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I nostri problemi si chiamano demografia e investimenti

Economia-Bulgaria

Il Veneto è ancora intraprendente? I dati economici che emergono dal pulsare quotidiano dell’esperienza denunciano una fase non di arresto, nemmeno di precipizio, ma di lento logoramento sul lungo termine, che riconosce dei sobbalzi di recupero per ora non duraturi. Un logoramento che i numeri1 riescono a far comprendere solo parzialmente, perché molto rimane nascosto, sia perché coperto dall’orgoglio di comunità che ha vissuto anni migliori nei lustri precedenti e un po’ di vergogna di essere al punto in cui si trova e sia perché edulcorato da un popolo che non è abituato a lamentarsi e preferisce proseguire nella quotidiana resistenza al problema di turno, sempre con la speranza di superarlo (prima o poi).

Ecco che i dati ci dicono che quel “prima o poi” rischia di tramutarsi in un costante “poi” e così nel Veneto la speranza comincia a scemare, la cultura del lavoro viene messa in crisi dalla scarsità del risultato e il tessuto sociale pone dei paletti (ormai oggettivamente constatabili) sul progresso (anche demografico) della società. Così il dato “economico” più importante è che nel 2015, per la prima volta negli ultimi 60 anni, la popolazione residente ha registrato una diminuzione seria: il saldo è risultato negativo per oltre 12.400 unità, rilevando come il numero sia parzialmente drogato da un incremento della popolazione straniera, perché in realtà i c.d. autoctoni sono diminuiti ancora di più (24.600 residenti in meno).

Dopo essere stato, sino agli anni settanta, una terra di emigrazione (con oltre 3 milioni di partenze tra il 1870 e il 1970), in ragione della povertà dell’economia post-annessione all’Italia, e successivamente una terra di forte immigrazione, grazie al notevole sviluppo economico, ora il territorio è “ufficialmente” in declino.E così dall’inizio della crisi il Veneto non solo ha perso il 10% del PIL, ma anche il 20% di capitale umano, il cui valore, a differenza del PIL, non è recuperabile. Dal 2008, anno di avvio della crisi, il Veneto ha perso infatti circa il 20% di nati, inquietante primato in Italia. Se nel 2015 il PIL regionale è “cresciuto” dello 0,8 % e la popolazione residente si è ridotta dello 0,3%, pur trattandosi di variazioni dello “zero virgola”, si nota un andamento, se non drammatico, almeno preoccupante per chi ha una qualche sensibilità per il futuro. Purtroppo le tendenze per l’anno in corso sono poco incoraggianti. L’economia regionale continua a crescere con ritmo modesto, caratterizzato dal consolidamento del contributo positivo della domanda interna. Oggi il principale motore della crescita è rappresentato dai consumi delle famiglie e si intravede un miglioramento degli investimenti delle imprese, mentre il rallentamento del commercio mondiale sta condizionando l’andamento delle esportazioni.

Il 2016 quindi è stato già indicato dagli analisti come un anno “strano”, le cui prospettive non lasciano intravedere una accelerazione del ritmo di crescita, né un rallentamento dell’attività economica, ma le tendenze dei mercati finanziari e la decelerazione di diversi Paesi emergenti mettono in luce alcuni rischi. A fronte di una dinamica poco vivace delle esportazioni, nel 2015 l’industria manifatturiera del Veneto ha tenuto il ritmo: la produzione industriale ha messo a segno un incremento medio annuo del +1,8%. Positivo si è rivelato soprattutto il contributo dell’industria turistica, dopo le variazioni negative accusate negli ultimi anni, e così nel 2015 il Veneto si conferma la prima regione in Italia e la sesta in Europa nel settore turismo con 63,2 milioni di presenze (+2,2%). Purtroppo il mercato del credito mostra forti elementi di debolezza. A fronte della moderata ripresa dei finanziamenti alle famiglie consumatrici (+1,4%), sostenuta dal livello storicamente contenuto dei tassi di interesse sui mutui per l’acquisto della casa, i prestiti alle imprese hanno registrato un calo del 2,2%. I finanziamenti erogati dalle banche e dalle società finanziarie alle imprese, comprensivi delle sofferenze, sono diminuiti del 3,2% alla fine del 2015 (dopo il -1,7% nel 2014) ma il valore ai prezzi di mercato dei titoli a custodia nel portafoglio delle famiglie consumatrici si è ridotto del 7,8% (-3,3% nel 2014). Sull’andamento negativo del valore dello stock di azioni detenuto dalle famiglie venete hanno influito ovviamente le svalutazioni sui titoli di capitale delle due maggiori banche popolari venete non quotate. Sul versante della finanza pubblica, il Veneto ha visto ridursi ulteriormente l’ammontare dei pagamenti effettuati dallo Stato (-2,5%), in particolare la spesa per trasferimenti verso le Amministrazioni locali è scesa del 4,2%. In sintesi, rispetto alla fase precedente la “stagione delle manovre”, i comuni del Veneto hanno “perso” il 57,8% dei trasferimenti statali.

Quali prospettive dopo la lettura in sintesi di questo orizzonte? Da veneti, innanzi tutto mai perdere la speranza e così recuperare una cultura del lavoro ed evitare sprechi di risorse per poter rinsaldare la fiducia nelle persone e far decollare la demografia, volano per la crescita (non solo economica) di qualsiasi comunità.

I dati esposti nell’articolo sono ripresi da: http://rapportoannuale.unioncamereveneto.it; http://ec.europa.eu/eurostat/; http://noi-italia2016.istat.it; http://finanzalocale.interno.it.

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di on 29 ottobre 2016. Filed under Veneto intraprendente. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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