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La libertà dei veneti tra realtà e mitologie

Veneto_-_Bandiera_San_Marco

Il prossimo 28 novembre il Consiglio regionale del Veneto metterà ai voti il «Progetto di legge 116» che, rifacendosi alla «Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali» del Consiglio d’Europa, vorrebbe che anche ai veneti fosse attribuito lo status di «minoranza nazionale»: il popolo veneto, già di per sé «un fatto evidente sul piano sociale, storico, linguistico e culturale», avrebbe diritto di richiedere – anzi: di pretendere – il formale riconoscimento della sua specifica identità nel più ampio contesto dello stato italiano. Ciò comporterebbe l’introduzione del bilinguismo nelle aule scolastiche, in televisione, nella cartellonistica stradale, una marcata autonomia amministrativa e più o meno consistenti agevolazioni fiscali: per un Veneto formato Südtirol, finalmente libero di essere sé stesso. Il progetto può apparire suggestivo, nel suo intento di restituire alla cittadinanza la sua dignità e la sua identità di «popolo»: al «popolo» infatti il Progetto di legge fa costante riferimento, attribuendogli connotati linguistici e geografici del tutto oggettivi e una storia plurimillenaria, rievocata per sommi capi in apertura del testo.

Ma è lecito dubitare che il «popolo» sia realmente interessato a queste mitologie. Quanti veneti che parlano abitualmente il dialetto sono tuttavia restii ad una aperta politicizzazione della loro identità linguistica o culturale? L’amore per il proprio territorio, il senso istintivo di appartenenza alla comunità non implicano automaticamente l’adesione a un indipendentismo diviso e litigioso, considerato senz’altro estremista e poco credibile dalla maggioranza della popolazione. Le proposte volte a tutelare e diffondere la lingua veneta, a dispetto della loro pretesa imparzialità, assumono immediatamente tinte politiche o politicanti, certo assai poco “istituzionali”; e il cittadino “medio” aspira forse alla riforma della cartellonistica stradale? Senza contare che simili pretese possono tramutarsi in pericolosi boomerang: manifestazioni più o meno folkloristiche hanno contribuito a marginalizzare le istanze di autogoverno, ad allontanarle dal sentire comune.
A garanzia della riconquistata libertà di espressione “micro-nazionale”, poi, s’imporrebbe per legge la stesura di appositi albi «di insegnanti, traduttori, giornalisti, avvocati, ecc.», giacché soltanto gli appartenenti alla minoranza nazionale – par di capire – potrebbero proficuamente difenderne gli interessi. Viene specificato, nel testo, che nessuno sarebbe obbligato a dichiararsi parte della «minoranza», ma una volta stabilita l’appartenenza nazionale di ciascuno, l’orizzonte sembra come filtrato da questa distinzione. Non si tratta, in fondo, che di una copia stinta del vecchio nazionalismo, ansioso di ritagliare confini e compilare liste di inclusione ed esclusione. Sia chiaro – a scanso di equivoci – che il progetto non ha davvero nulla a che fare con l’indipendenza, che anzi è esclusa espressamente dal testo. Vi si legge, addirittura, che il riconoscimento della minoranza nazionale significherebbe «riconoscere allo stesso tempo il suo appartenere alla Repubblica italiana», la quale si farebbe sua benevola protettrice: una “piccola” nazione in braccio ad un’altra più “grande”. Certo, non si esclude che in futuro il popolo veneto possa decidere di «esercitare la propria sovranità internazionale», ma l’ipotesi è menzionata in toni fin troppo generici per un testo che segue, quando tocca altri temi, labirintiche piste giuridiche. Una giunta regionale a forti tinte leghiste che approva una legge che istituisce e regolamenta la tutela del Veneto da parte delle istituzioni “romane”? Sarebbe la fine di qualsiasi ulteriore pretesa di autogoverno, all’insegna di una “normalizzazione” in ogni caso poco probabile, vista l’allergia del governo a qualunque concessione in materia di autonomia sostanziale.

Un problema che dovrebbe presumibilmente stare a cuore alla maggioranza della popolazione è piuttosto quello del residuo fiscale: la bilancia veneta del dare e dell’avere segna che Roma riceve annualmente, senza restituirli sotto forma di qualsivoglia servizio, circa 15 miliardi di euro. Ebbene, a questo la legge fa un breve cenno quando precisa che, invece di sovvenzionare la Regione come succede in quelle a statuto speciale, basterebbe che lo stato «riducesse» gli introiti regionali ad un «ragionevole 10-20 per cento». Difficile ipotizzare che lo stato centrale si faccia d’un tratto tanto clemente, viste le ottime performance di prelievo fiscale di cui è capace. Sarebbe forse fin troppo agevole alimentare una protesta contro la sua voracità: se serpeggia in Veneto una convinzione pressoché universale, è precisamente che la Regione dia molto più di quanto non riceva indietro dallo stato; rimossa questa tensione cruciale non c’è rievocazione, non c’è nazionalismo che tenga. Chiunque si ponga seriamente il problema dell’autogoverno delle comunità padano-alpine non può ignorare il diffuso sentimento di sfruttamento economico, che è la vera molla del risentimento anti-centralista e talvolta anti-meridionale. Il 25 aprile scorso si festeggiava in piazza San Marco a Venezia la festa del patrono, che da qualche anno ospita consistenti raduni di indipendentisti con tanto di gonfaloni. Mentre un oratore sul palco spiegava agli astanti la storia delle spoglie dell’Evangelista e delle loro peregrinazioni nel Mediterraneo, un anziano signore dietro di me sbuffò (in un dialetto che non saprei trascrivere) che lui non era lì con la bandiera per quelle cose, ma per via di Roma, naturalmente «ladrona». Episodi come questo dovrebbero indurre a riflettere su quale sia la questione a cui il «popolo veneto» attribuisce la massima importanza, e quali consideri invece – con buona pace dei patrioti più o meno “fanatici” – puramente accessorie. Queste – e queste soltanto – paiono invece interessare agli estensori del Progetto di legge, che evocano anche sommari accorpamenti regionali tra Veneto, Friuli e Trentino. «Il popolo veneto essendo diffuso su più regioni […] ha pure diritto di essere amministrato da una stessa regione, come peraltro farebbe la riforma delle regioni con l’istituzione di una regione triveneta». Verranno interpellati a proposito i friulani, i tirolesi, i triestini? Non si sa. È pacifico, invece, che il cittadino veneto non sogni annessioni né irredentismi: la triste sorte dei “fratelli” d’oltreconfine non turba i suoi sonni.

Tirando le somme: è legittimo badare anche alla salvaguardia della lingua e della «cultura veneta» (qualsiasi cosa si voglia intendere con ciò, e tenendo conto del rischio di una loro politicizzazione troppo brutale), ma ha davvero senso porre l’accento su un’identità di popolo così rigida ed esclusiva? Ha senso, soprattutto, scommettere su un Veneto da porre in regime di salvaguardia, come se i suoi abitanti non fossero una comunità viva e dinamica, ma una specie in via d’estinzione?

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di on 26 novembre 2016. Filed under Veneto intraprendente. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a La libertà dei veneti tra realtà e mitologie

  1. Padano Rispondi

    7 dicembre 2016 at 11:50

    L’autore fa finta di non capire l’intento, reale, della 116: il riconoscimento linguistico è propedeutico al disegno di acquisizione dello status di Regione autonoma, e, di qui, l’agognatà potestà fiscale.
    Con l’intento, in ultima analisi, di riportare a casa il residuo fiscale. O larga parte di esso.

  2. Paolo Amighetti Rispondi

    7 dicembre 2016 at 18:24

    Caro Padano

    se, prendendo le mosse da questa legge, il Veneto dovesse incamminarsi lungo la strada della sovranità fiscale, ne prenderei atto con gioia e soddisfazione. Ma ho più di un dubbio a proposito. Si può davvero pensare che Roma, presa visione di un PDL francamente ridicolo nella sua ricostruzione storica, si avveda della diversità veneta, che ha sempre ridicolizzato e spernacchiato, e d’un tratto ponga fine allo sfruttamento? La classe dirigente italiana s’è mai fatta scrupoli di questo tipo? Andiamo.

    • Padano Rispondi

      16 dicembre 2016 at 11:47

      I miei dubbi sulla disponibilità di Roma al riconoscimento, almeno parziale, dell’autodeterminazione veneta li ho espressi con chiarezza molto spesso.
      Ma qualche strada bisogna pur tentare!

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