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Se dire “partito” è diventata una parolaccia

cettolaqualunque

Adesso anche Stefano Parisi ha il suo “movimento”, Energie per l’Italia. Un nome che sembra una delle sigle biascicate dagli addetti dei call center che ormai ci scassano quotidianamente i cabbasisi anche sul cellulare per convincerci a cambiare il contratto della luce o del gas. A creare movimenti, associazioni e fondazioni ci hanno provato in tanti. Qualcuna continua a sopravvivere più o meno stentatamente. Altre – do you remember Luca Cordero di Montezemolo o Corrado Passera? – hanno presto gettato la spugna. Ma se ci sono fondazioni morte prematuramente, pure i partiti non sembrano in buona salute. Anche quando tentano, più o meno, di camuffarsi da “movimenti”.

Del resto, le bizzarre nomenclature dei partiti della seconda Repubblica, la loro simbologia fredda e insignificante, l’evanescenza delle loro culture organizzative sono lì a dirci che, da noi almeno, il tentativo – o la velleità – di dare un senso alla transizione del sistema, più ancora che nel livello degli ordinamenti e dei principi, si è mosso verso l’invenzione di nuovi soggetti politici. Aveva iniziato Achille Occhetto, definendo il partito che sarebbe sorto dalle ceneri del PCI come “la cosa”. Erano i tempi in cui un partito-non-partito, la Lega Lombarda, sembrava avere il vento in poppa, e ben presto avrebbe fatto il suo esordio trionfale Forza Italia, un altro “movimento” che aveva rinunciato ostentatamente a definirsi come un partito. Et pour cause: la polemica contro “la partitocrazia” conosceva allora il suo acme e centinaia di magistrati, accompagnati da un allegro corteggio di giornalisti della carta stampata e delle televisioni, erano impegnati pancia a terra a dimostrare l’equazione tra partiti e corruzione. Riuscendoci, peraltro, fin troppo bene, anche in virtù di un obbrobrio giuridico e politico: l’invenzione della “corruzione ambientale”, che implicava un giudizio sommario e liquidatorio proprio verso i partiti.

Questo spiega forse perché solo in Italia la campagna contro i partiti abbia provocato una tale disarticolazione del sistema da spazzare via non solo le ideologie del dopoguerra ma anche i soggetti politici che le avevano incarnate e il patrimonio di partecipazione che li aveva fatti vivere. Strano davvero che proprio noi che un quarto di secolo ci siamo ripetuti che avremmo dovuto “imparare dall’Europa” non ci siamo mai accorti che fuori dai nostri confini nessuno o quasi ha cambiato nomi e simboli con la nostra stessa velocità. Non la Germania, non la Francia, non il Regno Unito. Per non parlare degli Stati Uniti.

È vero, certo, che da noi si era esagerato. La colonizzazione della società civile, l’occupazione di pezzi di economia sottratti impropriamente al mercato, la “lottizzazione” della pubblica amministrazione, la compiaciuta autoreferenzialità del ceto politico avrebbero richiesto da tempo una correzione radicale delle regole e dei comportamenti. Un’autoriforma che è mancata troppo a lungo. Ma è difficile pensare che, dopo il lavacro del 1992-93, le cose vadano davvero meglio o, almeno che la ferita di allora sia stata rimarginata. Altrimenti, se non con l’onda lunga di quella stagione, non si spiegherebbero i recenti successi del M5s.

Pietro Scoppola, analizzando la storia italiana del dopoguerra, aveva parlato di una “Repubblica dei partiti”, mettendo in evidenza l’ambivalenza, l’ambiguità di un processo che era stato in grado di ricostruire una democrazia pluralista ma che era inevitabilmente (?) incorso in una forma di paternalismo che avrebbe dovuto essere abbandonato da tempo. All’origine c’erano “la democrazia che si organizza” attraverso i partiti di Palmiro Togliatti ma anche la convinzione del grande giurista cattolico Costantino Mortati che i partiti avrebbero dovuto costituire “la base democratica del nuovo Stato”. E c’era la lezione del fascismo. Perché – va detto – del fascismo i costituenti di allora seppero prendere le distanze per quanto riguarda i principi e gli ordinamenti della Repubblica ma non dimenticarono la novità di una formula che cercava di dare espressione ai bisogni di integrazione politica delle masse, trascurati dal vecchio partito liberale. Fu questo a spingerli fino a organizzare, al di fuori ma a fianco dei partiti, una vasta costellazione di strutture collaterali, in campi come lo sport, il tempo libero, la cultura, gli specifici interessi di categorie sociali, delle donne, dei giovani ecc. La novità sarebbe stata rappresentata dal nuovo contesto pluralistico, dalla competizione che esso avrebbe richiesto e favorito. Ma una vera rottura non ci fu.

Lo schema resse, fino a quando la società italiana non fu cresciuta e gli individui avrebbero chiesto una maggiore autonomia nel costruire le loro identità e nel perseguire i propri obbiettivi. Allora anche a Mortati quella di puntare sui partiti come soggetti esclusivi della rappresentanza sembrò una scommessa persa, facendogli dire che: “partiti riflettono … lo stato di scarsa educazione… del popolo, mancano di solide tradizioni di attaccamento agli ideali di libertà, raccolgono un’infima minoranza della popolazione…”.

Questo sembra, ad oggi, lo stato delle cose. Che i partiti possano e debbano rigenerarsi e in che modo è evidentemente un’altra scommessa. Se non lo faranno, però, non possiamo poi lamentarci di Parisi.

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di on 25 novembre 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Se dire “partito” è diventata una parolaccia

  1. aurelio Rispondi

    25 novembre 2016 at 13:08

    Ormai solo case padronali e ridotte a scartamento con conduzione da regime.-Ma questo è adesso e questi siamo.Ci rappresenta meglio e con “forza” don peppino che i rappresentanti dei cittadini un tempo chiamati partiti.Certo alle colte succede che ti spari se non segui o esegui ma la democrazia in questo paese si fa anche così.

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