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Inchiniamoci a quest’uomo

Nel suo testamento Caprotti ci lascia un'eredità umana e imprenditoriale straordinaria: esorta a non vendere mai il suo impero alle Coop, suggerisce di cedere a privati esteri sia la catena di supermercati che le sue opere d'arte, chiede una riconciliazione in famiglia purché "le aziende non siano dilaniate". Un gigante

Bernardo_Caprotti_1

Un pugno nello stomaco. Il testamento di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, l’uomo che introdusse il supermercato in Italia, è un pugno nello stomaco. Come gran parte della sua vita, è l’autoritratto di una lunga lotta, con la famiglia, con le Coop, con il sistema-Italia.

“Dopo tante incomprensioni e tante, troppe amarezze – dice il testamento, steso il 9 ottobre 2014 nello studio Marchetti – ho preso una decisione di fondo per il bene di tutti, in primis le diecine di migliaia di persone i cui destini dipendono da noi”. La spartizione del capitale non lascia adito a dubbi. Violetta e Giuseppe, figli di primo letto con cui ha combattuto la lunghissima causa legale, sono fuori. Bernardo Caprotti ha rispettato la legge nei loro confronti, lasciando loro più del 16,6% del capitale. Erediteranno anche appartamenti, ville, la biblioteca di famiglia, l’archivio e quadri di pregio, ma non potranno controllare l’impero Esselunga. Che invece è destinato, al 70% (più il 55% dell’immobiliare) a Giuliana Albera e a sua figlia Marina. Si legge tanta amarezza nella conclusione di quella che era stata soprannominata la “Dinasty italiana”: “Il disegno di ripartizione e continuità familiare, business soprattutto, che con tanta fatica e sofferenza avevo costruito già oltre 16 anni fa è definitivamente naufragato la sera del 30 luglio 2010. Ora dopo anni di battaglie legali e di pubbliche maldicenze da parte di Violetta e Giuseppe, ho destinato e destino le partecipazioni nelle due aziende che ho creato e che mi appartengono, in modo tale da dare tranquillità e continuità alle imprese, salvaguardando però i diritti di tutti i miei aventi causa, secondo la legge”. Aggiungendo un lapidario: “Famiglia non ci sarà. Ma almeno non ci saranno lotte. O saranno inutili, le aziende non saranno dilaniate”. Quindi suggerisce, nelle sue ultime parole di evitare “ulteriori contrasti e pretese” consentendo a tutti “di vivere in pace nei propri ambiti”.

Chiusa la saga familiare, è un pugno nello stomaco anche il tentativo dell’appassionato d’arte Caprotti con le istituzioni culturali italiane. Dopo aver donato alla Pinacoteca Ambrosiana “un dipinto di scuola leonardesca di grande interesse e ingente valore e avendo da ciò ottenuto un’esperienza molto negativa”, Caprotti cancella le donazioni previste alla galleria di Arte Moderna di Milano. Di questa esperienza molto negativa riporta il maltrattamento subito, “fino al dileggio da parte degli studiosi ed esperti dell’istituzione medesima”, dopo il quale “lascio al museo Louvre, l’olio di Manet La vergine col coniglio bianco con l’onere che venga esposto accanto al Tiziano originale”. Ed è un altro pezzo di arte che prende il largo per un altro paese.

Ma l’aspetto realmente toccante del testamento riguarda proprio la vita dell’imprenditore, in perenne lotta con un ambiente ostile. “Ho lavorato duramente. Ho sofferto l’improvvisa tragica scomparsa di mio padre… Poi, più tardi, il dissidio coi miei due fratelli la cui liquidazione (richiesta) mi è costata quasi vent’anni di ristrettezze; nell’immane fatica, più tardi la crisi drammatica e la fine della Caprotti”, cioè la manifattura tessile di famiglia chiusa nel 2009 dopo 179 anni di attività. Ma è su Esselunga che si addensano le nubi più nere. “Occorre trovarle, quando i pessimi tempi italiani fossero migliorati, una collocazione internazionale. Ahold sarebbe ideale. Mercadona no”. Una fuga all’estero, dunque. Molto meglio che un futuro in Italia. Il testamento si chiude con un avvertimento chiaro: “Attenzione: privata, italiana, soggetta ad attacchi, può diventare Coop. Questo non deve succedere”. Lo scenario che dipinge in queste poche parole è quello di un regime totalitario. Uno Stato che ti fa la guerra e attende la tua morte per occupare quel che era tuo. Succede in Venezuela, succede ancora nella Russia post-comunista, succede in quei regimi che, pur non avendo il coraggio di spingersi sino all’esproprio proletario, adottano ogni artificio legale per allargare i propri possedimenti. Caprotti lo teme anche per l’Italia in “questi pessimi tempi”. E prima di morire si assicura che almeno il suo impero resti in mani sicure. Quindi in quelle di un gruppo olandese, come Ahold. E non in quelle della spagnola Mercadona, cioè in una realtà troppo simile alla nostra.

Come un eroe capitalista dei romanzi di Ayn Rand, che distrugge la sua lunga e sofferta opera pur di non farla espropriare dallo Stato, Caprotti ci lascia così: con un fuga di arte e capitali dall’inferno collettivista italiano, un inferno in cui il successo è una colpa e l’invidia è il primo motore.

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di on 7 ottobre 2016. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Inchiniamoci a quest’uomo

  1. Alfonso Rispondi

    7 ottobre 2016 at 17:42

    Un testamento da ispettore Callaghan. https://www.youtube.com/watch?v=U5CNNUtx7yU

  2. adriano Rispondi

    7 ottobre 2016 at 18:04

    “Un gigante.”Non servirebbe aggiungere altro.Come uomo e come imprenditore.Il testamento è stupefacente per la lucidità efficace tesa ad evitare problemi all’azienda.Anche i lasciti alla segretaria ed ai nipoti sono emblematici.Si premia chi ha lavorato con te,senza orario,e per una vita,insieme a chi non ha avuto il tempo di deluderti.Le donazioni al Louvre sono un esempio corrosivo di quella che deve essere stata la lotta di Caprotti contro il sistema.Che dire.Purtroppo non c’è più e non sarà facile trovarne un altro.

  3. Menordo Rispondi

    7 ottobre 2016 at 22:25

    E’ la prova evidente di quanto sia difficile far nascere, condurre e far prosperare un’impresa in Italia. Il suo testamento è l’espressione della saggezza di un uomo che perfino in punto di morte preferisce (giustamente) che la sua impresa, alla quale tiene tanto, vada in mani straniere abituate a far prosperare le aziende piuttosto che in mani italiane impastoiate in mille lacci e lacciuoli operati dalla politica. Un grande insegnamento per gli imprenditori italiani.

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