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La sparigliata di Trump

Mentre Wall Street segna record storici, lui va nella tana del serpente, la redazione del New York Times, e snocciola la sua agenda con toni presidenziali. Poi nomina ambasciatrice all'Onu Nikki Haley, prima donna di origini indiane ad avere un incarico del genere. Li sta facendo impazzire...

trumpObiettivamente sta diventando divertente, specie per chi nell’isteria generale ha provato a suggerire che forse Donald Trump non era l’Orco della democrazia americana. Mi riferisco all’abisso ormai incolmabile tra la realtà e il suo commento da parte del mainstream nostrano. Il mondo brucerà, Wall Street in picchiata, contagio planetario, assicuravano tutti il giorno dopo l’ascesa di The Donald, piuttosto che chiudersi in un auspicabile silenzio di riflessione. E, mentre il neopresidente repubblicano avanza con la composizione della squadra (a proposito, alla Cia un congressman che “non vede l’ora di smantellare l’accordo con l’Iran”, gaudio magno) e lascia trapelare snodi scelti accuratamente dall’agenda dei fatidici 100 giorni, Wall Street sta battendo ogni record. DowJones per la prima volta nella storia sopra i 19mila punti, tutti gli indici principali alle stelle, fiducia dei mercati in impennata. Ed è meraviglioso, perché questo trionfo di Wall Street viene sobriamente impaginato nelle sezioni economiche, viene trattato come un fatto tecnico assolutamente indipendente da un dettaglio trascurabile come il cambio di politiche alla Casa Bianca, il Corriere riesce ad assicurarci che l’exploit avviene “nonostante” Trump, è un caso di rimozione collettiva, quando ovviamente se la Borsa fosse precipitata in tutte le redazioni italiote erano già apparecchiati i titoli seriali sull’ “effetto Trump”.

Ieri è stata davvero una giornata di scacco matto, per i professionisti dell’apocalisse e il loro pubblico di riferimento, gli intossicati del politicamente corretto, la “generazione pussy” che secondo Clint Eastwood ha rinunciato ad agire e a pensare (da sempre due facce della stessa medaglia nella grande tradizione pragmatista americana). Erano già parecchio nervosi, perché da giorni The Donald non rispettava la parte in commedia, non sbraitava, non minacciava purghe nazionali, bensì si comportava come qualunque presidente designato, si confrontava insieme al suo staff sulle priorità e passava le giornate a ricevere amici e soprattutto nemici da cooptare, come ogni bravo politico, a partire da quel Mitt Romney che è la quintessenza del repubblicanesimo “presentabile” (categoria inventata da chi non è repubblicano, chiaramente) e che ha ottime possibilità di diventare segretario di Stato, fino a Henry Kissinger, un totem bipartisan, ormai un mito disincarnato che però mostra plasticamente uno dei principali riferimenti di Trump nella destra americana, fin dai discorsi delle primarie, ovvero Richard Nixon. E come se tutto questo non bastasse, che gli fa “il tycoon”, come continuano a ripetere con disprezzo, dimenticandosi di parlare a un Paese in cui la ricchezza è un merito? Si reca sorridente nella tana del serpente, dritto nella sede del New York Times, si siede di fianco all’editore Arthur Sulzberger Jr e al gotha del giornale, e snocciola le sue ricette in faccia al nemico supremo, il giornale più prestigioso d’America obbligato a chiedere scusa ai lettori all’indomani delle elezioni per non aver capito nulla dello stato del Paese.

Sta facendo saltare tutto, Donald Trump, recandosi al New York Times non è presidenziale, è iper-presidenziale, porta il dibattito nella sede dei suoi odiatori, ribalta la sua caricatura e ne esce come una voce che unisce la nazione al cospetto di un pugno di privilegiati prevenuti. «Non ho niente a che fare col cosiddetto movimento alt-right, non è un gruppo che ho intenzione di rivitalizzare», com’era ovvio per un miliardario newyorkese cosmopolita, l’opposto antropologico di certa fuffa ipertradizionalista. «Se pensassi che Steve Bannon è razzista o di estrema destra , non avrei nemmeno pensato di assumerlo». Semplicemente, «Breitbart è solo un giornale, certamente sono molto più conservatori del New York Times, ma è sempre solo un giornale», ed ecco la lezione di pluralismo nel tempio del pensiero unico liberal, una profanazione salutare e liberatoria. «Non intendo perseguire Hillary per l’affare delle mail. Non intendo fare scelte che continuino a dividere il Paese», e quasi li vedi, smunti, disperati, appesi ai loro account twitter senza poter sparare nessuna cartuccia, perché quest’uomo sta parlando come un presidente, a dirla tutta molto di più del Barack Obama che durante la campagna elettorale delegittimava quotidianamente il candidato del Grand Old Party, ed è la nemesi definitiva. Fino al colpo finale «vorrei rendere possibile la pace tra Israele e i palestinesi», quello che non è riuscito a due presidenti democratici, che difficilmente riuscirà a Trump, ma che certo smentisce l’ennesima caricatura.

Li ha presi a sberle, The Donald, con affabilità e moderazione, e proprio questa è la loro sconfitta, una sconfitta gigantesca, perché nella sala del New York Times c’erano metaforicamente tutti, gli indignati, i democratici a corrente alternata, i fondamentalisti del pensiero unico obamiano, gli intellò europei starnazzanti ai loro cocktail sul destino dell’America senza averla mai vista, gli acculturati ignorantissimi che si sono permessi di parlare di “fascismo” nella terra dei liberi e la patria dei coraggiosi, gli elitisti da strapazzo e gli inviati dalla loro poltrona. E oggi li tira un altro colpo, ormai infierisce, e infierirà ancora, nominando ambasciatrice all’Onu la governatrice del South Carolina Nikki Haley, prima donna di origini indiane a ricoprire un ruolo primario in un’amministrazione Usa, una tosta conservatrice reaganiana su tasse e ruolo dello Stato, ma anche una che si schierò nettamente contro Trump alle primarie, perché così fa un presidente. Spariglia col sorriso, ed è un sorriso che li sta seppellendo tutti.

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di on 26 novembre 2016. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

8 commenti a La sparigliata di Trump

  1. Padano Rispondi

    23 novembre 2016 at 16:47

  2. adriano Rispondi

    23 novembre 2016 at 17:36

    Vero.Si muove bene e dice cose giuste.Auguriamoci anche che le faccia.Preoccupa però chi ancora non si rassegna e sembra voglia ricontare i voti parlando di manipolazioni elettroniche da parte di hacker russi.Speriamo sia solo acidità residua da digestione difficile.

  3. Emilia Rispondi

    23 novembre 2016 at 17:57

    Questo non è niente, il meglio (o il peggio per qualcuno) deve ancora venire.

  4. Francesca Rispondi

    24 novembre 2016 at 11:25

    Il punto è che il nuovo presidente ha detto
    cose in campagna elettorale Ben diverse.
    Voleva perseguire Hillary e ora non più, voleva rompere gli accordi di Parigi
    E ora non sembra che accadrà.
    Gli americani cosa hanno votato quindi?
    Ovvio che nessuno ha parole.
    Men che mai chi lo ha votato.
    E tutti gli intellettuali europei saranno ben
    lieti che lui non faccia ciò che ha detto avrebbe fatto.

  5. Francesca Rispondi

    24 novembre 2016 at 11:25

    Il punto è che il nuovo presidente ha detto
    cose in campagna elettorale Ben diverse.
    Voleva perseguire Hillary e ora non più, voleva rompere gli accordi di Parigi
    E ora non sembra che accadrà.
    Gli americani cosa hanno votato quindi?
    Ovvio che nessuno ha parole.
    Men che mai chi lo ha votato.
    E tutti gli intellettuali europei saranno ben
    lieti che lui non faccia ciò che ha detto avrebbe fatto.

  6. Francesca Rispondi

    24 novembre 2016 at 11:25

    Il punto è che il nuovo presidente ha detto
    cose in campagna elettorale Ben diverse.
    Voleva perseguire Hillary e ora non più, voleva rompere gli accordi di Parigi
    E ora non sembra che accadrà.
    Gli americani cosa hanno votato quindi?
    Ovvio che nessuno ha parole.
    Men che mai chi lo ha votato.
    E tutti gli intellettuali europei saranno ben
    lieti che lui non faccia ciò che ha detto avrebbe fatto.

    • Emilia Rispondi

      25 novembre 2016 at 10:03

      Ma perché se avesse vinto la Billary avrebbe fatto quello che ha detto in campagna elettorale?

  7. sergio Rispondi

    25 novembre 2016 at 12:02

    per l’intanto consoliamoci con allegre novelle → https://twitter.com/Inter/status/801874872548859908?lang=en

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