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Conoscere il veneto per diventare poliglotti

lingua veneta

La preziosa, significativa testimonianza della direttrice dell’ufficio scolastico regionale Daniela Beltrame, secondo la quale “la lingua veneta è un valore aggiunto” e “studiare una lingua minoritaria nelle scuole non può essere altro che un elemento di valorizzazione anche in relazione alla capacità di apprendimento dei bambini nella scuola primaria. Sarebbe uno stimolo per lo sviluppo delle capacità linguistiche dei bambini”, conferma quanto nel Veneto si sta sostenendo da diverso tempo e che ho formalizzato presentando oltre un anno fa la mia proposta di legge per la modifica della legge statale 482/1999, prevedendo l’inserimento della nostra lingua veneta accanto a quelle già tutelate e cioè “la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano, il sardo”.

Con la legge in questione il Parlamento italiano ha posto fine, a oltre cinquant’anni di distanza, a una… dimenticanza clamorosa (la Costituzione dichiara, infatti, all’articolo 6 “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”), ma ha scandalosamente ignorato il Veneto e la sua lingua, dimenticando la lingua veneta  che continua ad essere una delle più parlate all’interno dello Stato italiano, recentemente riconosciuta dal governo brasiliano nella variante parlata negli Stati meridionali del Brasile (talian o veneto-brasiliano),  che continua ad essere parlata nelle varianti istro-veneta e dalmato-veneta in diverse comunità della Slovenia, della Croazia e del Montenegro, riconosciuta come tale in numerosi documenti dell’Unesco, valorizzata da un’apposita legge della vicina regione autonoma del Friuli Venezia Giulia (la n. 5 del 17/2/2010).

Nella risoluzione adottata il 16 marzo 1988 il Consiglio d’Europa afferma nel preambolo della “Carta Europea delle lingue regionali o minoritarie”, “il diritto delle popolazioni ad esprimersi nelle loro lingue regionali o minoritarie nell’ambito della loro vita privata e sociale costituisce un diritto imprescrittibile” e più avanti “la difesa e il rafforzamento delle lingue regionali o minoritarie nei vari paesi e nelle varie regioni d’Europa, lungi dal costituire un ostacolo alle lingue nazionali, rappresentano un contributo importante all’edificazione di un’Europa basata sui principi di democrazia e di diversità culturale”. Auspico quindi che in questi anni nei quali è in crisi l’ideale europeista, diventino gli anni della tutela, dello sviluppo e della promozione delle lingue e delle culture regionali proprio come momento fondamentale nel processo di integrazione europea.

Gli Stati più avanzati e rispettosi dei diritti delle minoranze hanno capito che quando un popolo è cosciente della propria identità, è più disponibile alla comprensione delle culture altrui, è più rispettoso delle caratteristiche e delle peculiarità degli altri popoli, è meno portato a misurare la civiltà o l’inciviltà altrui sul proprio metro. E su “Parlare l’Europa”, volumetto edito dal Bureau Europeo per le lingue meno diffuse si legge:

“A volte si crede che le lingue più usate abbiano più valore e siano migliori solo in virtù del loro potere economico e del loro prestigio sociale. Il concetto di lingua superiore non ha alcun senso, ed è da parecchio tempo che nessuno ci crede più. Si riteneva anche che esistessero lingue superiori, ma questa idea non trova più seguito. All’idea di lingua inferiore corrispondeva l’idea perversa di popolo inferiore.” (E su questa idea razzistica, sul tentativo di far passare per sottosviluppato chiunque parlasse veneto, il mondo della politica e della cultura italiana hanno continuato e continuano a martellare incessantemente).

Chiudo ricordando come eminenti linguisti hanno più volte sottolineato l’importanza di quella che chiamano “ginnastica mentale” e che favorisce chi parla diverse lingue: conoscere e parlare il veneto non pregiudica il conoscere e parlare altre lingue come l’inglese, il tedesco o lo spagnolo, anzi, ne facilita l’apprendimento; sono  assolutamente d’accordo sul fatto che la scuola italiana dovrebbe insegnare meglio l’inglese ma questo non pregiudica l’insegnamento di altre lingue, a partire dal veneto.

* Consigliere regionale di “Siamo Veneto”

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di on 26 novembre 2016. Filed under Veneto intraprendente. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Conoscere il veneto per diventare poliglotti

  1. Giorgio Rispondi

    29 novembre 2016 at 01:00

    Perchè non eri in aula quando si votava la legge su questo argomento al cosiglio Regionale? Caro Antonio,smettila di salire sul carro degli altri!WSM!!!

  2. Massimo Tomasutti Rispondi

    29 novembre 2016 at 16:04

    Ottima cosa, senz’altro! Ma di fatto sarà solo con il riconoscimento istituzionale ‘forte’ di identità tra il territorio veneto (in una estensione ‘larga’) e le sue comunitas di lunghissima ed eterogenea formazione che si potrà, finalmente, parlare di una adeguata “cultura” e quindi di un “territorio” linguistico veneto. Territorio (o Patria) e Differenza linguistica sono – credo -, costrutti inscindibili. Rivendicare il diritto ad uno “Stato Veneto” è, automaticamente, rivendicare il diritto ad una ‘differenza’ linguistica veneta. Ebbene, è proprio questo che nè l’Europa nè Roma vogliono da tempi immemori. Eliminare – radere al suolo – tutte le ‘differenze’ (di lingua, tradizioni, storia, cultura …).

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