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Tutti quelli che non erano Caprotti

Il patron di Esselunga si è battuto per tutta la vita contro i poteri forti che ingabbiano il nostro Paese: le procure che gli hanno dato la caccia, le Coop che ne hanno limitato la libera impresa, i sindacati contrari alle aperture domenicali. Lui ha resistito da eroe, ma ce n'era abbastanza per soccombere...

bernardo_caprotti

Bernardo Caprotti muore lasciando in eredità un impero imprenditoriale in piena crescita, un caso più unico che raro nella persistente stagnazione italiana. Oggi la catena di supermercati Esselunga ha circa 8 miliardi di fatturato, dà lavoro a più di 22mila dipendenti in più di 150 punti vendita. Ma nonostante tutto, capitan Caprotti non è riuscito a godersi, come avrebbe meritato, i suoi ultimi anni di vita. È morto combattendo, contro la sua stessa famiglia sulla proprietà della sua Esselunga, ma soprattutto contro il … sistema Paese.

Il Tribunale di Milano gli ha inflitto una condanna a sei mesi di carcere per diffamazione, appena lo scorso marzo, quando Caprotti aveva già 90 anni e ancora pochi mesi da vivere. La causa era nata da una campagna giornalistica del quotidiano Libero nel 2010, con la pubblicazione di intercettazioni abusive di alcuni dipendenti della Coop. “La Coop ti spia” era il titolo del primo servizio sull’oscura vicenda. La Coop aveva subito sporto denuncia in procura e al Garante della privacy contro la pubblicazione delle intercettazioni (Perché è insolito che un quotidiano pubblichi delle intercettazioni, in Italia…). Le indagini del pm Gaetano Ruta, della Procura di Milano, hanno portato a Caprotti, indicato come il regista occulto di una campagna di diffamazione contro contro la Coop Lombardia. Dopo sei anni, Caprotti è stato condannato a 6 mesi di carcere per diffamazione, ma assolto dall’accusa di ricettazione. Maurizio Belpietro (allora direttore di Libero) e il giornalista Gianluigi Nuzzi sono invece stati condannati a 10 mesi di carcere. Eppure le intercettazioni audio e video, pubblicate nell’inchiesta, esistevano davvero, ed erano agli atti del processo. Il dirigente Coop che le aveva ordinate ha giustificato il tutto con l’esigenza di monitorare le spese telefoniche di una filiale. La condanna è stata spiccata per l’inconsistenza delle accuse che nell’inchiesta di Libero venivano riservate personalmente a due dirigenti delle Coop. “E la cosa straordinaria – diceva Maurizio Belpietro dopo la lettura della sentenza – è che veniamo condannati per avere pubblicato una notizia vera. Le intercettazioni non ce le siamo inventate noi”.

Quella di Caprotti contro le Coop è una battaglia nota a tutti, ormai. Da un punto di vista commerciale, fino al suo ultimo giorno è riuscito a battere la loro concorrenza. E questo nonostante denunciasse, con prove e circostanze molto dettagliate, numerose pratiche di concorrenza sleale da parte delle cooperative. Su questo aspetto della sua battaglia, aveva pubblicato il celebre Falce e Carrello, dove si raccontano gli ostacoli incontrati da Esselunga in tre città rosse: Bologna, Modena e Livorno. In pratica, Caprotti denunciava una vera e propria cupola, fatta di cooperative, sindacati e giunte rosse, capace di eliminare ogni concorrenza esterna. Quel che successe dopo, fu quasi la dimostrazione pratica della sua tesi. Le Coop lo portarono in tribunale e nel 2011 vinsero la causa, con la condanna a Caprotti per concorrenza sleale: una multa di 300mila euro e il libro Falce e Carrello venne inizialmente messo all’indice, nel senso antico del termine (ritiro da tutte le librerie e divieto di ripubblicarlo). La Corte d’Appello di Milano aveva poi sospeso la pena, constatando anche che il ritiro e il divieto di pubblicazione fossero forme di censura, provvedimenti che, anche secondo la legge sulla stampa italiana (che è tutto meno che liberale), possono essere attivati solo in presenza di casi veramente gravi, come stampa oscena, plagio, o apologia del fascismo.

Caprotti, almeno, è morto pochi mesi dopo aver vinto un’altra lunga battaglia contro i sindacati. Si erano sollevati contro la sua proposta di aprire i suoi supermercati il 25 aprile e anche la domenica. Ma in questo caso, dopo un duro braccio di ferro, il 22 gennaio scorso si è raggiunto l’accordo che prevede in via sperimentale una programmazione trimestrale del lavoro domenicale su base volontaria. Il 26 e 27 febbraio i lavoratori Esselunga sono stati chiamati a esprimersi sull’accordo. Il referendum si è concluso con il 60,3% di voti favorevoli e il 38,5% contrari. Al referendum hanno partecipato 15.190 addetti su 19.732 aventi diritto. A questo punto, sulla base dei risultati ottenuti, il nuovo accordo è entrato in vigore il 2 maggio e rimarrà in vigore fino al prossimo primo maggio. La battaglia sindacale non è del tutto finita, perché, qua e là, come riportano le cronache locali, sindacati autonomi organizzano scioperi e sit in di protesta contro il lavoro domenicale.

Magistratura, Coop e sindacati. Sono questi, alla fine, i veri poteri forti (senza virgolette, né complottismi) in Italia. Le inchieste e le condanne dei magistrati si basano su una legge che non garantisce né piena libertà di espressione, né pieno diritto di proprietà. Le Coop, con il loro rapporto simbiotico con la politica locale e nazionale, sono l’espressione più esplicita del sistema Italia. I sindacati, con la loro opposizione ad ogni forma di pratica competitiva, sono il cane da guardia di questo sistema. Un imprenditore che voglia farsi strada, con le sue sole forze, o ha le spalle larghe come Caprotti, o soccombe. Domandiamoci poi perché, in questo paese, “i privati scarseggiano” e lo Stato “è costretto a subentrare” per sostituirli.

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di on 1 ottobre 2016. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Tutti quelli che non erano Caprotti

  1. Luca Rispondi

    2 ottobre 2016 at 09:31

    Grande perdita.In questo paese viviamo un sindacalismo che distrugge la ricchezza possibile.I francesi che compreranno ancora i nostri gioielli tengono aperto 24 ore domeniche comprese altro che 25 aprile.Il lavoro si quando c’è o quando viene procurato.Il guaio di questo paese gente esindacalisti che non sanno cosa sia il lavoro pensano al posto statale come riferimento per beccarsi uno stipendio.Ho scritto posto non lavoro.Il lavoro è’ un’altra cosa .Mancher’ Caprotti a ma resterà un esempio.

  2. adriano Rispondi

    2 ottobre 2016 at 10:15

    Chi vive nelle città da lei citate non ha bisogno di tanti ragionamenti perché conosce bene la realtà.Nella Esse dove vado c’è un settore che è stato “disabilitato” dalle normali funzioni ed adibito a “magazzino temporaneo” ,separato da pannelli dal resto.Un cartello avvisa che,che per ragioni amministrative,la zona non può essere utilizzata.Non se ne capisce la ragione ed è così da anni.Qualsiasi sia il motivo reale a mio avviso altri non avrebbero avuto questi problemi.La Esse sì,chissà perché.

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