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Trump spiegato a L’Espresso

Non c’è niente da fare. Donald J. Trump li avvelena, fa saltare le loro categorie scolastiche e i loro editoriali preconfezionati, li smentisce con la sua stessa esistenza. E loro non possono accettarlo, loro sono la casta sacerdotale degli intellò italici, delle firmette italiche, dei direttorini italici, e non possono vedersi sottratto lo scettro monopolistico dell’analisi e del commento. E allora deragliano, perdono la compostezza minima di sé, trasformano le loro analisi in caricature e i loro commenti in sfoghi.

Prendete la copertina odierna de L’Espresso, più grottesca che dadaista. “Avanti populismo”, il faccione iperconsumista di Trump montato sul busto del rivoluzionario di professione di Vladimir Il’ic Ul’jianov Lenin, un fondo molto serioso e involontariamente comico del direttore Tommaso Cerno (“Rivoluzione d’ottobre all’americana”), un servizio interno di Gigi Riva sul “domino populista” che c’attende, un copia & incolla neanche ben tornito del giornalisticamente corretto circolante. Tesi di fondo (ci vergogniamo un po’ a riferirla, ma a quanto pare loro ci credono) è che un secolo dopo la Rivoluzione bolscevica si prepara uno sconvolgimento analogo, ma di segno opposto, pronto a travolgere l’Europa, questa volta da Ovest, sull’onda della vittoria del candidato del Gop in America e con parole d’ordine “xenofobe” e “razziste”, assicura con perentorietà francamente un po’ razzista il cronista debenedettiano. A far da armata di questo nuovo “populismo” (concetto così abusato da approssimarsi ormai a quello di antimateria), la consueta insalata mista politica e ideologica, da The Donald a Orbàn ai nazionalisti austriaci a madame Le Pen all’onnipresente Vladimir Putin, in un caleidoscopio di nomi e di storie prive di qualunque minimo comun denominatore (a meno che qualcuno creda alla boiata pazzesca di un miliardario newyorkese e cosmopolita che guiderebbe una non meglio definita “rivolta contro le élite”, anch’esse non meglio definite).

La verità è che non ci capiscono nulla, i Cerno, i Riva, le Gruber, le Marie Laura Rodotà, le Giovanne Botteri, gli Zucconi di nome e quelli di fatto, di Donald Trump. Non della biografia personale, saccheggiata in lungo e in largo fino all’insulto esplicito alla moglie (definita “escort” in parecchie prime pagine di seriosi e analitici giornali occidentali), ma di quel che Trump sta rappresentando, in questa campagna oggettivamente irrituale, della storia d’America. Proviamo a spiegarglielo con attitudine biginesca, l’unica che comprendono. Donald Trump rappresenta sì una rottura nella storia recente del Grand Old Party, ma non nel senso concettualmente miserrimo che intendono loro, la rabbia del contadino del Kansas contro l’establishment del partito. C’è anche questo, certo, ma come segno finale di un sommovimento politico e simbolico. In sintesi, il cedimento dell’egemonia neoconservatrice sugli istinti e sull’agenda del Gop (e figuratevi quanto può essere lieto di annotarlo un modesto e integrale bushian-reaganiano come il sottoscritto, ma la realtà ha i suoi diritti e non può andare al guinzaglio dei gusti personali), e la rinsaldatura attorno al grimaldello-Trump di alcune tradizioni sparse ma presentissime nella storia della destra americana. Dalla Old Right domestica e anticentralista, che affonda le sue radici nella critica inflessibile del New Deal rooseveltiano (si vedano le diffidenze legittimamente ostentate da Trump verso l’attivismo del governo federale) al paleoconservatorismo scettico verso l’esposizione esponenziale degli Stati Uniti nel mondo, e piuttosto attento a un ritorno più letterale alla propria tradizione autoctona (che poi vuol dire Life, Liberty and Pursuit of Happiness, altro che “heimat e piccole patrie” come riesce a scrivere L’Espresso senza avvertire il senso del ridicolo), dal ritorno di un realismo globale di scuola nixoniana e kissingeriana (più che eccezionalismo americano dichiarato, negoziazione coi competitor mondiali da posizioni di forza, vedasi le posizioni trumpiane sulla Cina e sullo stesso Putin) alle ragioni squisitamente libertarie di una certa fetta perennemente minoritaria del Partito Repubblicano, ma culturalmente fecondissima, le cui ultime punte di diamante sono nientemeno che Rudolph Giuliani e Clint Eastwood, e il cui obiettivo è sempre stato coniugare conservatorismo nazionale e diritti civili (tema su cui Trump è infinitamente più liberale e inequivocabile della Clinton). Solo una tale miscellanea di istanze ed eredità prettamente americane e prettamente repubblicane spiega il successo sbaragliante di The Donald, il populismo e i nazionalisti austriaci c’entrano come il passato di Melania, cioè nulla. Ne risulta un oggetto politicamente sfaccettato, amplificato da una carica carismatica a volte ambigua, in una certa discontinuità con le migliori stagioni recenti del Gop (per quanto il candidato non sciolga del tutto il legame con l’agenda neocon, come per fortuna mostrano a sufficienza le sue uscite sul fondamentalismo islamico come nemico da abbattere)? Sì. Sta per arrivare una Rivoluzione d’Ottobre degli xenofobi, dei razzisti e dei populisti, radunati in tutto il mondo dal Trump/Lenin insediato a Washington? A meno che non si lavori in un qualche importante giornale italiano, la risposta, più che no, è una pernacchia liberatoria.

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di on 22 settembre 2016. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Trump spiegato a L’Espresso

  1. aurelio Rispondi

    22 settembre 2016 at 18:01

    Direttore Sallusti grazie per un pezzo davvero unico e chiarificatore almeno per quelli che scrivono ma non sanno leggere o scrivono a comando dell’editore o comandati da paure del vivere in posizioni sbagliate…..ma che non si facciano prendere dall’angoscia per favore, che se la leggono si mettono a piangere.

  2. Epulo Rispondi

    23 settembre 2016 at 07:22

    “La verità è che non ci capiscono nulla, i Cerno, i Riva, le Gruber, le Marie Laura Rodotà, le Giovanne Botteri, gli Zucconi di nome e quelli di fatto, di Donald Trump.” Ma vi è un solo argomento dello scibile umano, di cui i pregiati maitre à penser sopraccitati, capiscono qualcosa?

  3. Filippo83 Rispondi

    23 settembre 2016 at 12:22

    Trump ha una grave colpa ai loro occhi: non è un repubblicano, ma un democratico, che ha scelto di correre “a destra” e di ascoltare davvero il “popolo”. Che ovviamente è quello dei campi, delle fabbriche e degli uffici, non quello dei salotti. O meglio, il popolo che lavora, non quello sussidiato che finge di essere studente o disoccupato. Sia chiaro, nemmeno il popolo che lavora ha sempre ragione, anzi a volte bisogna farlo ragionare: Trump non piace nemmeno a me, dato che solletica istinti che vanno sì compresi, ma poi arginati ed indirizzati verso soluzioni reali, non macchiettistiche (tipo il muro col Messico o lo stop ai commerci internazionali). Tuttavia è innegabile che il popolo che lavora è quello che sostiene il Paese, non le minoranze sussidiate (radical-chic, etniche, sessuali e oltre) tanto care a certa sinistra.

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