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La post-verità è una boiata pazzesca

Se ne parla fin troppo, l'Oxford Dictionary la decreta "parola dell'anno". È stata usata anzitutto per screditare la campagna sulla Brexit e quella presidenziale di Trump: una menzogna concettuale con cui il pensiero unico politically correct sminuisce chi non si allinea

IMG_0408Post-verità è palesemente un termine senza significato, almeno in un orizzonte logico basato sul principio di non contraddizione. In questo orizzonte, un’asserzione può, nello stesso momento, non essere altro che o vera o falsa. Tettium non datur… Se poi col termine di post-verità vuole dirsi che un’asserzione è un mix di vero e falso che è difficile districare, non si può non constatare che da sempre il sofisma è una delle facce del falso e che tocca al pensiero critico smascherarlo. Il mondo umano liberale si regge su questo costante lavorio di smascheramento e occultamento che nessuna metafisica, così come nessun totalitarismo, è riuscita mai a interrompere. Un lavoro mai definitivo e dal risultato sempre imperfetto, quello del pensiero critico, ma è propria questa per fortuna la nostra dimensione umana o civile.

Ma allora perché si parla molto, almeno nei paesi anglosassoni, di post-verità e non di falso? C’è una differenza fra i falsi che avrebbero corso oggi e quelli di ieri? Se ne parla molto, ma certo non così tanto da giustificare l’elezione di “post-verità” a “parola dell’anno“, come pure ha fatto l’Oxford Dictionary. Il quale si è apprestato a specificare che di “post-verità” si è parlato soprattutto, nell’anno scorso, per definire l’uso di presunte falsità nella campagna elettorale dei fautori della Brexit in Gran Bretagna e di Trump negli Stati Uniti. Sono elementi, questi, che dovrebbero far insospettire le persone con un minimo di senso critico. Prima di tutto per lo stretto legame che qui si istituisce fra il concetto di “post-verità” e la dimensione della politica, che non è e non può essere ricondotta a quella della logica o della morale individuale. Proprio perché la “menzogna” è connaturata al discorso politico in quanto tale, il quale per sua natura e per nostra fortuna non è un discorso scientifico, è impossibile pensare, come qui si fa, che solo una delle parti in lotta se ne sia appropriata. Poi, come non considerare che iniziative come l’individuazione della “parola dell’anno” sono chiare operazioni di marketing che oggi anche le più prestigiose istituzioni fanno per competere in regime di mercato? Nulla di male, e anzi spesso un gustoso divertissement intellettuale, per chi ha un minimo di consapevolezza e sa come vanno le cose del mondo. D’altronde, lo stesso marketing non è un’attività “veritativa” e il suo fine è, come quello della politica, la persuasione e non una presunta e impossibile “adequatio” della parola alla cosa.

Riunendo alla fine gli elementi sparsi di queste mie brevi considerazioni, non mi sembra troppo peregrino dire, alla fine, che la post verità è a sua volta una falsità, ovvero un dispositivo elaborato da centrali informative politicizzate a uso e consumo del proprio pubblico. Si tratta, in sostanza, di una ennesima strategia messa in atto, per i propri fini particolari, da quel pensiero liberal che da una trentina di anni ha conquistato il monopolio del discorso pubblico mediatico, con un movimento iniziato nelle accademie e proseguito nei giornali e che ha accompagnato la progressiva decadenza e perdita di autorevolezza delle une e degli altri. D’altronde, l’idea stessa che possa esistere una verità nel discorso politico, al di fuori del libero gioco delle opinioni e anche delle suggestioni, delle ragioni ma anche delle emozioni, è, in fin dei conti, il lato inquietante (e banale) del “politicamente corretto“, che è poi l’altro faccia o l’altro nome del pensiero liberal di massa. La correttecness, in nome di gruppi astrattamente definiti, e connotati come “minoranze”, afferma come ad essi ascrivibili altrettanto astratti “diritti” indiscutibili e pertanto sottratti di forza al dibattito e al libero esame. Elementi non valutabili, come sarebbe opportuno, in un’ottica individualizzante e storica. Ogni individuo è infatti un mondo a sé e come tale, a partire dalla sua individua libertà e responsabilità. Andrebbe giudicato, tenendo opportunamente conto del contesto storico-sociale in cui opera e delle mille sfaccettature che, come Hegel ci ha insegnato, assumono i rapporti di potere fra “servi” e “padroni (soprattutto direi in società fluide e in perenne movimento come le nostre).

Ora, è propria questa mancanza di finezza e questo voler mettere le braghe al mondo, irrigidendo la vita e non ammettendo i diversamente pensanti, che contraddistingue il politicamente corretto. Il quale chiama “post -verità” le idee degli altri, per delegittimarle moralmente e metterle in scacco prima di ogni dibattito. Anche nel caso in cui esse siano state fatte proprie dalla maggioranza dei cittadini come il libero gioco democratico ha accertato. In una sana dialettica democratica, la cultura e i media non dovrebbero però prestare il fianco a tali operazioni ideologiche e politicamente orientate: gli intellettuali, diciamo così, dovrebbero tenersi ben fermi agli ideali della “avalutatività” e dell’indipendenza di giudizio, che sono poi la ragion d’essere e il carattere della loro specifica vocazione. Il non farlo, o non farlo più come una volta, è il vero problema non solo loro, ma dell’Occidente attuale. Il terreno, aggiungo, ove, a mio avviso, si gioca la partita del definitivo declino oppure del’auspicabile rilancio dei nostri valori liberali.

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di on 8 gennaio 2017. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a La post-verità è una boiata pazzesca

  1. Luca Rispondi

    8 gennaio 2017 at 16:39

    Scomodi i liberali in questo regime maturato nella comune considerazione di affidare le nostre vite a burocrati e gentaglia che di te si interessa solo per portar via denaro a chi lavora e ridistribuirlo a statali o a chi vive di prebende,ospedali e servizi sociali veri ed indispensabili a parte.

  2. aurelio Rispondi

    11 gennaio 2017 at 13:24

    Bugie o postverità….continuano a imbrogliarci considerandoci sempre tutti scemi uguali.

  3. rosario nicoletti Rispondi

    12 gennaio 2017 at 15:00

    La post-verità penso che vada inserito in quel metodo di argomentare che potremmo definire come post-logica. E’ quanto si osserva nella vita quotidiana, ad esempio nei talk-show, nei quali gli interlocutori discutono in modo “liquido”,ciascuno seguendo un proprio percorso mentale. Ed è la fortuna del movimento di Grillo, dove la logica – quella nella quale vale il principio di non contraddizione ed impera il sillogismo – è stata sostituita dalla ripetizione ossessiva di slogans e di frasi fatte.

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