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500 buone ragioni per dire no al bonus cultura

renzi 500

Se fossi un minatore della Ruhr, un operaio della Volkswagen di Wolfsburg, ma anche un negoziante di Amburgo, una casalinga di Francoforte o un pensionato di Monaco, e se venissi a sapere che il governo di un Paese che ha un debito pubblico pari a 133 punti rispetto al Pil ha deciso di dare una paghetta ai diciottenni, mi incazzerei come una iena. Se fossi un qualsiasi cittadino tedesco, s’intende, non uno di quegli “ottusi euro-burocrati” acquattati a Bruxelles o “il terribile ministro delle finanze” Wolfgang Schaeuble. Capirei quelli che alzano gli occhi al cielo sconsolati quando il capo del governo italiano fa il gradasso chiedendo più “flessibilità” e agitando strumentalmente la tragedia del terremoto e l’eterna emergenza degli immigrati. D’altronde, qualcuno dovrà pur ricordare a Matteo Renzi – visto che l’opposizione, in Italia, non lo dice – che l’autorizzazione a una maggiore “flessibilità” equivale alla licenza di aumentare il nostro debito, a far pagare più tasse ai contribuenti e a caricare altri pesi sulle spalle delle giovani generazioni.

Altro che la mancia di cinquecento euro una tantum. Data esclusivamente ai nati nel 1998. Invece, se hanno visto la luce nel ’97 o nel ’99, sono cavoli loro. Potranno acquistare “e-book e biglietti per teatro, musei e concerti, anche di musica rock”, come sintetizza il sito del Pd. Forse anche entrare nelle discoteche, si immagina. Naturalmente, collegare l’ennesimo bonus con il fatto che nei sondaggi i giovani sembrino propendere nettamente per il NO al referendum sarebbe solo un sospetto infondato. Come lo speculare riconoscimento della quattordicesima ad alcune categorie di pensionati.

Dell’antico panem et circenses come strumenti per raccogliere il consenso sono rimasti solo i ludi. Ai giovani che avrebbero bisogno di un’Italia che riprenda a crescere e a fornire opportunità vere di formazione e di lavoro, si risponde con una misura che, comunque la si consideri, riguarda la dimensione dello svago. Contribuendo, nel suo piccolo, a far crescere ancora un debito che rappresenta la strozzatura più seria – insieme con la scarsa produttività – per qualsiasi prospettiva di sviluppo. Ma il tentativo di replicare lo scoop degli ottanta euro che, agli albori del governo Renzi, favorì il boom delle elezioni europee finisce per lanciare un segnale negativo anche sul piano simbolico: stornare l’attenzione da un mercato del lavoro che, anche dopo – e forse anche per – il Jobs act, continua ad essere ostile all’inserimento reale dei giovani, mettendo invece l’accento sul diritto alla triste felicità di una marginalità sociale spesa sul mercato di un’ idea di cultura in cui entrano tutto e il contrario di tutto.

E non si dica che questo è keynesismo. Roosevelt buttava soldi per rilanciare il sistema ma almeno investiva per creare centrali elettriche e bonificare la Tennessee Valley e, se anche faceva scavare buche da riempire il giorno dopo, quello che offriva non era una distrazione dai problemi ma lavoro. Qui, invece, prima ancora di ricostruire gli edifici abbattuti dal terremoto e prima ancora di innalzare il ponte di Messina come è nei sogni (o nelle promesse) di Renzi, il debito è già scattato in avanti e la marcia inarrestabile promette di non fermarsi nemmeno nel 2017. Senza che se ne vedano i benefici per il nostro futuro.

Con buona pace della fastidiosa retorica delle “colpe di quelli che c’erano prima” e delle virtù salvifiche del governo Renzi-Verdini-Achille Lauro (alla memoria), vale la pena di dare qualche numero. Il rapporto tra debito e Pil, che oggi si attesta attorno al 133 percento, è in crescita dello 0,6% dal 2014. Solo nei primi sette mesi del 2016 – Renzi regnante – lo stock del debito è cresciuto di otto miliardi di euro. Il rapporto tra il debito e il Pil nel 2007, quando c’erano “gli altri” al governo, era del 103,62 percento. Se proprio vogliamo farci del male, potremmo ricordare che nel 1966 era del 38,31 per cento. Incredibile: c’erano un Senato elettivo, le Provincie, il sistema proporzionale, persino il Cnel e i partiti politici. Le mance, le clientele, gli sprechi e l’inerzia della pubblica amministrazione non mancavano neanche allora, certo. Ma praticate con juicio. Più o meno in linea con gli standard internazionali. Come si diceva nel ’68, forse allora “il problema è politico”.

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di on 5 novembre 2016. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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