiamo cercando di mettere su una nuova torre di babele a beneficio di alcuni architetti stellati. Ma prima o poi crollerà. Vanno benissimo regole facilitatrici in campo commerciale, di circolazione delle persone, di allenza militare magari con compiti specifici a ciascuno stato. Ma “federarci” tutti sotto la cappella di una ipotetica europa sovranazionale è una vera stupidagine. La maggioranza degli inglesi lo ha capito

    • Francesco_P Rispondi

      30 marzo 2017 at 17:57

      Il problema della lingua è il minore. Basta andare meno di 50Km a nord di Milano e siamo in Svizzera, una Federazione dove si parlano quattro lingue (anche se il Ladino è usato pochissimo e solo nei Grigioni). Eppure si sentono tutti Svizzeri e si capiscono tutti!
      Appunto sono una Federazione.
      L’Unione Europea è, invece, un organismo di vertice fra Stati centralisti ottocenteschi profondamente diversi e guidata da un’élite politico-finanziaria-burocratica che non conosce neppure la propria economia e che si ostina a voler comandare a Washington anche quando non c’è più Obama. Trump ha già minacciato di applicare dazi pesantissimi simmetrici all’iper-protezionismo europeo in cui l’eccesso di regolamentazione fune da blocco delle importazioni.
      P.S.
      Gli abitanti dell’Ohio impareranno tutti a fare un italica pernacchia gigante. Infatti, http://www.politico.eu/article/juncker-threatens-to-promote-ohio-independence-after-trumps-brexit-backing/

      • aquilone Rispondi

        31 marzo 2017 at 12:37

        Non prenderei ad esempio la svizzera. E’ una piccola nazione, ricca, federata da quando è nata, che produce orologi, un pò di formaggi, cioccolato (insomma un pò di agricoltura e d’industria correlata) e tanta, tanta finanza. Sbaglierò? può darsi

  5. Luca Rispondi

    30 marzo 2017 at 18:44

    I tedeschi sono bravi e precisi a fare auto ed altre cosetta e noi compriamo anche robe da ricchi loro pensandoci meglio di ciò che siamo,ma sono anche bravi a farci comprare con denaro sopravvalutato beni prodotti con una moneta ,il marco euro, sottosvalutato del quaranta percento.Siamo scemi noi e scaltri loro.Li abbiamo e continuiamo ad arricchirli.

    • Padano Rispondi

      31 marzo 2017 at 21:04

      Cosa intendi per euro sotto svalutato del 40?
      Alla nascita esso quotava usd 1,16

  6. step Rispondi

    31 marzo 2017 at 15:08

    Ci manca anche l’esercito unico europeo… Io piuttosto abolirei l’Erasmus e ripristinerei la leva obbligatoria italiana, anche per diminuire il tasso di giovani ebeti che vanno in giro ad elemosinare esami facili nonché per raddrizzare qualche pappamolla. Ma l’Erasmus è uno dei dogmi della Boldrina e “crea senso di cittadinanza europea!”

    Seriamente, come si può pensare che nel 2017 i francesi dichiarerebbero guerra ai tedeschi, o che i tedeschi dichiarerebbero guerra alla Polonia? Ci viene detto poi che l’europa unita, oltreché ad evitare le guerre, serve per rispondere a nuove sfide di “nuovi” grandi paesi: ma… veramente la Russia c’era anche prima, ed era anche più grande, la Cina idem, l’India idem, o gli stessi USA.

    Il vero problema è scoprire chi c’è dietro a questa violenza psicologica e mediatica, da decenni viene imposto questo pensiero unico europeo, viene dato per scontato, paragonato ad eventi inevitabili come la pioggia o i terremoti, eppure i diversi popoli di riferimento non mi pare che ne siano convinti, anzi. C’è poi da dire che in tutto il mondo, da che storia è storia, la vicinanza geografica non rileva: popoli anche confinanti restano divisi e soddisfatti: perché un italiano dovrebbe preferire un tedesco a un cinese o a un argentino?

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