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Ha perso il populismo. Di Renzi

A quelli che derubricano la vittoria del No a un' affermazione del "populismo", occorre far notare che al massimo era la campagna del premier ad avere quest'ispirazione: mance in cambio di consenso, antipolitica generica, slogan privi di sostanza. Ora urge un'alternativa di governo...

 Renzi killerLa sorpresa è comunque grande. Il combinato disposto di una straordinaria partecipazione al voto – altro che antipolitica – e di una larga affermazione dei No, oltre ogni previsione, cambia gli scenari politici e persino i giudizi sulla società italiana. Bisognerebbe valutare come gli effetti di un meccanismo elettorale di tipo maggioritario come l’attuale, combinato con le manovre parlamentari e con il trasformismo su cui si reggeva la maggioranza del governo Renzi, abbiano distorto la percezione dei reali rapporti di forze tra gli schieramenti e impedito di cogliere gli orientamenti reali dell’opinione pubblica. Anche i media, che sono spesso il megafono delle élite, si sono rivelati per questo più attenti alle dinamiche del governo che a quelle della rappresentanza, rinunciando a cogliere spesso gli umori della società. Per questo, oltre che per ragioni di principio, sarebbe stato prudente garantire che le modifiche alla Costituzione fossero sostenute da un consenso più largo. Renzi ha scelto invece la strada opposta, puntando su una impostazione volutamente divisiva nelle modifiche alla Costituzione e continuando a fare del referendum, al di là delle rassicurazioni tardive, un plebiscito sulla sua politica e sulla sua persona. Anzi, sulla sua visione della democrazia, che gli italiani hanno mostrato non solo di non condividere ma addirittura di temere fortemente.

Evitiamo di rubricare il risultato come un’affermazione del populismo, come la manifestazione locale dell’antipolitica che prevale nel mondo. La verità è che era la riforma di Renzi ad avere un’ispirazione populista. Cos’era, se non un inquietante appello populista lo slogan di fondo della sua campagna (“meno politici” ecc.)? Scritto sui manifesti come Mao aveva fatto scrivere sui dazibao il celebre “Bombardate il quartier generale”, in cui indicava nei suoi avversari, lui che era il capo della nomenklatura, il quartier generale da distruggere. A complemento di ciò la campagna del Pd ha avuto accenti obbiettivamente peronisti, con bonus, mance, accordi per opere pubbliche di vario tipo in ogni angolo del Paese, contratti improvvisamente rinnovati, e una campagna martellante e al limite della correttezza, svolta resuscitando antichi collateralismi e andando alla ricerca di endorsement controproducenti all’estero. Tutti elementi che hanno finito per accrescere l’ostilità nei confronti della riforma.

A chi parla di una deriva coerente con le tendenze di altri paesi, si dovrebbe obbiettare che semmai l’esito del voto fa segnare invece un ridimensionamento del rischio populismo. La grande novità è che le forze considerate “antisistema” (il M5s in particolare) e quelle sorte nella Seconda Repubblica (FI e Lega in particolare) si sono schierate – certo, anche con una componente di strumentalità – , a difesa della Costituzione del ’48. Un fatto di enorme significato, che le “sdogana” e le legittima come protagoniste di una eventuale riforma della Costituzione condivisa e come possibili forze di governo. Più in profondità, si potrebbe riconoscere nel referendum il compimento della riconciliazione tra la Costituzione e quella parte del Paese che si era sempre sentita estranea alla narrazione della “Costituzione nata dalla Resistenza”.

Il destino del sistema politico è di nuovo aperto. Il fallimento dell’ipotesi del “partito della nazione” e la scomposizione degli schieramenti pone a tutti, ma in particolare al centrosinistra, il problema di come ricomporre la spaccatura evidente tra i cittadini e i partiti. Perché il referendum sembra dirci, con la partecipazione e la passione del voto, che il problema non è il rapporto con la politica ma le forme, i canali della rappresentanza, ovvero la capacità delle forze politiche di dare voce agli italiani. La domanda che bisognerebbe porsi è quale sia l’alternativa che siamo in grado oggi di opporre al populismo. Non sono in discussione né la necessità di un ruolo più sobrio della politica e nemmeno le ragioni di un’economia di mercato fondata su una corretta “etica del capitalismo” (come direbbe Max Weber) ma piuttosto la necessità di prendere posizione nei confronti dell’ideologia e della realtà della globalizzazione che abbiamo conosciuto in questi anni. Se non si sa proporre un’alternativa al dominio della finanza internazionale e dell’Europa delle burocrazie – che hanno tentato inutilmente di condizionare anche questa volta le scelte degli elettori subendo una bruciante sconfitta – e a una cultura funzionale agli interessi delle élite cosmopolite indifferenti verso le tradizioni culturali e alle dimensioni locali, allora le ragioni del riformismo vengono a mancare. Bruciando metaforicamente i libri della vecchia politica, la stagione di Matteo Renzi ha finito per sostituirli con il catalogo dell’Ikea.

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di on 7 dicembre 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Ha perso il populismo. Di Renzi

  1. cerberus Rispondi

    5 dicembre 2016 at 21:20

    In tutta sincerità la foto che avete messo per l’articolo dice tutto.
    La batosta è netta e lo “story telling” renziano si è dimostrato per quello che è, lunga storia grande bugia.
    Ora non facciamo cazzate,uniamo il CD ITALIOTA e andiamo al palazzo,la prospettiva di avere la setta Grillina al potere è allucinante.

  2. Luca Rispondi

    5 dicembre 2016 at 21:56

    Forse il paese non si era mai incartato come in questo periodo.Diciamo anche grazie a mani pulite che distrusse una classe politica che comunque si traeva da una scuola politica .Oggi chiunque abbia l’ugola buona è pur senza ne studi ne competenze si può o si trova su una bella poltrona.La presunzione prende il posto della ragione politica e l’occasionalità diventa regola per tanti.Troveremo ancora Renzi vari ,anche se lui ha del talento furbaiolo che ha usato malissimo.

  3. Emilia Rispondi

    5 dicembre 2016 at 22:59

    Condivido i commenti di cerberus e Luca.

  4. Epulo Rispondi

    6 dicembre 2016 at 07:47

    col ’68 hanno distrutto la scuola e lo Stato (oltre che la famiglia); non mi sorprendo che oggi non ci sia uno straccio di classe dirigente. Nè politica, nè imprenditoriale, nè culturale.

    • Milton Rispondi

      6 dicembre 2016 at 18:03

      Condivido ed aggiungo che purtroppo si continua a peggiorare. Infatti la stragrande maggioranza degli insegnanti è ignorante, sfaccendata, presuntuosa, antimeritocratica, e conseguentemente ovviamente “de sinistra”.
      Da gente che ha come principale scopo quello dello stipendio a fine mese, della pensione al più presto, e dell’avvicinamento a casa a tutti i costi (vedi false invalidità) cosa dobbiamo aspettarci ?.

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