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Ma libertà dell’individuo è anche scelta di morire

A dieci anni dalla morte di Welby ripubblichiamo questo dibattito Intraprendente d’autore Corrado Ocone – Marco Respinti su eutanasia e testamento biologico. 

EutanasiaLa vita e la libertà, elementi per molti aspetti coincidenti, appartengono ad ognuno di noi stessi. Sono nella nostra sola e completa disponibilità. E sono beni rigorosamente individuali: non si può vivere o essere liberi per gli altri o secondo gli altrui dettami. Il diritto alla vita e alla libertà è anzi, a ben vedere, checché ne dica la “macchina moltiplica diritti” messa in moto da Rodotà & co., l’unico diritto che ha ognuno di noi, in quanto essere umano.

Non è un diritto scontato se è vero che per lo più, nella storia umana, il Potere ha sempre preteso di mettere becco e di imporre agli altri la sudditanza. La stessa storia, in verità, può essere letta come il continuo tentativo degli umani di affrancarsi da tutti coloro che intendono imporci, con le buone o le cattive maniere, i loro desiderata. Lo facciano per bieco interesse o anche (qualche volta) per realizzare (così dicono) il nostro (presunto) benessere, poco importa. La modernità liberale si distingue dalle altre epoche della storia proprio per averci rimesso in mano quello scettro che è solo nostro. O almeno per averci provato. Ma la via da percorrere è ancora lunga, come dimostra il caso di Dominique Velati opportunamente sollevato dai radicali. I quali, mentre Marco Cappato si autodenunciava per averla aiutata a morire in modo assistito in Svizzera come da sua espressa volontà, ponevano all’attenzione di tutti l’inesistenza in Italia di una legge sull’eutanasia. La quale nel nostro paese (al contrario appunto che in Svizzera), è considerata un omicidio ed è quindi illegale. Va tuttavia rilevato che il termine “eutanasia”, che letteralmente significa la “buona morte” o la “morte dolce”, non è dei più felici: insistendo sul carattere e le modalità della morte e non sulla volontà del singolo, che è l’unico centro da considerare in queste situazioni. Non ha tutti i torti chi dice che anche i progetti eugenetici del nazismo (cronologicamente preceduti da quelli di certe socialdemocrazie come è ormai storicamente documentato) venivano messi in atto nel modo più indolore possibile, ed erano quindi forme di “morte dolce”…

Ma qui non di questo si parla. Ma di chi, perfettamente conscio e consapevole, cioè in stato di lucidità, decide sua sponte di mettere fine alla propria vita e non vuole trovare ostacoli a farlo (né vuole che venga ostacolato chi lo vuole aiutare nella realizzazione del proposito maturato). In punta di principio, a poco o nulla valgono le motivazioni che spesso il pensiero liberal e progressista, per sua natura regolistico e normativista, e quindi illiberale, adduce a giustificazione e vorrebbe fossero recepite in una futura legge: la dignità, la qualità della vita che una malattia terminale e sfigurante metterebbe in gioco, e altri elementi contenutistici di questo tipo. Si tratta di elementi spuri che possono certo essere soggettivamente interpretati in un modo piuttosto che in un altro, e possono quindi entrare nel giudizio del singolo, ma che, proprio per questo, non possono divenire contenuti definitivi di legge, cioè cogenti e validi erga omnes.

Sulla cosiddetta “eutanasia”, così come in genere su tutte le tematiche “eticamente sensibili” che concernono la vita e la morte, è sempre il singolo a dover decidere ed esercitare la propria responsabilità. E la sua libertà è assoluta almeno fino a che non tange quella altrui (l’aborto è un caso a sé e molto complesso). Diciamo che la legge da invocare dovrebbe agire quanto più possibile “in negativo”, cioè dovrebbe aprire un campo per l’espletarsi delle decisioni individuali senza l’intromissione occhiuta di entità terze o dello Stato, ma non andare oltre. Anche il cosiddetto “testamento biologico” non dovrebbe essere troppo minuzioso e dettagliato ma registrare solo una determinata volontà. Lo Stato non dovrebbe impicciarsi dei liberi rapporti fra gli individui, non entrare nella sfera morale: dovrebbe semplicemente garantire a tutti possibilità e libertà (quella che, come non a torto si dice, finisce per ognuno ove comincia l’altrui). Allo Stato più che norme si richiede anche e soprattutto in questo caso, “schritt zuruck”, come dicono i tedeschi, cioè di fare un passo indietro. La deriva biopolitica e bioeticista non è liberale. E, soprattutto, non è affatto inevitabile.

Leggi anche L’assurdo supremo è darsi la morte di Marco Respinti

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di on 20 dicembre 2016. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Ma libertà dell’individuo è anche scelta di morire

  1. adriano Rispondi

    26 dicembre 2015 at 14:31

    Nell’articolo,che condivido nella sostanza,lei ha fatto bene a citare l’aborto.Infatti sono favorevole all’eutanasia ma contrario all’aborto,per il pricipio di responsabilità e perchè in questo caso uno dei soggetti coinvolti decide anche per l’altro.Una legge che stabilisca le modalità del fine vita in Italia non ci sarà mai e se ci fosse sarebbe pasticciata.Preferirei la sua introduzione come prestazione fornita a richiesta dal servizio sanitario.E’una malattia terminale anche la vecchiaia e per chi non ha risorse per gestire con dignità la fine dell’autosufficienza è un dramma ed il doverlo vivere ad ogni costo non dovrebbe essere un obbligo.

  2. francesco Rispondi

    26 dicembre 2015 at 18:55

    Argomento complesso che si integra all’essenza della vita,la sua fine.Dare ragione al primo fideista a buon diritto è difficile e andrebbe compreso l’incomprensibile, cioè che la nostra vita ci è permessa da altri non terreni ed a loro andrebbe il diritto di decidere il quando lasciarla.No la libertà,pur come Respinti spiega non avendola più se non nel registro di un comunismo velato di cui pochi si rendono conto ed al quale in piena stupidità ci siamo consegnati,la libertà in chiave laica presupporrebbe anche la scelta della non sofferenza,della sensazione di abbandono,della non soluzione,insomma della presa d’atto che giorno di sofferenza in più o meno nulla cambia nel destino di una vita e che la scelta di lasciare sia il punto in più rispetto a sistemi religiosi o inni alla vita che altri ,non si sa bene chi,ti hanno permesso.Credo sia un uno a zero a favore del liberale Ocone.

  3. Carlo Gallia Rispondi

    27 dicembre 2015 at 17:21

    Il problema è complesso e io non ho una risposta. Mi pare però che il liberale Ocone, che io di solito leggo con consenso e interesse, vada oltre il segno quando dice che la libertà è assoluta almeno fino a che non tange quella altrui. Il liberalismo autentico, non quello dei libertari come sono spesso i nostri radicali, ha chiaro il senso del limite anche nei confronti di sé. Se fosse vera l’affermazione riportata, si avrebbe il diritto di non andare a scuola, di vendere i propri organi dietro compenso, ecc.. Venendo al caso in questione, chiunque per qualsiasi motivo non voglia più vivere, magari il prigioniero in carcere, avrebbe il diritto di richiedere la somministrazione della dolce morte. Chi sono gli altri per giudicare delle sue sofferenze?
    Basta porsi queste domande per capire che forse il problema non può essere liquidato così.

  4. Mario Mauro Rispondi

    28 dicembre 2015 at 00:18

    Mi rendo conto che legiferare sull’eutanasia, o comunque la si voglia chiamare, ponga dei problemi, ma non capisco le obiezioni di principio
    sopratutto se si tiene conto che abbiamo una legge, come quella sull’aborto, che concede la libertà d’impedire una vita e quindi di uccidere.

  5. alberto Rispondi

    23 dicembre 2016 at 15:48

    “Morte volontaria di malati terminali o cronici in presenza di assistenza medica”
    In certi Paesi nordici viene concessa l’eutanasia anche a chi è semplicemente stanco di vivere o a chi ritiene di aver raggiunto i propri obiettivi e non avere null’altro da fare. Sempre ovviamente dopo un consulto medico pluridisciplinare che attesti la ragionevole liceità della richiesta. Proprio come per l’aborto. Poi qualcuno, medico o familiare elettricista che “stacca la spina” provvede. La morte non naturale è determinata da due possibili cause: suicidio o omicidio. Il suicidio suscita compassione e pietà e non ci possiamo fare niente, l’omicidio è e deve essere sempre punito. E non si dica che aiutare altri a suicidarsi non equivale ad uccidere. Quale è il limite per cui l’omicidio non deve più essere considerato tale? Abbiamo provato a definire tale limite per l’aborto, e ancora non ne siamo venuti a capo, ed ora vogliamo arzigogolare sulle mille questioni etiche e tecniche su come uccidere altre persone? Fate pure, basta che non si tiri di mezzo la parola libertà che con il suicidio e l’omicidio non c’entra affatto.

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