Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

L'intraperdente (in amore)

di Gianluca Veneziani

Io le ho detto “Ti amo” e lei mi ha dato una cinquina

schiaffo 2

                                                                                                                                                “È la mia anima gemella”

                                                                                                                                                 Pinocchio su figa di legno

                                                                                                                                                   (da Nonciclopedia)

In quel tempo eravamo soliti classificare le ragazze con voti, definizioni e materiali. Prima ancora di sapere il nome (ché tanto, si sa, quando ci si presenta a un gruppo si è attenti solo a ripetere bene il proprio nome e non ci si ricorda mai del nome della persona che ci hanno presentato), attribuivamo un numero: «È un 7», dicevamo, se la ragazza era accettabile; «È un 6», se era da one shot, come diceva un mio amico che confondeva donne e cocktail; «È un 5», se rientrava nella categoria “bella di notte”; «È un 2», se era perfetta per i fedelissimi del “Basta che respiri”.

Un altro criterio indicativo era la somma di soldi che si era disposti a spendere per l’eventuale prestazione. «Darei 5mila (lire) per farmela», era la frase più in voga, tra romantici e tirchi come noi. Viceversa, se la ragazza non meritava, si stabiliva la quota che avremmo dovuto noi ricevere per una notte d’amore con lei. «Me la farei solo se mi danno (nessuno diceva «mi dessero», il congiuntivo era proibito) 100 milioni».

Altri amici si sbizzarrivano attribuendo anche un aggettivo alla malcapitata, oltre ai voti e ai soldi da investire. Quelle veramente racchie erano definite scufie, in gergo locale; quelle che ti provocavano ribrezzo venivano liquidate come roiti (parola dall’etimologia incerta che indicava una persona inguardabile). Poi c’erano le vimmone (dal bacino non proprio snello, per usare un eufemismo), le svaccate (quelle un tempo magre che avevano perso la forma), e quelle del mi fa venire il butto, perifrasi per indicare donne in grado di suscitare rigurgiti. Le ragazze belle venivano invece classificate per acronimi: Cbcp (Cresci bene che ripasso, se troppo piccole), Cam (Complimenti alla mamma), Mtf (Mi ti farei).

Non mancava anche chi, per elevare la metafora, ricorreva ai materiali da costruzione. “Chiappe di granito” si usava per chi aveva un lato B parecchio sodo e resistente agli urti, “Tette di gomma” dicevasi di persona munita di abbondante e generoso décolleté con tanto di atterraggio morbido e possibile rimbalzo in caso di caduta, “Figa di legno” (detta anche Woodenpussy) indicava ragazza che faticava a concedersi a un flirt (era una versione ancora più legnosa della “Profumiera”, solita farsi annusare senza farsi mai sfiorare). Tra le fighe di legno erano previste poi alcune sottocategorie: la “figa di mogano”, di qualità pregiatissima e rara e perciò giammai accessibile, la “figa di compensato”, di materiale scadente, che si permetteva di tirarsela pur non avendo le credenziali, la “figa di faggio”, quella che nemmeno in sogno me la faccio, e la “figa di abete”, rinunciando alla quale molti si davano alla vecchia arte del taglialegna (detta anche “uso della sega”).

Un giorno io e un mio vecchio amico, di nome Gianfranco, optammo per l’impresa somma: attribuire a ciascuna ragazza un materiale diverso, ma nel senso delle medaglie olimpiche. Medaglia di bronzo, a quelle con cui ci eravamo limitati a uscire, senza concludere alcunché. Medaglia di argento, a quelle con cui eravamo riusciti a ottenere almeno una pomiciata (detta anche nelle varianti regionali limonata o vavisciata, ossia scambio abbondante e compulsivo di saliva). Medaglia di oro, a quelle (una sparuta minoranza) con cui eravamo riusciti a piazzare il colpo grosso (in gergo si diceva bastonata). Caso volle che in quel periodo io frequentassi una certa Mirena. Proprio quel giorno le avevo preparato un bel biglietto, pieno di romanticherie e frasi a effetto, per celebrare il nostro primo mese insieme.

La sera tuttavia, per uno scambio fortuito al momento della consegna, anziché inserire in busta il testo della lettera strappalacrime, le offrii l’elenco delle ragazze medagliate stilato con Gianfranco. Mirena figurava tra le medaglie d’argento prossime a diventare di oro. Ma quando si accorse della lista, nonostante il mio tentativo sgangherato di rimediare in extremis con un “ti amo”, mi rifilò un ceffone e addio per sempre oro olimpico.

Non riuscii a concludere nulla con lei perché, anziché sul piedistallo, avevo osato metterla sul podio.

Condividi questo articolo!

di on 2 dicembre 2016. Filed under L'intraperdente (in amore). You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Io le ho detto “Ti amo” e lei mi ha dato una cinquina

  1. sergio Rispondi

    2 dicembre 2016 at 16:29

    arridàtece la Signorina Snob, pliz

  2. Padano Rispondi

    6 dicembre 2016 at 15:27

    Io le ho detto “Ti amo” e lei mi ha detto: “Son cinquanta euro, bbello!”

  3. Quindi? Rispondi

    11 dicembre 2016 at 00:23

    No vabbe….se l’intento è un “sex and the city” de noartri, meglio rivedersi tutte le serie. Quest'”articolo” non riesce neanche ad essere volgare….tant’è illeggibile. Resta una domanda: why?

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *