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Essere veneti. Per diventare liberi e indipendenti

Veneto«Quando leggo Emerson o Fitzgerald, sento la presenza dello “spirito del popolo” americano. Quando leggo l’Antico Testamento o Kafka, sento lo spirito ebraico. Quando leggo uno haiku o Kawabata, sento lo spirito giapponese. Ma che cosa mi testimonia l’esistenza, ad esempio, d’uno spirito “veneto”?».

È uno dei tanti commenti apparsi nell’ultima settimana sui social. La questione dellidentità veneta, di solito, riempie internet e non le piazze. Ma negli ultimi giorni è stato diverso. Si è parlato di cosa significhi «essere veneto» anche nei negozi e negli uffici e soprattutto si è parlato di cosa vuol dire «parlare veneto». Martedì 6 dicembre è stata approvata la legge sul cosiddetto bilinguismo, una norma lanciata da quattro piccoli comuni ad alto tasso di venetismo: Grantorto, Resana, Santa Lucia di Piave e Segusino. L’obiettivo è quello di tutelare la lingua veneta, ma le reazioni sono state perlopiù ostili. Al famigerato bar si sono chiesti «quanto costerà» questa trovata, «chi ci beneficerà». I giornali locali si sono a lungo mostrati ostili verso una norma che ritengono nient’altro che uno spot elettorale. Poi ci sono le star come Natalino Balasso, uno che deve sicuramente parte del successo al modo in cui parla, contraddistinto da un accento marcatamente polesano, secondo cui il veneto è una lingua inesistente. Le critiche degli intellettuali impegnati sono di due tipi: c’è chi ritiene che il veneto non abbia dignità di lingua, troppo simile all’Italiano, e chi lo ritiene un insieme parlate mutualmente inintelligibile nel raggio di pochi chilometri. C’è persino chi riesce a sostenere entrambe le tesi, non curandosi del fatto che siano in palese contraddizione.

Senza entrare nei dettagli della legge, sicuramente controversa, il dato pacifico è che questo provvedimento ha diviso ancora una volta i veneti, molti dei quali si sono dati da fare per trovare argomentazioni brillanti per smentire l’esistenza di un patrimonio culturale comune, finanche linguistico.

Che esistano i veneti «self haters» non è una novità. La mancanza di una strategia comune, «di popolo» nelle sfide politiche che pone il quotidiano è la costante. Come i veneti si stanno dividendo sul bilinguismo (sul principio, non sulla legge in sé, si badi bene), si sono divisi anche sul recente voto referendario. Tutta un’altra musica rispetto a quel clamoroso 63,4% di Sì che è giunto dal Sudtirolo. Percentuale che corrisponde significativamente alla popolazione di madrelingua tedesca della provincia autonoma di Bolzano. Anche in questo caso, non si tratta di entrare nel merito della riforma costituzionale, ma di prendere atto che i sudtirolesi hanno votato in maniera compatta, presumibilmente nella convinzione di difendere i loro interessi. Anche in Veneto, certamente, il risultato è stato netto: 60% di «No», con grande partecipazione alle urne. Ma di chi è quel 60%? Nessuno è in grado di dire se sia stato un voto «contro il centralismo» oppure semplicemente «contro Renzi», come presumibilmente è avvenuto in gran parte d’Italia. Il mondo indipendentista ancora una volta non ha avuto una presa di posizione univoca, con molti esponenti che hanno preferito ostentare un rifiuto di recarsi alle urne per una consultazione che riguarda «uno stato occupante». Dall’altro lato, alcuni parlamentari veneti impegnanti nella campagna per il sì, hanno mostrato una visibile insofferenza verso una regione che, a parer loro, insiste in un localismo ottuso, anziché spendersi per il bene superiore dell’Italia intera.

La lingua veneta potrà pure esistere, la cultura, l’identità veneta anche. Quello che sembra non esistere è una coscienza di popolo. Oppure, perché no, una coscienza di classe, visto che il problema principale, com’è noto, è di natura economica e risiede nell’enormità della pressione fiscale a cui il tessuto produttivo veneto è sottoposto per il «privilegio» di restare in Italia.

In Emerson e negli altri grandi autori del trascendentalismo americano si può rinvenire, in effetti, uno «spirito nazionale», che altro non è la convinzione di imboccato una strada comune, nello specifico quella della libertà e dell’emancipazione. Tra i veneti, in questi giorni, si è visto solo reciproca diffidenza e il desiderio di cercare uno scontro «a casa loro», anziché individuare un comune nemico (in senso schmittiano) esterno: quello che toglie loro il frutto della loro fatica e, sempre di più, anche il loro futuro.

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di on 15 dicembre 2016. Filed under Veneto intraprendente. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Essere veneti. Per diventare liberi e indipendenti

  1. Cellarius Rispondi

    15 dicembre 2016 at 12:58

    Finalmente uno che ha centrato il problema. Se siamo giunti a questo la colpa di chi è? Sicuramente dell’Italia che, batti e ribatti, con la scuola, con la stampa e la televisione, con gli “intellettuali” ormai è riuscita a “fare gli italiani”.
    Quello che dispiace è vedere quanti kapò nostrani ci siano in giro.
    Una lingua – un popolo – una nazione – una terra – uno stato, era la progressione che cento anni fa E. Nikisch indicava ai popoli che volevano liberarsi dal giogo straniero. Giustamente la Regione ha posto il problema della lingua, ma se non c’è risposta positiva vuol dire che ormai non siamo più un popolo ma un branco di beoti talmente deprivati di cultura e di coscienza da essere contenti della condizione attuale: cornuti e mazziati.
    Ma la responsabilità va anche a quei Grandi Capi, da Rocchetta – Marin a Bossi ecc. che, pur avendo il potere di farlo, non hanno mai fatto nulla di serio per risvegliare le coscienze ma hanno guardato solo al loro interesse e hanno fatto solo danni. Perché, per esempio, non hanno mai fatto un libro di storia da proporre alle scuole?

  2. Monica Rispondi

    18 giugno 2017 at 18:48

    Gent.le Sig.Cellarius
    navigando cercando dati di imprenditori e non, veneti (suicidi comunque per la crisi-dopo gli imprenditori arrivano anche gli ex dipendenti) di cui non trovo aggiornamenti nonostante un caso la scorsa settimana al mio paese natale, mi sono imbattuta in questa testata di cui, chiedo venia, non ne conoscevo l’esistenza.E quindi ho letto la sua di cui sopra.
    Su Marin e Bossi non posso dire nulla (non li conosco se non giornalisticamente parlando o poco più) ma per quanto riguarda il Sig. Franco Rocchetta mi dispiace Lei si sbaglia alla grande.Nessuno e dico nessuno non può riconoscere l’onestà intellettuale di Rocchetta.Certo modi e sistemi sono discutibili e anche non sempre condivisibili.Sono d’accordo con Lei che una rivoluzione pacifica si fa riscoprendo la propria cultura, volutamente fatta dimenticare, molte volte travisata e beffeggiata.Quindi proprio in virtù di quanto da Lei asserito sopra le auguro BUON LAVORO

  3. Cellarius Rispondi

    25 giugno 2017 at 00:22

    Gentile Signora Monica,
    Lei era presente quando fu costituita la Liga Veneta? Quando ha conosciuto Franco Rocchetta e con che frequenza lavora con lui? Frequenta anche i suoi tirapiedi: Baccioli, Schiavon, Zilli, ecc? Parli con chi lavorava per l’autonomia (indipendenza) durante gli anni ’80 e poi vedremo se la Sua fede nell’onestà intellettuale di Rocchetta sarà ancora incrollabile.

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