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Se dai del «servo sciocco» a qualcuno, ora finisci a processo

Il giornalista Danilo Quinto

Il giornalista Danilo Quinto

Strano Paese davvero, l’Italia. Un Paese in cui si può tranquillamente umiliare qualcuno pubblicamente, magari postando video hard privati e offendendo la vittima sui social a suon di epiteti irripetibili senza pagarne le conseguenze, e non si può invece in un libro esprimere un giudizio, un’opinione peraltro pacata e non aggressiva, verso un gruppo di persone, senza passare sotto la gogna della giustizia, col cappio al collo dell’accusa di diffamazione.

In questo tritacarne giudiziario è finito suo malgrado il giornalista ed ex tesoriere del Partito Radicale Danilo Quinto, che verrà processato per diffamazione per aver scritto in un suo libro pubblicato quattro anni fa, Da servo di Pannella a figlio libero di Dio (Fede & Cultura), che il gruppo dirigente radicale di cui aveva fatto parte era «acefalo», e che un membro di quel gruppo dirigente veniva definito «servo sciocco». Entrambe le espressioni erano peraltro scritte in corsivo, quasi a indicare la loro valenza metaforica. Ma ciò che più colpisce è che non si tratta certo di insulti ingiuriosi, al più di pareri che attengono la libertà di opinione del singolo e non possono essere sottoposti a censura né tanto meno a condanna. Se è per questo, lo stesso Quinto, sin dal titolo del libro, si definisce «servo». Dovrebbe allora scattare per questo un processo per auto-diffamazione?

Suvvia, siamo seri. Quante volte su questo giornale abbiamo definito il premier Renzi «incapace» e «inadeguato», quante volte abbiamo chiamato la Boldrini «nemica delle donne», quante volte abbiamo detto di Papa Francesco che sta rottamando il cristianesimo? Dovremmo finire allora tutti a processo per questo? Dovremmo allora incorrere tutti nella scure della giustizia illiberale e censoria?

In ballo, in questa storia, non c’è solo la vicenda personale di un uomo e la sue persecuzione giudiziaria. Qui in ballo c’è la sacrosanta libertà di un giornalista di poter esprimere la propria opinione a proposito di chicchessia su un quotidiano o su un libro, di poter dare dell’inetto o del sottomesso a chi vuole senza rischiare di perdere la propria libertà; e c’è l’invadenza di un potere, come quello giudiziario, che pretende di processarci e condannarci non solo per quello che facciamo (se lo facciamo) ma anche per quello che diciamo, a prescindere che ciò sia passibile o meno di nuocere all’altrui reputazione. È la stessa battaglia, in fin dei conti, per cui ci parve doveroso difendere il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti da quell’assurdo processo che rischiava di portarlo in carcere per omesso controllo su un articolo scritto da una firma del suo quotidiano. È lo stesso spauracchio che torna ogni volta che un giornalista, per aver fatto semplicemente il suo mestiere, rischia di finire in carcere, l’esercizio della sua professione di diventare ragione della sua condanna, e uno dei fondamenti dello Stato di diritto in cui viviamo di essere abolito e reinterpretato a uso e consumo dei giudici.

È una vergogna, diciamocelo, per la quale occorrerebbe portare avanti una campagna di opinione e una battaglia civile senza titubanze di sorta. Una battaglia che prescinde da chi sono i contendenti, visto che, come racconta Danilo Quinto in un articolo pubblicato su Radio Spada, «non è il primo processo che subisco per una denuncia dei radicali. Ne fecero un’altra, subito dopo l’apertura della causa di lavoro nei loro confronti – che poi naturalmente persi, senza vedermi riconosciuti i miei diritti. In quell’occasione, fui condannato a 10 mesi, con pena sospesa e non menzione, per appropriazione indebita. L’accusa era quella di aver sottratto le somme dei miei stipendi, sulle quali ho pagato le tasse, rispetto alle quali chi le ha erogate non aveva mai fatto nessun rilievo negli anni in cui ero Tesoriere». Ed è una battaglia che prescinde anche da chi ne è vittima, ossia un uomo che, per aver esercitato la sua libertà di opinione, già in passato ha dovuto rinunciare a una collaborazione con un organo di stampa sostenuto dalla Cei.

Ma è una battaglia che ci riguarda tutti, come categoria di giornalisti, e più in generale, se permettete, come liberi cittadini di uno Stato libero. Qui ne va della nostra libertà di parola e di giudizio, lettori. Qui ne va del nostro diritto di dare a qualcuno dell’ “acefalo”, del “servo” e perfino dello “sciocco”, come e quanto ci pare. Qui ne va del nostro diritto di non essere succubi dello strapotere dei magistrati. E adesso processateci tutti.

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di on 1 ottobre 2016. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a Se dai del «servo sciocco» a qualcuno, ora finisci a processo

  1. Luca Rispondi

    1 ottobre 2016 at 09:09

    Tutto giusto e spiace per il giornalista ,ma non siamo in uno stato di diritto o liberale ,siamo in un regime oligarchico gestito da un’infinità immensa ed inutile di burocrati e controllato dalla magistratura

  2. ultima spiaggia Rispondi

    1 ottobre 2016 at 09:25

    È l’Italia un Paese strano o siamo noi italiani fuori dalla realtà?
    A me risulta che questo è il terzo governo non legittimato dal popolo; che i suicidi per motivi economici sono aumentati quasi il 20% ma non si deve dire; che il parlamento italiano è il più caro al mondo; che la giustizia non è uguale per tutti; che è in corso un’invasione di clandestini a spese della popolazione. Ecc. ecc… E tutto a “norma di legge”.
    Si rilegga la Costituzione e si accorgerà che “liberi cittadini di uno Stato libero” non è scritto da nessuna parte.

  3. sergio Rispondi

    1 ottobre 2016 at 15:07

  4. femine Rispondi

    1 ottobre 2016 at 19:12

    Grazie per il link. Nel mio piccolo da ex radicale stradaiola del tempo che fu posso dire con tutta onestà che Lorenzetto ha riassunto il vero clima “radical-pannelliano-bonino e altri”; vivendoci avevo capito in breve usando la “mia” testa tutto l’inghippo e le immaginifiche bugie pro domo loro; sono scesa da quel tram fantasmagorico sul quale ero salita ( a pagamento…) convinta di aver trovato l’approdo ideale; non ho mai più cambiato opinione e giudizio.

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