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Ci salvano (ancora) gli Angloamericani

Appena viene eletto Donald Trump, Theresa May ribadisce la "relazione speciale" tra i due Paesi, di cui non vede l'ora di parlare col presidente. È il nuovo asse della libertà: il Regno Unito che ha preso a schiaffi l'Eurocrazia e l'America che ritorna alle sue parole d'ordine

usaCosa fa Theresa May, premier britannico così britannico da impostare tutta l’azione del suo governo attorno alla realizzazione della Brexit nonostante tifasse personalmente Remain (si chiama rispetto del consenso popolare, esimi pidioti nostrani), appena viene eletto Donald Trump contro pronostico (e forse auspicio) mondiale? Detta alle agenzie del Regno: «la Gran Bretagna e gli Stati Uniti rimarrano partner stretti e vicini». Non solo, la primadonna che forse non è l’erede della Thatcher, ma certamente ha carattere e volontà politica di ferro, si augura di parlare col neocomandante in capo «della relazione speciale fra i due Paesi il più presto possibile».

Special relationship”. È il segreto dei rapporti angloamericani almeno dall’inizio del Novecento, codificato fattualmente dall’ingresso Usa nella Prima Guerra mondiale e sistematizzato come architrave geopolitica dall’intesa Churchill-Roosevelt durante la Seconda, ma paradossalmente è racchiuso già all’origine, nella ribellione di tredici colonie della madrepatria alla Corona nel nome delle ragioni della madrepatria: consenso dei governati rispetto all’azione dei governanti, diritto di rappresentanza, habeas corpus, Magna Charta Libertatum… Per questo, di fondo, un pugno di coloni anarcoidi e disorganizzati sconfiggono il grande esercito inglese, perché è il nemico che si contraddice, lo spirito inglese vive in loro, si chiama libertà. E di fatto, checché ne dicano gli opposti nemici della Weltanschauung anglosassone, che oggi non di rado si scoprono amici nel comune colto della Madre Russia putiniana, checché ne dicano i rottami fasciocomunisti, la “special relationship” tra Regno Unito e Stati Uniti d’America è garanzia di una sostanziale tenuta del mondo libero (nonostante alcune crepe economiche e valoriali) anche oggi. La “special relationship” viene ribadita perfino quando le bussole politiche dei due Paesi sembrano divergere, anzi a maggior ragione in quei casi, per segnare la linea di demarcazione fra scelte contingenti e valori di fondo, come fece John Kerry, segretario di Stato di un’amministrazione ottusamente schierata per il Remain, dopo la vittoria del Leave: «gli Stati Uniti continueranno ad avere una relazione speciale e stretta con la Gran Bretagna». Ma l’evidenza per noi interessante oggi è che la May si affretta a ribadire la “special relationship” con la nuova America trumpiana, mentre i leaderini continentali come il mellifluo Hollande e il nostro disastroso Renzi s’involvono in distinguo politicamente corretti, anzitutto su una condivisione delle battaglie immediate, sulle urgenze del qui e ora. È proprio la “special relationship”, oggi, che può invertire la tendenza del declino tecnocratico e buonista dell’Occidente.

Pensateci. La Gran Bretagna di Theresa May ha appena svelato superbamente il bluff degli Eurocrati, degli Juncker e dei Tusk, di quest’Europa costruita come un Leviatano tiranno e compulsivo e non accettata per quel grande mercato di merci, uomini e idee che è. E lo ha fatto con l’arma più ovvia e letale nelle democrazie liberali avanzate (leggi anglosassoni), col consenso popolare, con un atto d’autodeterminazione nazionale contro gli appetiti del Leviatano. Leave, siamo liberi, siamo britannici, siamo la City, siamo il Commonwealth, siamo il secondo esercito della Nato, scegliamo, votiamo, Leave, il problema è vostro. Un atto immane, eppure niente rispetto alla sparigliata politica di Trump e del trumpismo. Dovete sentirli, vederli, gli elettori di The Donald, oltre i loro cappelli da baseball e i vostri pregiudizi, dovete ascoltarli. Molti di loro dicono: «Obama stava facendo dell’America un Paese socialista. Ma l’America non è un Paese socialista, e non lo sarà mai». Gioco, partita, incontro, è un desiderio che Trump ha trasformato in intuizione politica, e checché ne dicano i tromboni trombati anche in progetto (guardate Rudolph Giuliani, guardate Chris Christie, guardate il generale ex capo della Dia Michael Flynn, non è vero che il miliardario è solo e senza risorse), è addirittura il salvataggio della diversità americana dal tentativo europeizzante, e per europeizzante si intende ovviamente continentale, che è stato il vero significato perverso di otto maledetti anni obamiani.

Ora sono lì, con gran scorno di burocrati, falsi progressisti, conformisti del Welfare State, buonisti antioccidentali d’ogni dove. Theresa May, primo ministro di un Regno Unito che dichiara espressamente di non condividere il progetto ipersocialista di un Eurosoviet continentale. E Donald Trump, presidente di un’America che torna alle sue parole d’ordine, rinnovandole, libertà individuale e Secondo Emendamento e sostegno non equivoco ad Israele (che bello vedere bandiere dell’unica democrazia del Medio Oriente tra quelle che festeggiavano fuori dalla Trump Tower) e nessuna retorica condivisa con l’Unione Europea, il Moloch dei funzionari privo di consenso popolare. E noi non possiamo non registrare: ci salveranno ancora gli Angloamericani. Ci salveranno gli Alleati contro la nuova forma del fascismo, il pensiero unico debolista e multiculturale, oggettivamente collaborazionista nei confronti del nemico jihadista. Ci salverà ancora la “special relationship”, lo spiffero di libertà che si alza dall’isola che ha isolato l’Unione Europea, attraversa l’Atlantico e arriva all’America che ha ritrovato se stessa. «Se dovremo scegliere tra l’Europa e il mare aperto, saremo sempre per il mare aperto», disse seccamente Churchill al generale De Gaulle a guerra ancora in corso, per chiarire rapporti, pesi, valori. Quel mare aperto in cui, anche oggi, si gioca la nostra libertà.

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di on 10 novembre 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

11 commenti a Ci salvano (ancora) gli Angloamericani

  1. Menordo Rispondi

    10 novembre 2016 at 17:06

    Ottima analisi, ci aggiungerei anche Australiani e Neozelandesi che subito dopo la Brexit hanno ravvivato i già stretti legami commerciali con la Gran Bretagna, che hanno risolto nel miglior modo realizzabile il problema dell’immigrazione illegale, dove la qualità della vita è ai massimi livelli e dove anche lì (guarda un po’) la democrazia ha effetti concreti. E se proprio non vogliamo dimenticarci della Seconda Guerra Mondiale dobbiamo ricordare che anche loro hanno avuto non pochi caduti che riposano nei nostri cimiteri. Non ci stancheremo mai di guardare agli Angloamericani come esempi di libertà, democrazia e artefici di prosperità.

  2. adriano Rispondi

    10 novembre 2016 at 17:27

    L’entusiasmo per l’elezione è già sfumata nelle manifestazioni contro il voto.Vorrei condividere il suo entusiastico ottimismo ma a vedere giovani che insultano chi ha vinto e chi lo ha fatto vincere è deprimente ,per non dire peggio.Si aggiunge a quanto già visto per il voto inglese, ancora sub judice,in tutti i sensi.L’America e Londra sono in sintonia perché parlano la stessa lingua,in tutti sensi.L’Europa sgangherata non lo sarà mai per la ragione opposta.Invece di seguire il loro esempio si continua con la sceneggiata dei conti e della flessibilità dello 0,1%.Loro ,forse,si salveranno,noi,come al solito,speriamo di essere salvati ma quando si legge che viene seraficamente criticato il suffragio universale e il voto viene tollerato con fastidio le premesse non sono buone e la festa per quanto mi riguarda è già finita,aspettando la prossima puntata.

    • Ernesto Rispondi

      10 novembre 2016 at 17:32

      Ho notizie certe, e da fonte presente sul luogo, che i “giovani” in manifestazione vengano pagati 100 dollari cash per parteciparvi. Strano che Cazzullo del Corriere Comunista, il quale dichiara di essere sul posto mischiato alla gioiosa folla, non veda i signori agli angoli con la mazzetta (ci sono foto in rete).
      Pare che a Soros stavolta sia andato il boccone di traverso, insomma…

  3. Emilia Rispondi

    10 novembre 2016 at 18:19

    La Clinton – ma il suo cognome qual è? – ieri nel suo discorso ha detto che loro sono la parte migliore del paese. E’ patetica!

  4. Luca Rispondi

    10 novembre 2016 at 22:04

    Si forse l’aria sta cambiando ed attendiamoci porcherie infinite mal riprese dalla stampa se non occultate contro una rinascita ostacolata da un mondo che si rivolge ad una falsa sinistra per cercare a di avere migliori situazioni personali che nella storia del mondo non si sono mai concretizzate in voli pindarici o nelle promesse e nella demagogia di accogliere per far morire e sfruttare di chi non ce la fa a vivere

  5. orsonero Rispondi

    11 novembre 2016 at 00:29

    Avra’ anche un gatto in testa,
    sara’ anche un personaggio
    folcloristico non campione
    di stile ed eleganza, ma gli
    sono grato per la soddisfazione
    che mi ha dato per aver
    messo KO lo spocchioso
    sinistrume politicamente
    corretto.

  6. Andrea Rispondi

    11 novembre 2016 at 06:57

    Spero che Sallusti abbia ragione, ma temo che Trump scendera’ a patti col pifferaio moscovita lasciando l’Europa in braghe di tela, affascinata dalle sirene del Cremlino che in casa propria impone l’ordine col manganello (come vuole il popolo russo, in fondo…) e all’estero esporta solo caos e disordine. 10 000 morti nel Donbass, bombardamenti indiscriminati in Siria al solo scopo di puntellare la propria presenza militare nel Mediterraneo, voli pindarici degli aerei militari nei cieli NATO. Se Trump strizzera’ l’occhio a Putin, sarebbe davvero la fine dell’America in cui credevamo.

  7. Antonio Abate Rispondi

    11 novembre 2016 at 09:26

    Direttore Sallusti mi perdoni ma non la capisco.
    a) Lei è un critico di Salvini.
    b) Lei è entusiasta di Trump.
    c) Salvini e Trump hanno punti in comune che un liberale non può ignorare, in primis protezionismo e putinismo, oltre ad aver, appena eletto, annunciato grandi opere pubbliche.
    Senza polemica mi aiuti a capire…
    Grazie
    P.S Piacerebbe anche a me vedere in Trump un nuovo Reagan e nella May una nuova Tatcher, ma il primo è un protezionista la seconda un po’ keynesiana.

  8. Arcroyal Rispondi

    11 novembre 2016 at 14:08

    Se non ci fossero ancora gli Andrea e gli Antonio ad avanzare dubbi e porre domande, l’Intraprendente sarebbe ridotto alla stregua di uno dei blog cosacchi amorevolmente ospitati dal Giornale.

    Sono mesi che alcuni – molto pochi per la verità – notano le contraddizioni di questa linea pro-Donaldo senza se e senza ma. A volte si ha la netta sensazione che Sallusti non voglia guardare in faccia alla realtà e cerchi disperatamente di disegnare un Trump che non esiste, cioè un Trump erede di Reagan e dei Bush, mentre dal guazzabuglio di affermazioni sparate per mesi da Donaldo emergono idee che dovrebbero suonare inquietanti per chi si è sempre dichiarato vicino agli ultimi presidenti repubblicani.

    Un Intraprendente che ha come mosche cocchiere una madama Maglie nostalgica di uomini forti alla Gheddafi e un Respinti travestito da Travaglio che fa le pulci ai Clinton con la stessa foga che il Fatto Quotidiano dedicava a Berlusconi, diventa molto simile agli altri giornali della destra italiana che hanno chiuso cuori e menti tra le mura del Cremlino.

  9. step Rispondi

    11 novembre 2016 at 14:53

    Il paese reale ha ripreso il controllo in USA e in GB (e si spera anche in Francia con la Le Pen, anche se Marine è un po’ socialistoide). In Italia non possiamo aspettare interventi esterni, per queste cose occorre agire in prima persona, non si può sempre sperare negli altri. E purtroppo di politici anarco-populisti in Italia non se ne vedono, al momento. Comunque bisogna ammettere che in relazione alla dittatura del politicamente corretto gli anglo-americani hanno responsabilità gravissime. Vadano a farsi fottere Hollywood, la Silicon Valley, la multirazziale e “accogliente” grande mela, i fighetti universitari, ecc. Clint Eastwood è solo, è un po’ poco…

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