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La burocrazia ammazza due volte

Sono passati quindici anni ma il processo Eternit bis non vede la fine, anzi aleggia il rischio prescrizione. Quasi trecento vittime, altrettante famiglie e norme in fase di studio nei palazzi romani. Chiacchiere, nessuna giustizia

EternitIl giustizialismo non è di casa qui. Neppure la sete di vendetta, la voglia della cella a tutti i costi. Ma rimane un dato inaccettabile: quando ci sono dei morti causati da qualcuno, direttamente o indirettamente, il loro riposo e la sete di conoscenza dei familiari non possono essere rimandati per anni. O meglio, la burocrazia non può uccidere due, tre, quattro volte. Perché è questo che succede, giorno dopo giorno logora i sopravvissuti, gli orfani, i padri e allontana l’addio di chi non c’è più. Un’agonia atrocemente normale in un Paese carico di cavilli e aule di tribunale che non girano come dovrebbero (nel senso della giustizia o perlomeno della logica). Così accade che il processo Eternit  bis soffi su quindici candeline, come gli anni da cui questa vicenda non trova una soluzione.

Ad aprire un fascicolo sulla morte di dodici italiani che lavoravano in Svizzera negli stabilimenti Eternit fu il pm Raffaele Guariniello della procura di Torino nel 2001. Sa allora s’è registrato l’ostruzionismo del cantone Glarona, competente per territorio, l’intervento della magistratura federale elvetica, le perizie, l’indagine. Ed è già il 2006, quando Torino finalmente, dopo due anni di attesa, acquisisce nuova documentazione. Un anno dopo viene chiusa l’inchiesta. Ecco il rinvio a giudizio del magnate svizzero Stephan Schmidheiny e del barone belga Louis De Cartier per disastro doloso. Via al processo che condanna gli imputati a sedici anni. È il 2012. Appello: diciotto anni per Schmidheiny, il barone nel frattempo è morto. Quando nel 2014 la Cassazione dichiara che il disastro ambientale è prescritto le esultanze dei parenti per la condanna sono già lontane. Per il magnate rimane l’accusa di omicidio volontario. L’anno scorso i casi di morte per cui è imputato ammontano a 258. 258 persone morte. L’accusa a omicidio volontario è passata a omicidio colposo mentre si fa largo lo spettro delle prescrizioni: il processo Eternit bis è in corso a Torino ma molti casi saranno trasmessi per competenza territoriale a Reggio Emilia, competente per le vittime di Casale Monferrato (243 casi), e Napoli; a Torino resteranno solo due casi. In tutto questo si sta ancora provando a scrivere a un Testo unico sull’amianto.

Quindici anni sono serviti ad accertare che i cadaveri restassero tali, dunque. La burocrazia pianifica nuove norme e nessuno paga per il danno fatto. Anno dopo anno i parenti delle vittime muoio senza aver visto giustizia, un fine pena mai che se non si prova non si può capire. I tribunali smembrano mirare a un processo che non trova conclusione se non nell’apparente volontà che i colpevoli, presunti o tali, alla fine ne escano come da una nuvola di vapore, accaldati ma uguali a se stessi, liberi di respirare. Invece gli ammalati il respiro l’hanno troncato, chi ha imparato sulla propria pelle che certi mali ti contagiano l’anima anche. Perché sono quei cancri non trasmissibili dal punto di vista clinico ma che ritrovi negli sguardi di intere famiglie. Non c’è fine. Non sappiamo riformare la Giustizia, certamente non vogliamo neppure farlo. Sarebbe almeno il caso di cambiarle nome, prima di finire di svuotare irrimediabilmente la parola.

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di on 2 dicembre 2016. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 commenti a La burocrazia ammazza due volte

  1. Luca Rispondi

    1 dicembre 2016 at 10:32

    Sentenze liberatorie che dessero positività in condanne porterebbero dentro ed in vita una immodesta quantità di casi dove il burocrate autorizza senz aver dovuta arpttenzione e competenze.La gente muore ma loro il menti sette lo aspettano sempre.

  2. Dario Nordista Rispondi

    1 dicembre 2016 at 11:06

    Cara Federica, la giustizia consiste nel condannare le persone, quando colpevoli, per i reati effettivamente commessi, e non per delle imputazioni a capocchia inventate per fare demagogia anche nelle aule giudiziarie. Nella fattispecie sussistono in tutta evidenza numerosissimi casi di omicidio colposo, ma il tentativo della Procura di Torino di ottenere una condanna per omicidio volontario sotto il profilo del dolo eventuale aveva basi fragilissime ed è stato giustamente fatto fallire dalla Cassazione.

    • Federica Dato Rispondi

      1 dicembre 2016 at 11:50

      Gentile Nordista, scrive la verità. Il merito tecnico della questione paradossalmente è quasi un dettaglio: che si tratti di omicidio colposo o volontario la cosa scandalosa sono i tempi ingiustificabili di questa vicenda, come di altre. Per le vittime, per chi ha detto addio a qualcuno e per gli imputati stessi. Questa non è giustizia. Grazie per essere venuto a “trovarci”.

  3. adriano Rispondi

    1 dicembre 2016 at 13:09

    Infatti il problema è il tipo di reato.La ragione suggerisce l’omicidio colposo perché pensare che qualcuno abbia consapevolmente accettato il rischio conoscendolo è disumano.Resta l’assurdità di una sentenza che non c’è e delle prescrizioni inaccettabili.

  4. cerberus Rispondi

    1 dicembre 2016 at 20:46

    Quello che mi preoccupa è il lassismo della Cloaca Maxima, se si centralizza tutto in quel luogo i casi tipo questo saranno infiniti.
    La Cassazione, i ggiudici, la ggiusdizia…..Poveri noi.
    NO.NO.NO.NO.NO.

  5. Padano Rispondi

    2 dicembre 2016 at 09:49

    Ma credete ancora nella giustizia in questo stato?
    Dopo gli indipendentisti accusati di terrorismo?
    Dopo i casi Uva, Cucchi, Aldrovandi…

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