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A Istanbul hanno sparato all’Occidente. Si chiama guerra

ReinaIn una Milano assolata t’imbatti in coloratissime barricate anti-terroristi. Altro non sono che spartitraffico di cemento. In un McDonald’s si inceppa il tritarifiuti e si scatena il panico, tutti fuggono, una donna si sente male per lo spavento: “sembravano spari”. Ma non siamo in guerra. Angelo Panebianco scrive: “Semplificare va bene, serve per capire situazioni complesse, ma se si semplifica troppo si finisce per non capire niente. Quando è in gioco la vita di tante persone non capire niente è pericoloso, sbagliare diagnosi è il modo più sicuro per restare indifesi. Perché, a dispetto di ogni evidenza, a dispetto dei Santi (è il caso di dirlo), tante persone negano che quella dichiarata, non solo contro altri musulmani ma anche contro gli occidentali, sia una guerra religiosamente motivata?”. La si può pensare come la si vuole, si può ricercare il colpevole in casa nostra, cosa che un’Occidente sempre più autolesionista fa di continuo, ma rimane un fatto: la guerra c’è e il fronte non è altrove, lontano dalle nostre certezze, dai nostri divani. Il fronte sono le nostre chiese, i nostri locali, le nostre città, le scuole dei nostri figli, le nostre capitali. A Istambul un uomo è entrato in una delle discoteche più belle e floride e ha freddato trentanove persone. Un luogo in cui si festeggiava, si ballava, si discuteva liberamente, le donne erano pari degli uomini.

Tra le vittime del Reina ci trovi  Leanne Nasser, diciottenne israeliana, due occhi che non li racconti. Ayhan Arik, quarantasette anni e proprietario di un’agenzia di viaggi, due figli. Hatice Karcilar, bionda, bellissima, ventisettenne, madre single di un bimbo di tre anni e guardia privata. Kenan Kutluk, due figli, quella sera lavorava come cameriere. Mustafa Jalal Ahmed Abbas, studente della Kemerburgaz Universitesi di Istanbul. Voleva fare l’architetto. Heykel Musellim, banchiere libanese in vacanza con la moglie, sposato da sei mesi. Mustafa Kaya, promotore finanziario. Abis Rizvi, quarantanovenne produttore di Bollywood. La fashion designer Khushi Shah. Vestiti all’occidentale, aperti al capitalismo, aggrappati alla scala valoriale per cui a contare più che il resto è l’individuo con tutte le proprie libertà. Ci possiamo dire che non è un attacco all’Occidente, è falso. Lo hanno fatto. Hanno ammazzato e colpito ancora una volta noi. Il quartiere europeo di una città Il nostro stile di vita, il nostro commercio, la nostra convivialità, le donne libere, la sessualità esplicita, la laicità. Ma non siamo in guerra. Raccontarci bugie ci farà morire male. E non si tratta di islamofobia, paura, intolleranza ma amore per la propria civiltà e per la vita.

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di on 4 gennaio 2017. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a A Istanbul hanno sparato all’Occidente. Si chiama guerra

  1. Luca Rispondi

    4 gennaio 2017 at 09:33

    Abbiamo due mondi ,il primo che ha vissuto illuminismo e rivoluzione francese ad esempio risollevandosi anche da inumani cappi fideistici,ed un altro rimasto indietro di centinaia di anni dove la gente che pur vive in luoghi liberi alle volte per ignoranza,insicurezza,fragilita e mettiamoci anche poverta’ diventa strumento di morte ,anche della sua,senza motivazioni possibili ad esseri umani.Oggi si siamo in guerra ma non vogliamo dircelo.

  2. lombardi-cerri Rispondi

    5 gennaio 2017 at 07:21

    Quando uno Stato dichiara più volte guerra ad un altro credo che l’altro ne debba prendere atto in forma ufficiale.
    Di conseguenza i combattenti in borghese del dichiarante e i sostenitori di detti combattenti andrebbero trattati in base ad una secolare Legge internazionale. O no?

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