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Guarnotta e «quella stanza blindata che faceva la guerra alla mafia»

«La lotta alla mafia palermitana la facevamo in un una piccola stanza blindata, al Palazzo di Giustizia di Palermo». Parola di Leonardo Guarnotta, ex magistrato, che negli anni delle guerre di mafia che hanno insanguinato la Sicilia ha lavorato fianco a fianco a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, sotto la guida del consigliere istruttore Rocco Chinnici, prima e Antonino Caponnetto.  Durante un incontro con la cittadinanza, a Ferrara, abbiamo raccolto la sua preziosa testimonianza.

Dottor Guarnotta, come è nata l’idea di istituire un organo, per altro non previsto dal vecchio codice di procedura penale, che si occupasse solo di lotta alla criminalità organizzata?

«L’intuizione fu di Chinicci, che prima di essere tragicamente assassinato, aveva ipotizzato che un piccolo drappello di magistrati, si occupasse solo di mafia. Un’intuizione geniale, perché ci permise di adottare una strategia che si rivelò vincente. Un gioco di squadra, ognuno aveva il suo compito, e le informazioni circolavano, in modo che tutti fossero a conoscenza dei particolari sui vari procedimenti in corso».

Com’era il vostro ufficio?

«Era un piccolo bunker di 15 metri quadrati. C’erano, oltre al mio, gli uffici di Rocco, di Giovanni Falcone, di Borsellino e di Giuseppe Di Lello. Quando Paolo venne trasferito alla procura di Marsala, mi trasferii nel suo. E quando Giovanni fu chiamato a Roma, occupai il suo posto. In quegli uffici, ho passato undici anni della mia vita, sempre con le luci artificiali accese e con le porte chiuse».

Vivere e lavorare in quel modo non doveva essere facile…

«Non me ne sono neanche accorto francamente. L’unica cosa che contava era il nostro lavoro. Nessuno ci obbligava. La nostra forza, come disse Giovanni Falcone, è data unicamente dal nostro spirito di servizio. Io ho passato in magistratura 50 anni della mia vita, e non ho mai desiderato fare altro che adempiere nel migliore dei modi, alle mie funzioni di giudice».

Qual è stata la parte del lavoro che ha portato ai migliori risultati?

«Sicuramente la cooperazione tra colleghi. Ma ci sono state molto utili le rivelazioni dei collaboratori di giustizia che hanno deciso di parlare, dopo gli arresti».

L’opinione pubblica, talvolta, contrastava e addirittura smentiva e sminuiva il vostro lavoro. Addirittura c’è chi sosteneva che Falcone si fosse messo la bomba da solo nel fallito attentato all’Addaura, per acquisire celebrità. Come vi sentivate voi?

«Erano stimoli in più per andare avanti. Dovevamo dimostrare che il nostro lavoro era unicamente volto a sgominare la criminalità organizzata. Per altro, liberare la Sicilia dal cancro mafioso, era il sogno che teneva in piedi il pool antimafia».

Come era il rapporto del pool con la stampa?

«I giornalisti sono stati dei veri e propri compagni di viaggio. Erano molto discreti e sapevano tenere per sé le notizie riservate. In assoluto quelli che comunicavano di più con i giornali, erano Giovanni e Paolo».

Veniamo ai giorni nostri. Un tema molto “caldo”, è quello dell’immigrazione. Secondo lei la mafia ha interesse, o ricava guadagni dagli sbarchi dei migranti?

«Le organizzazioni criminali hanno sicuramente dei grossi interessi per quanto riguarda l’immigrazione. Hanno la possibilità di avere una manovalanza a basso costo, perché purtroppo chi viene qui con quei barconi, è disposto a tutto. Il problema no è stato affrontato con la giusta attenzione. Ritengo sia necessario aiutare i migranti, creando le condizioni affinché rimangano nel loro Paese. Quello sarebbe un vero aiuto».

Lei crede molto nei giovani, e lo dimostra il fatto che da quando è in pensione, gira per l’Italia facendo conferenze e incontrando gli studenti nelle scuole. Perché?

«I giovani sono il futuro. Sono il nostro avvenire, e sono fermamente convinto del fatto che l’educazione alla legalità inizi nelle scuole. L’idea di educare i giovani ad un percorso educativo all’insegna della legalità era comune a tutti noi magistrati del pool di antimafia. Perché di parolai e di gente che dice di fare antimafa, solo perché è in cerca di voti, c’è pieno. Ma la vera antimafia la può fare ognuno di noi, cittadini normali, svolgendo quotidianamente e onestamente il nostro mestiere».

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di on 29 marzo 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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