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Loro sono ancora fedeli. A Fidel

Carla Ruocco, Vittorio Zucconi e Luigi De Magistris

Carla Ruocco, Vittorio Zucconi e Luigi De Magistris

Scorrere le prime pagine dei giornali del passato fa sempre bene. Basta tornare al 1953 e vedere cosa si scriveva della morte di Stalin, per trovare attenzione, tatto, cordoglio, rispetto, aneddoti, più l’apologia ufficiale su L’Unità, che allora era l’organo ufficiale del Pci. Oggi non c’è più il Pci, lo stalinismo è condannato dalla storia con i suoi 20 milioni di morti (stimati al ribasso) e in compenso è morto l’ultimo degli stalinisti: Fidel Castro, dittatore di Cuba. Alla sua scomparsa, i toni delle cronache e le dichiarazioni si avvicinano in modo inquietante a quelle del 1953. Tatto, cordoglio, aneddoti e rispetto. Dunque: nessun vero rispetto per le sue vittime.

Il Corriere della Sera dedica tutta la sua copertina alla morte del dittatore. Ma non lo chiama dittatore. In primo piano campeggia “Il dolore del Papa” e la foto di Fidel assieme a Bergoglio: i due vecchi saggi che vogliono il bene dell’umanità, sembrerebbe il significato dell’immagine. E poi la citazione “Nessun vero rivoluzionario muore invano”. I rapporti con l’Italia e la foto con Agnelli. E “la lunga avventura di Fidel” in sette comode tappe. Ed è bene ripeterlo: questo è il Corriere della Sera, il quotidiano della “borghesia”, non L’Unità o il suo equivalente cubano (il Granma). La Repubblica appare già più in chiaro-scuro. Per lo meno c’è la condanna di Saviano. Ma anche i timori di Vittorio Zucconi sul fatto che: “Cuba farà un salto indietro di decenni” perché diventerà, come negli anni ’50, “il parco di divertimento per gli americani”. Magari! direbbero i cubani, che negli anni ’50, anche grazie agli americani, erano una delle nazioni più prospere dell’America del Sud. Non erano liberi nemmeno allora, ma l’autoritarismo del socialista Batista appare ora come un “parco dei divertimenti” rispetto al totalitarismo comunista che è venuto dopo. Per Zucconi, l’unico vero problema è Trump: “Un’America che è tornata ad essere, al tempo stesso, isolazionista e aggressiva”. E alla conclusione della vita di un dittatore: “il monumento più triste potrebbe essere un grattacielo nel cuore dell’Avana con la scritta a caratteri d’oro, non ‘Via la Revolucion’, ma ‘Trump Tower’”.

“Nessun vero rivoluzionario muore invano”, preferisce ricordarlo così la capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, Carla Ruocco, affiancando la foto del Lider Maximo a quella di Gianroberto Casaleggio. Casaleggio, l’uomo di Internet (che a Cuba è tuttora censurata) e della democrazia diretta (che a Cuba non è neppure indiretta), uno che all’Avana, nei tempi in cui si credeva ancora realmente alla rivoluzione, sarebbe quasi certamente finito di fronte a un plotone d’esecuzione. Senza considerare il tributo a Fidel del sindaco di Napoli Luigi De Magistris che lo definisce, in un italiano un po’ difficoltoso, un grande visionario: “È morto Fidel Castro: ha fatto storia nel Novecento. Insieme al Che hanno fatto sognare milioni di giovani e sperare in un mondo diverso”.

Quanto tatto, poi, dimostra la Radio Vaticana che della sua lunga carriera di repressore di tutte le religioni (almeno fino alla svolta senile, quando l’Urss era scomparsa e Cuba doveva ritrovare un ruolo nel mondo) e persecutore dei cristiani, sceglie la formula: “Controverso il giudizio sulla sua figura: accusato da una parte di violare i diritti umani e dall’altra lodato per miglioramento delle condizioni di vita sull’Isola”. Condizioni di vita “migliorate” nell’isola in cui, nel 2016, si viaggia ancora con le auto del 1959, dove il tempo è congelato al momento della vittoria di Fidel, non per scelta, non per far piacere ai turisti a caccia di avventure esotiche, ma perché il sistema socialista ha letteralmente fermato l’orologio della storia. Soliti a scaricare tutte le colpe sull’embargo americano (dimenticando il commercio con l’Ue, gli aiuti petroliferi del Venezuela e mezzo secolo di sostegno dell’Urss), il dittatore cubano non ha mai assunto la responsabilità di questo fallimento. Ha preferito perpetuare il mito dell’assediato, del vincitore contro gli esuli cubani che avevano tentato l’impresa disperata alla Baia dei Porci, tenendo viva la memoria di quella facile vittoria ogni singolo giorno di vita del suo regime. “Questo gli valse l’appellativo di Líder Máximo ovvero il Condottiero Supremo capace di resistere all’embargo americano”, commenta una Radio Vaticana che qui pare prendere sul serio la sua propaganda.

Non c’è nessun rispetto per le sue vittime, come dicevamo. Nessuno. Radical Chic che si spellano le mani per i docufilm sui migranti e inorridiscono di fronte alla parola “respingimenti” non hanno evidentemente nulla da dire sui “balseros” cubani. Quelli che prendevano il largo alla disperata, su zattere e mezzi di fortuna, per scappare dal “paradiso”. Appena ventidue anni fa, l’esercito cubano ne bombardò le zattere con sacchi di sabbia, affogò i superstiti usando gli idranti. Ma le nostre anime belle, quelle che vogliono costruire ponti e non muri, su questo episodio hanno la memoria cortissima. Nulla da dichiarare da chi visita le carceri e denuncia l’inumanità di San Vittore o Regina Coeli, ma dimentica le decine di migliaia (fino a mezzo milione, in quasi sessant’anni di regime) di carcerati, sepolti vivi, immersi nelle feci (come il dissidente Armando Valladares), rinchiusi nelle “tostadores” di lamiera esposte al sole tropicale. Nulla da dire sugli 11mila giustiziati, senza processo o con processi farsa, per motivi ideologici, o di coscienza. Nulla da dire, da parte dei sensibili difensori dei diritti Lgbt, per le migliaia di omosessuali mandati ai lavori forzati nei gulag cubani, torturati fisicamente e psicologicamente.

La storia è scritta dai vincitori. Castro non è un vincitore, ma è morto nel suo letto, non è mai stato sconfitto in battaglia e il suo regime, per ora, gli sopravvive. Come per Mao e per Stalin, altri dittatori invitti, dovremmo attendere un bel po’ di anni prima di iniziare a rileggere le prime pagine di oggi e chiederci: “Come abbiamo fatto a ignorare così la memoria delle sue vittime”.

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di on 26 novembre 2016. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 commenti a Loro sono ancora fedeli. A Fidel

  1. pupi Rispondi

    26 novembre 2016 at 20:38

    Purtroppo per chi e’ a Sx l’assoluzione e’ sempre pronta. Tutto si fa in nome e per conto del Popolo!!! Che poi lo steso viva nella poverta’ piu’ assoluta e che i dissidenti vengano giustiziati sono solo incidenti necessari alla causa della Revolution….

  2. lombardi-cerri Rispondi

    27 novembre 2016 at 07:14

    Mi piacciono i personaggi del trio che , stando comodamente in poltrona nelle loro ville di Capalbio indicano “a quelli fuori” come devono vivere LORO.

  3. Luca Rispondi

    27 novembre 2016 at 09:22

    Si il controllo di quel paese è’ stato totale e il dittatore,cosa poche volte accaduta,è’ morto nel suo letto regalando il potere totale al fratello .Ma da dittatore ha ke mani macchiate di sangue alla grande.Nulla da omaggiare se non da chi ama e sostiene sostenuto i regimi dittatoriali.

  4. orsonero Rispondi

    27 novembre 2016 at 11:29

    per una persona che nel suo
    DNA e’ comunista anche se oggi
    non ha piu’ il coraggio di chiamarsi
    tale,perche’ semplicemente non gli
    conviene,i milioni di morti che
    questa nefanda ideologia ha
    causato dovunque nel mondo,
    sono soltanto un
    effetto collaterale.

  5. cerberus Rispondi

    27 novembre 2016 at 16:58

    Mi sono rimaste in mente le parole dei “compagni”nostrani quando le BR ammazzavano i borghesi fascisti (a detta loro). Compagni che sbagliano,dicevano gli ipocriti. Sono gli stessi che lodano il Fidel, sono gli stessi che sventolano le ridicole bandierine rosse con falce e martello oggi e sono gli stessi che odiano chi non la pensa come loro.
    Anacronistici e obsoleti personaggi chiusi nel loro mondo di utopie fallimentari.

  6. Menordo Rispondi

    28 novembre 2016 at 09:25

    “Gli alberi si vedono dai frutti” e i frutti di Castro si vedono adesso che Cuba vuole tornare, anche se lentamente, ma a tutti i costi, al capitalismo. Che cosa ha ottenuto Castro ? Povertà, miseria, arretratezza, morti ed esuli. La storia lo ha condannato. E questi quattro infatuati di Castro e Guevara stanno ancora lì a cantare con gli Inti-Ilimani come nel ’68. Ma quand’ è che crescono ???

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