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Dream Team Trump

Nella squadra di Donald dovrebbero esserci lo "sceriffo" Rudy Giuliani, la teapartista Sarah Palin, il cristiano Ben Carson e il neo-con John Bolton. Il mix ideale per combattere contro crimine, tasse, terrorismo e buonismo, all'insegna di "Law and Order"
Rudy Giuliani, Sarah Palin e Ben Carson

Rudy Giuliani, Sarah Palin e Ben Carson

Per essere un commander in chief, si sa, ci vuole alle spalle un dream team. E un grande presidente degli Stati Uniti, a prescindere dai meriti o demeriti personali, è tale solo se si circonda di adeguati collaboratori e ministri, non già appena di persone fidate o yesmen, ma politici capaci e di esperienza, uomini di azione e possibilmente anche teste pensanti (pragmatismo coniugato a think tank, come da buona tradizione americana). Tanto più se il Presidente li va a pescare tra coloro che gli hanno fatto da concorrenti nelle primarie, che appartengono a quell’establishment repubblicano non sempre a lui favorevole, ma di cui è in grado di riconoscere il valore e la maggiore competenza in alcuni ambiti. Un grande presidente è anche quello che sa di non saperne abbastanza, ad esempio, di politica estera o di sanità, e per questo si affida a menti e mani più esperte. E allo stesso tempo, però detta la linea, stabilendo la rotta del suo governo, ispirata ad alcuni principi fondamentali: dal “law and order” al “tolleranza zero”, dal “meno tasse” all’ “in God we trust”.

Ha fatto così Ronald Reagan negli anni ’80, la cui grandezza si spiega anche alla luce dell’équipe, della vera classe dirigente che fu in grado di mettere in piedi e da cui si fece assistere o addirittura indirizzare. E sembra stia facendo così anche il tanto vituperato Donald J. Trump, di cui è già trapelata la possibile squadra di governo: letta così, pare una short list dei sogni, per chi si appella a certi riferimenti, in economia, politica estera, sicurezza e temi etici.

Alla Giustizia o agli Interni, per capirci, dovrebbe andare un certo Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York, il teorico della “tolleranza zero”, lo sceriffo che ha pressoché debellato il crimine nella capitale economica degli Stati Uniti, nonché l’uomo-nazione che è stato in grado di esprimere il dolore e la forza di un Paese all’indomani delle Torri Gemelle. Si possono dormire sonni tranquilli anche sulla politica estera, se è vero che al Dipartimento di Stato dovrebbe andare un neo-con convinto come John Bolton, interventista di ferro, che ha sostenuto la guerra al Terrore sin dal primo momento e che ha le idee chiarissime su come gestire il dopo del conflitto in Siria e Iraq: la creazione di un Sunnistan, autonomo rispetto alle aree di influenza curda e sciita; ma Bolton è anche un convinto filo-israeliano, che dissiperebbe le ombre dei rapporti Washington-Tel Aviv durante l’amministrazione Obama.

A guidare la segreteria di Stato potrebbe finire, in alternativa, Newt Gingrich, reaganiano della prima ora, seguace della sua strategia liberista in economia; uno che, comunque vada, smentirebbe la vulgata di Trump come isolazionista: se Bolton è interventista sul piano militare, allo stesso modo Gingrich crede fortemente nella globalizzazione e nei trattati commerciali internazionali, da cui la possibilità che si riapra anche la partita del Ttip, che al momento pare chiusa.

Che dire poi di una conservatrice sui temi etici e strenuamente liberista in economia come Sarah Palin, l’ex governatrice dell’Alaska, che si candida prepotentemente ad avere un ruolo nell’amministrazione Trump, incarnando l’anima profonda dei Tea Party, e dunque tutto quel versante avverso alla tassazione esasperante e favorevole a una riduzione dello spreco in termini di spesa pubblica. Quanto ai valori fondanti, pare confortante anche la possibile scelta di Ben Carson, il neurochirurgo già candidato alle primarie repubblicane, per il Dipartimento alla Sanità o, in alternativa, all’Istruzione. Nell’ultimo caso, andrebbe a modificare radicalmente l’impronta laicista dell’educazione scolastica sotto Obama, ripristinando quella matrice cristiana, non necessariamente in maniera confessionale, tanto cara ai teo-con, in uno spirito fortemente anti-islamista e anti-gender (dottrina che proprio dagli Usa ha iniziato a propagarsi in modo nefasto). Ma, siamo certi, Carson farebbe bene anche al Dipartimento della Sanità, non solo per competenze professionali, ma anche perché intenzionato – come Trump – a smantellare l’inutile e costosa riforma sanitaria di Obama, l’Obamacare. Che ha finito per gravare solo sulle tasche dei cittadini statunitensi, senza comportare concretamente copertura sanitaria per tutti.

E infatti non sono solo i nomi della squadra di Trump a far ben sperare, ma anche i suoi immediati progetti di governo per i primi 100 giorni (ben altra cosa rispetto alle promesse farneticanti di Renzi…). Trump si ripromette per i primi tre mesi lotta spietata alla Burocrazia (licenziare i burocrati incapaci, a mo’ di Reagan appunto, e eliminare almeno due passaggi burocratici nell’approvazione di ogni nuova legge), politiche anti-ambientaliste, in discontinuità con l’ideologia green portata avanti dagli Obama (quindi campo libero ai lobbisti del petrolio, e frenata sugli accordi Onu sul clima), smantellamento della riforma sanitaria obamiana, svolta sulla questione-armi con la tutela del Secondo Emendamento, che garantisce il diritto di armarsi e difendersi per ogni cittadino statunitense.

Capisaldi su cui si regge la democrazia americana e che possono essere garantiti solo da interpreti all’altezza. Non vorremmo sbilanciarci dicendo che con Trump rischia di vedersi avverato il diritto alla ricerca della felicità, ma ammettiamo che i presupposti, tra nomi e proposte, sono niente male. Allora buon lavoro, Mr Donald.

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di on 12 novembre 2016. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

8 commenti a Dream Team Trump

  1. Luca Rispondi

    12 novembre 2016 at 08:44

    Per l’America si mette bene e noi tutti ne avremo beneficio comunque.Dimenticare il niente obamiani sarà facile.

  2. Francesco Camastra Rispondi

    12 novembre 2016 at 10:31

    Vedo anche Sarah Palin…mi piacerebbe molto se lei entrasse nella squadra come Ministro o segretario di Stato

  3. Arch Stanton Rispondi

    12 novembre 2016 at 11:41

    Sono passati 3 giorni dall’elezione, prederà i poteri il 20 gennaio ma il New York Times scrive che non ha mantenuto le promesse elettorali. Molti giornali e tv italiane abituate a fare il copia-incolla dal NYT dicono lo stesso. Non è vero che ha fatto retromarcia sull’obamacare ma ha detto che “prenderà in considerazione i suggerimenti di Obama”, per invogliare un clima di unità nazionale. Ovviamente dell’obamacare rimarrà ben poco.
    I media hanno perso anche quel briciolo di credibilità che gli era rimasto.

  4. Menordo Rispondi

    12 novembre 2016 at 12:44

    E’ vero una “short list dei sogni”. Personalmente, nonostante la sua età, penserei a Joe Arpajo in un posto di rilievo (anche se non di primissimo piano).

  5. sergio Rispondi

    12 novembre 2016 at 14:33

    • Ernesto Rispondi

      12 novembre 2016 at 20:34

      Questi quanto li pagate, comunistello? Ci sono le foto…

  6. cerberus Rispondi

    13 novembre 2016 at 17:05

    Già il primo punto programmatico in questo paese di parassiti statali scatenerebbe un pandemonio.
    Magari un Trump in italia.

  7. Gabriele Rispondi

    13 novembre 2016 at 20:03

    Se i nomi saranno questi c’è da temere che molti impegni non saranno mantenuti. Ha vinto grazie ai voti dei lavoratori e disoccupati di Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, a cui ha promesso protezionismo. Potrebbe essere protezionista un liberista come Gingrich?

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