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Ode a Peres, oltre le facilonerie da coccodrillo

PeresShimon Peres ci lascia con uno Stato di Israele finalmente trasformato in un’oasi di pace in mezzo a un Medio Oriente in fiamme. I fatti di sangue riguardano soprattutto Iraq e Siria, lo Yemen e persino il piccolo Bahrein fa più notizia e scalpore rispetto a Israele. La piaga del terrorismo contro gli ebrei di Israele, sia chiaro, è tutt’altro che debellata. La cosiddetta “Intifadah dei coltelli” va avanti da un anno. Ma la guerra dei terroristi suicidi, quando i bus, i bar, i ristoranti, le discoteche, saltavano in aria tutte le settimane, costringendo gli israeliani a una vita di reclusi in casa propria… quei tempi sono finiti. E Peres ha dato un contributo necessario a farli finire. No, non il contributo che quasi tutti i commentatori stanno ricordando e scrivendo nei loro coccodrilli. Non stiamo affatto parlando degli Accordi di Oslo, quelli per cui l’allora ministro degli Esteri Shimon Peres vinse il Premio Nobel per la Pace e viene tuttora ricordato. Gli accordi firmati nella capitale norvegese, nel lontano 1993, non furono un passo avanti per la pace, semmai un grosso passo indietro.

Andiamo con ordine. Nel 1991, nella prima Guerra del Golfo, i palestinesi, guidati da Arafat, si schierarono esplicitamente al fianco di Saddam Hussein. Persero la guerra e la faccia, vennero scacciati dal Kuwait e dagli altri paesi arabi che li ospitavano come attivisti e lavoratori. Bruciarono quattro anni di guerriglia e di campagne mediatiche in soli tre mesi di conflitto, per un’unica scommessa sbagliata. Fu in quelle circostanze che scoprimmo il lato buono di Yassir Arafat, leader indiscusso della causa palestinese. Messo alle corde, si decise a tendere la mano. Ebbe la fortuna di trovare, dall’altra parte, degli interlocutori che non vedevano l’ora di stringergliela. Fra questi, soprattutto, si distinsero l’allora premier Yitzhak Rabin e il suo ministro degli Esteri Shimon Peres. Ed ebbe l’ulteriore fortuna di ritrovarsi in una congiuntura internazionale più che favorevole: con la fine della Guerra Fredda, il presidente George Bush (padre), nell’ultimo anno del suo mandato, non vedeva l’ora di sedersi attorno a un tavolo con tutti gli ex nemici e fare il “nuovo ordine mondiale” (quello vero, non il leggendario NWO che ispira tanti complottisti).

Il fallimento degli accordi di Oslo è ormai sotto gli occhi di tutti. Il “processo di pace”, cioè la graduale transizione dei territori contesi da Israele a una nuova Autorità Nazionale Palestinese non fu mai pacifico e nel 2000 culminò nella Seconda Intifadah, la prima guerra in cui vennero impiegati i terroristi suicidi in modo sistematico contro bersagli civili. In quei sette anni, i coccodrilli ufficiali di Peres ricordano un unico episodio: l’assassinio del premier Rabin da parte di un fanatico israeliano. La narrativa ufficiale, dunque, ricorda che fu l’omicidio Rabin a far fallire il processo di pace. Quindi è colpa di Israele se la guerra è ricominciata. Molto meno si ricorda l’escalation di terrorismo islamico, targato Hamas soprattutto, ma anche il “laico” partito Fatah. Fra il 1993 e il 1999, perirono sotto i colpi dei terroristi ben 52 militari dell’Idf (più di 1000 i feriti), 48 civili israeliani (più di 600 i feriti), si registrarono circa 2400 attacchi con bombe molotov, 758 scontri a fuoco, 115 attacchi incendiari, 338 attentati dinamitardi, 120 attacchi con bombe a mano, 498 attacchi al pugnale. Hamas e Fatah non volevano la pace, non rinnegavano il loro obiettivo di distruzione dello Stato ebraico, obiettivo che veniva inculcato nelle scuole, dalle televisioni, nei centri ricreativi dove a tutti, bambini e adulti, si insegnava l’odio contro gli ebrei.

Dal settembre del primo anno del nuovo millennio, gli israeliani si accorsero di essere stati traditi dal loro interlocutore. Se ne resero perfettamente conto quando Arafat mandò all’aria gli accordi di Camp David, quello in cui gli veniva concesso il 98% delle sue richieste. Arafat, dopo la clamorosa occasione mancata, tornò in patria con il segno di V (vittoria), quando alla passeggiata di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee, la polizia e i movimenti di guerriglia palestinesi risposero con fucili e granate. Quella Seconda Intifadah provocò più di 1000 morti ai civili israeliani. E il comitato del Nobel di Oslo propose di ritirare il premio Nobel per la pace a … Peres. Perché nel frattempo, con una violenza mediatica senza precedenti nel secondo dopoguerra, Israele e il suo popolo erano stati dipinti come mostri sanguinari da esibire agli occhi indignati dell’opinione pubblica mondiale.

Qual è, allora, il Peres che riuscì a riportare la pace? Non quello che fu illuso (o volle farsi illudere?) ad Oslo, ma quello che, pragmaticamente, accettò la risposta armata al terrorismo. E la gestì, da ministro degli Esteri, nei primi due anni dell’ondata terroristica. Poi, soprattutto va a lui il merito di rilancio dell’immagine di Israele, distrutta dalla propaganda “progressista”. E questo merito l’ha maturato soprattutto, negli anni della sua presidenza, dal 2007 al 2014, dall’ultimo anno della presidenza Bush negli Usa fino alla visita di Papa Francesco. Idealmente, Peres fece da ponte fra due ere politiche per l’Occidente e per il Medio Oriente. Nei suoi ultimi anni riuscì a rappresentare nel mondo un paese pacifico nel mezzo delle bufere arabe, quelle scoppiate nel 2011 e non ancora finite. Quelle che dimostrarono, per una buona volta, che i problemi del mondo islamico mediorientale non erano causati da Israele.

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di on 28 settembre 2016. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Ode a Peres, oltre le facilonerie da coccodrillo

  1. Arcroyal Rispondi

    29 settembre 2016 at 00:07

    Il miglior articolo che mi sia capitato di leggere sulla morte di Shimon Peres. Bravo Magni.

    • Padano Rispondi

      29 settembre 2016 at 14:40

      Eh, in effetti, non capita spesso…

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