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L’anno di Donald

Dopo otto mediocri anni obamiani, sta per entrare alla Casa Bianca un presidente che vuole combattere il terrorismo islamico, difendere l'oasi di libertà di Israele, reagire alla guerra commerciale della Cina e alla follia del nucleare iraniano. Ce n'è abbastanza per provare un sollievo liberatorio...

donaldManca poco alla fine dello strazio, per la gioia di tutti gli spiriti liberi. Ancora diciotto giorni e Barack Hussein Obama varcherà la soglia della Casa Bianca da privato cittadino, lobbista, avvocato delle cause perse liberal, da qualsiasi cosa si sia figurato per la sua vita dopo la morte politica, ma non più da presidente e comandante in capo della più grande democrazia liberale del mondo, la “città sulla collina”, secondo le parole di Reagan, a cui guardano tutti quelli che si tengono stretti il trittico “life, liberty and pursuit of happiness” che in fondo ci rende uomini.

Come sia potuto accadere, che un politico così mediocre e posseduto dal politicamente corretto da far rimpiangere il disastroso Jimmy Carter abbia avuto la responsabilità di guidare l’America e il mondo, sarà sicuro oggetto della storiografia a venire. A noi, uomini d’attualità e fin di giornata, preme il qui e ora. E il qui e ora dice che tra una manciata di giorni inizia l’anno di Donald Trump. L’insediamento, la teorica luna di miele col Partito Repubblicano dominante al Congresso e quella pratica con gli elettori certificata nel voto anche di storici Stati blu come la Pennsylvania e il Wisconsin minate da un colpo di coda del vero Inadeguato, Barack Hussein, che è qualcosa di mai visto e di mostruoso rispetto alla prassi istituzionale secolare degli Stati Uniti d’America: due scelte iperrilevanti di politica estera (l’abbandono di Israele all’Onu e l’isterica espulsione dei diplomatici russi) effettuate a due settimane dall’addio in dichiarata controtendenza rispetto al successore. Se le anime belle che hanno trascorso mesi a sezionare virgolettati di Trump un po’ troppo goliardici di quindici anni fa applicassero lo stesso metodo con questo vero e proprio scandalo politico, per Barack Hussein scatterebbe la damnatio memoriae. Ma lui, si sa, gode dell’immunità mediatico-intellettuale del bel mondo che fa opinione e perde le elezioni. Poco male, il 20 gennaio arriva presto come ha twittato The Donald, per rassicurare gli storici alleati d’Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente cui Barack Hussein preferiva le frequentazioni della teocrazia saudita e i patti con la teocrazia iraniana, e lì comincia il suo anno, la sua partita, la partita nuova dell’America, e nostra.

Cosa rappresenti Donald Trump nella biografia della nazione e del Partito Repubblicano abbiamo provato a raccontarlo per mesi, spesso in splendida solitudine (e con l’apporto decisivo di Maria Giovanna Maglie), mentre i giornaloni nostrani si copia&incollavano a vicenda titoli in cui trionfavano espressioni nonsense come “populismo” (che a rigore indica un movimento arcaico-socialisteggiante russo a cavallo tra Otto e Novecento, e stop) e “rivolta contro le élite” (come no, guidata da un miliardario newyorkese che ha costruito mezza Manhattan). Old Right, paleoconservatorismo, realismo nixoniano e kissingeriano. Queste sono i grandi filoni di pensiero rintracciabili nel fenomeno Trump, filoni tutti americani e tutti repubblicani. Per dirla senza compiacimenti accademici: un sano libertarismo individualista allergico all’invadenza dello Stato federale (portata da Obama a livelli mai visti da quella parte dell’Oceano), un orgoglio a stelle e strisce che è più nativista che interventista, più concentrato a presidiare la propria splendida diversità che a esportarla nel mondo, e una regola geopolitica incentrata sulla pragmatica, sui rapporti di forza, le negoziazioni e le sfere d’influenza in un ordine plurale ma a guida americana. C’è tanto dentro, ovviamente, compreso il ridimensionamento delle parole d’ordine della grande stagione del neoconservatorismo, quella tutta eccezionalismo americano e sua priorità idealistica rispetto alle pastoie della politica contingente, la stagione di Reagan e dei Bush in cui questo giornale non cessa di riconoscersi, e che certo Trump potrebbe edulcorare. Anche se molto meno del previsto, stando alle prime nomine, un’infornata di generali del Pentagono che erano altrettante punte di diamante della bushiana guerra al terrorismo e l’arruolamemto di due neocon doc come Robert Gates e la grande, l’immensa Condoleeza Rice nella squadra del presidente (i quali peraltro avrebbero suggerito il nome di Rex Tillerson come Segretario di Stato, che rispetto alle idiozie gossippare su un’inesistente amicizia con Putin è invece un assiduo frequentatore del ranch della famiglia Bush). Ma il punto non sta nemmeno qui, nelle sfumature interne alla galassia repubblicana su cui Trump incentrerà o meno la sua azione. Il punto è semplice, e Obamaquindi molto più saliente e determinante: tra diciotto giorni sbarca alla Casa Bianca un presidente secondo cui il nemico principale delle società libera oggi è il “terrorismo islamico“, insieme alla paura di definirlo tale. Che considera quale primo presidio delle suddette società Israele, l’atomo di libertà circondato dalla barbarie islamista del Medio Oriente nelle sue declinazioni sunnite e sciite, al punto di voler fare di Gerusalemme la capitale dello Stato, un atto d’impegno simbolico irreversibile. Che negozierà con l’autocrate Putin in base alla superiore forza militare (il rapporto degli investimenti è quasi di 10 a 1) ed economica (la Russia ha un Pil inferiore all’Italia, cifre superate agevolmente da parecchi singoli Stati dell’Unione) americana, senza legittimarlo di un’aurea inesistente causa catena impressionante di errori come ha fatto Obama. Un presidente liberista convinto nella pratica di vita, prima che nella dottrina, che ha in mente una rivoluzione fiscale pari a quella di Ronnie, ma che ha visto perfettamente il bluff, il trucco di uno dei grandi attori della globalizzazione. Quella Cina che apre alla libertà d’impresa e di capitali mentre al suo interno persevera a macellare le libertà individuali elementari, riportando lo schiavismo nella competizione mondiale e quindi taroccandola alla radice. No, se mi fai la guerra commerciale avrai la stessa moneta in cambio, e Dio sa se questa risposta agli artigli del Drago non sia anche nell’interesse dell’Europa. Un presidente, infine, incrollabilmente persuaso che non sia saggio permettere a un regime di pazzoidi nazi-islamisti come quello iraniano di giocare col nucleare, e che sia il caso di fermarli prima che sia troppo tardi.

Insomma non so, fate voi, ma più ci avviciniamo al 20 gennaio, più monta in me una sensazione di liberazione e persino di sicurezza, parola assai impegnativa oggi. L’anno che verrà è il tuo, Donald, e con le carte che ci sono sul tavolo è tecnicamente una buona notizia.

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di on 2 gennaio 2017. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

14 commenti a L’anno di Donald

  1. Enzo Rispondi

    2 gennaio 2017 at 08:18

    Spero tanto che mantenga le promesse fatte in campagna elettorale. Soprattutto quelle che riguardano Iran e Israele. Certamente il suo non sarà un compito facile. Porre rimedio a otto anni di follie di un musulmano mai convertito sarà alquanto dura… sempre che gli consentano di farlo.

  2. ultima spiaggia Rispondi

    2 gennaio 2017 at 08:52

    Come ha fatto un politico così mediocre ad avere due mandati presidenziali, gli elogi del Time ed il premio Dinamite Nobel per la pace? Semplicissimo: perché ha la pelle nera.
    Oggetto della storiografia a venire dovrebbero essere coloro che lo hanno votato.

    • Emilia Rispondi

      3 gennaio 2017 at 17:40

      Non solo; è di sinistra, è politicamente corretto, salva le banche, facilita l’ascesa dei fratelli musulmani, è amico dei gay e degli atei, fa i dispetti a Israele. Insomma, caro ultima spiaggia, fa parte dell’élite che governa il mondo, a scapito dei popoli. Noi altri, popolo, siamo quelli da tenere sempre sotto giogo.

  3. Andrea Rispondi

    2 gennaio 2017 at 09:09

    Speriamo che sia come scrive Sallusti. Il mondo moderno e’ molto complicato e i facili entusiasmi rischiano di restare lettera morta. Certo, anche noi auspichiamo “un ordine plurale ma a guida americana”, vogliamo che Trump e gli USA facciano capire all’autocrate di Mosca qual’e’ il suo posto nel “concerto delle nazioni” dove la Russia si comporta come quel tale che compra una mazza da baseball e poi comincia a menare fendenti a destra e manca (J. Latynina), vogliamo che i pazzoidi nazi-islamici di Teheran la smettano di giocare col nucleare. Tutto questo e’ giusto pero’, ripetiamo, la realta’ del mondo moderno non e’ cosi’ netta e priva di sfumature come nella narrazione di Sallusti. Un accordo con l’autocrazia medievale di Riad, alleata storica degli USA, potrebbe essere necessario; Bush ci ha regalato la guerra in Iraq e non credo che sia stato un bel regalo per l’Occidente. Obama avra’ sbagliato come tutti, imperdonabile a mio modo di vedere il ritiro unilaterale dallo scenario siriano, ma questa mossa non rispondeva, forse, a un impulso isolazionista USA? Ha scritto Belkovskij, politologo russo, che la grandezza di Obama e’ consistita nello spostare l’accento dal potere militare degli USA al loro soft power economico e culturale. Negli USA c’e’ un modello: se vi piace seguitelo, altrimenti vivete come vi pare, questo il messaggio di Obama. Molti, nel mondo moderno, vivono come credono opportuno: russi, arabi, cubani, venezuelani, turchi… Naturalmente i loro problemi interni sono dovuti non al fallimento del sistema che hanno creato, ma all’influenza dei maledetti yankees. Obama ha ritirato un po’ l’America dal teatro del mondo: non mi sembra che dopo questo ritiro il mondo stia meglio. Ma e’ forse colpa di Obama se il mondo va come va? Trump promette di riportare l’America al centro del mondo: “Make America Great Again” (ma sara’ cosi’?). Bene. Vediamolo all’opera, poi giudicheremo. E Obama verra’ giudicato dalla storia.

  4. Luca Rispondi

    2 gennaio 2017 at 09:29

    Si gennaio e’ arrivato e le speranze di un’America portatrice,pur con qualche errore,di libertà e del suo controllo,di ricchezza e di sua esportazione si fanno più forti in noi tranne per qualche sinistro che spera pure in Trump ma non lo può dire perché vive di prebende da statalismo non sapendo altro fare nella vita.La vita è le libertà personali
    di fare ed esser liberi di fare e’ altra cosa e Trump,strano per quanto sembri,le rappresenta .Una particolare attenzione a tutti i mondi dove non vige un’ordine democratico .

  5. orsonero Rispondi

    2 gennaio 2017 at 09:40

    Un bellissimo articolo,direttore.
    Penso comunque che lei debba
    rivedere la sua posizione su Putin,
    che non sara’ un fiorellino, ma
    e’ filoccidentale e una pedina
    fondamentale per cercare di
    portare stabilita’ nel medioriente.
    Un alleanza strategica con Trump
    sarebbe una carta vincente per
    la pace nel mondo e per noi
    europei.

  6. Franco C Rispondi

    2 gennaio 2017 at 09:55

    La cosa piu bella è che Trump sarà causa di innumerevoli travasi biliari per tutti quanti i sinistrati.

  7. geometra67 Rispondi

    2 gennaio 2017 at 11:42

    Sicuramente Trump sarà un grande Presidente!La cosa importante è che finalmente finisca il regno alla Casa Bianca di un comunista mussulmano!Grazie America!

  8. adriano Rispondi

    2 gennaio 2017 at 13:03

    Inutile continuare con Obama.Per Trump è presto.Inutile divagare in astratto.Sembra che voglia ripristinare il Glass Steagall Act.Al di là di tutte le narrazioni questo solo intervento darebbe un segnale preciso.Vedremo se proverà a farlo e se ci riuscirà.

  9. aurelio Rispondi

    2 gennaio 2017 at 13:21

    Rivedere le posizioni su Putin puo essere intelligente,ma la libertà ed i diritti umani confliggono con forza con dittature e false democrazie dove il voto e le posizioni vengono da sempre controllate e gestite.Un po quello che avviene negli ultimi anni in Italia.

  10. Menordo Rispondi

    2 gennaio 2017 at 14:11

    Una ventata di ottimismo Reaganiano. Se ne sentiva proprio il bisogno. Vada come vada Trump dà un’opportunità di speranza agli uomini liberi. Io ci credo.

  11. step Rispondi

    2 gennaio 2017 at 14:26

    Colgo l’occasione per augurare buon anno a Sallusti e a tutti gli altri, articolisti e commentatori. Entrando nel merito. L’articolo è un po’ anti-russo, o comunque non sottolinea abbastanza l’aspetto più importante dell’avvento trumpiano: la possibile fine di un mondo unipolare e una normalizzazione nei rapporti russo-americani. Anche sulle potenzialità “liberiste” di Trump aspetterei un attimo. Resta naturalmente il mio entusiasmo per questa elezione americana. Su Obama: potrebbe essere che se ora c’è Trump è perché c’è stato Obama, forse se ci fosse stato un presidente meno sinistro (almeno a parole, come retorica progressista) ora come reazione non ci sarebbe Trump.

  12. Frank77 Rispondi

    5 gennaio 2017 at 02:35

    Ci manca solo che dica che vuole debellare la fame nel mondo è abbiamo pronto il premio cialtrone dell’anno.

    • step Rispondi

      5 gennaio 2017 at 13:34

      Solitamente chi dice di voler debellare la fame nel mondo è un ipocrita progressista, non mi pare che Trump si presenti con tali credenziali ideologiche…

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