Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Cosa Donald può fare per gli indipendendisti

Trump Cleveland

Si può dire tutto quel che si vuole del nuovo presidente degli Stati Uniti: che sia sessista, che abbia una visione stereotipata dei messicani, che sia un protezionista e, di fondo, non meno dirigista dei Democratici (che ha appoggiato almeno fino al 2008). Ma Donald Trump può essere una vera benedizione per tutti coloro che hanno a cuore le cause indipendentiste.

Lo si è già visto in azione, quando lui era in piena campagna elettorale e in Gran Bretagna si votava per la Brexit, sulla decisione se restare o meno nell’Unione Europea. Trump ha esplicitamente appoggiato la causa del Leave, l’indipendenza britannica dall’Unione. Quando la causa indipendentista ha vinto, il candidato repubblicano ha salutato il risultato, senza remore, come una “grande vittoria”. Una volta eletto presidente, non si smentisce e annuncia che Theresa May, la premier britannica che dovrà gestire la transizione, sarà fra i primi ad essere invitati. Basta solo questo piccolo esempio per dire che Trump darà la sua benedizione anche a eventuali tentativi di secessione? Certamente no. E non si può mettere sullo stesso piano una Brexit (l’uscita di uno Stato nazionale già indipendente e sovrano da un condominio di Stati, quale è l’Ue) con una secessione di una regione da uno Stato nazionale sovrano, come potrebbe essere l’uscita della Catalogna dalla Spagna. O, eventualmente, quella del Veneto dall’Italia. Però ci sono alcuni fattori che fanno pensare a un atteggiamento di Trump sostanzialmente neutrale, quantomeno non più ostile, a queste ipotesi.

Chi è attualmente il maggior fautore dell’ideale di unità nazionale? Non tanto i nazionalisti vecchio stampo, che sono tutti all’opposizione anti-sistema e contrari all’Ue, quanto i “federalisti” europei. Il progetto “federalista”, che punta alla nascita di uno Stato sovranazionale continentale, è infatti fondato sull’idea di una progressiva centralizzazione del potere. La base sono gli Stati unitari nazionali i quali, a loro volta, dovrebbero “federarsi” in uno Stato unitario sovranazionale. Coloro che si sono opposti alla Brexit, sostenendo che fosse una scelta “egoista” e “antistorica” hanno questo progetto in mente, lo ritengono un percorso progressivo pressoché ineluttabile e non vedono che disastri e lutti nelle alternative. Ovviamente, tutti costoro non possono neppure concepire che una regione si separi volontariamente da uno Stato nazionale, esattamente per le stesse ragioni per cui non concepiscono che uno Stato nazionale non voglia più contribuire all’edificazione della nuova realtà sovranazionale. Perché, in sostanza, non ritengono possibile che il mercato internazionale, la libertà di movimento delle persone e persino l’ordine internazionale possano sopravvivere al di fuori di un’organizzazione statale centralista. I “federalisti” si trovano alla sinistra dello spettro politico europeo, o in una destra democristiana ormai talmente assuefatta alla cultura socialista da apparire indistinguibile dai suoi avversari. Negli Stati Uniti trovano appoggio soprattutto fra i Democratici, i quali, sin dall’intervento nella guerra in Europa di Woodrow Wilson nel 1917, considerano il progetto di Stato mondiale quale soluzione al disordine internazionale. Anche i Democratici americani sono “federalisti”: non solo vedono negli Stati nazionali unitari il primo tassello di quest’ordine, ma auspicano la loro federazione in Stati continentali, che a loro volta formerebbero l’ossatura dello Stato mondiale. Da Bill Clinton erano sempre giunte parole di monito contro le pulsioni indipendentiste. “Noi ci siamo passati, abbiamo avuto la guerra civile: non ve lo consiglio”, aveva detto rivolto agli italiani, quando la Lega Nord sosteneva ancora l’indipendenza della Padania. “Restate uniti”, ha detto Barack Obama agli scozzesi, quando hanno votato per restare nel Regno Unito o lasciarlo. “Il Regno Unito deve votare per rimanere nell’Ue” aveva detto esplicitamente quando si è giunti al referendum per la Brexit. E’ una linea chiara e costante verso la centralizzazione, perseguita con costanza anche in patria: levando poteri agli Stati, a favore del governo federale. I Repubblicani, con poche eccezioni (come George Bush, il padre), si sono sempre opposti a questa visione dell’ordine mondiale. Contrariamente ai progressisti, non hanno mai dimenticato che gli Usa sono nati da una guerra di indipendenza da un impero europeo. Ritengono che il libero commercio non abbia bisogno dello Stato per funzionare, che gli interessi nazionali debbano essere prioritari rispetto ai progetti internazionali e che i diritti debbano essere salvaguardati da una società indipendente (e armata), non calati dall’alto da uno Stato sovranazionale. Nemmeno i più progressisti fra i Repubblicani, i neoconservatori, aspirerebbero a uno Stato mondiale. Ebbene, fra tutte le anime della destra statunitense, Trump rappresenta quella più lontana possibile dal progetto internazionalista. Ha vinto sbandierando il principio del “meno multilateralismo, più bilateralismo”: nessun progetto internazionale, solo accordi fra le parti, vis à vis con singoli governi. Non ha alcun interesse a sostenere il progetto “federalista” europeo, a cui è estraneo quando non apertamente ostile.

Non è un caso che siano proprio le sinistre europee, o le destre più omologate, a stracciarsi le vesti per la sua vittoria. Già intravedono lo scenario in cui una regione proclama “egoisticamente” il suo interesse a non voler mantenere il resto del paese. E sanno che, dall’altra parte dell’Oceano, la risposta non sarà più “difendete l’Unità o sarà caos”, bensì un silente disinteresse, forse anche una parola di augurio per gli indipendentisti.

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 13 novembre 2016. Filed under Veneto intraprendente. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Cosa Donald può fare per gli indipendendisti

  1. Luca S. Rispondi

    16 novembre 2016 at 09:36

    Perfettamente in sintonia. Trump è quello che è, ma spesso la storia procede lungo sentieri misteriosi… non è assurdo essere (moderatamente) ottimisti.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *